Passione, genio e cuore. Che cosa resta di Diego Armando Maradona

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Diego Armando Maradona non è stato l’uomo delle mezze misure: esaltato, affossato, ha conosciuto polveri e altari fino al commiato, arrivato troppo presto.

È il primo uomo per cui in vita è stata istituita una chiesa, con adepti in tutto il mondo ma soprattutto laddove ha più esaltato la gente: nella natia Argentina e a Napoli.

È stato visto come il difensore degli ultimi, lui figlio del popolo, capace di mantenere le promesse di gloria. Si tratta di una delle più grandi icone pop del ‘900, entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo, riaffermando che il posto che nell’Antichità avevano gli eroi del mito nella società post-industriale viene occupato dagli sportivi. Al contrario di questi personaggi eccezionali non era bello e non dava neanche l’impressione di essere senza macchie, mostrando invece che dietro un’apparenza anonima, con quel fisico tozzo e non troppo armonico che lo caratterizzava, si più invece celare una stella tra le più luminose del firmamento calcistico. Parimenti al grande compositore Mozart, “Maradona” è diventato termine di uso comune che per antonomasia indica l’eccellenza in ogni settore.  Per la sua bravura sul rettangolo di gioco venne accostato più volte agli dei, paragone paradossale questo perché in realtà lui non poteva sentirsi più distante dall’immagine del divo etereo e irraggiungibile. Sta di fatto che il suo nome e le proverbiali gesta del suo piede sinistro sono sinonimo di calcio in tutto il mondo.

Murales di Maradona in ogni angolo del mondo

Murales di Maradona in ogni angolo del mondo: Australia, New York, Mosca, Berlino, Buenos Aires, Rio De Janeiro

Che cosa resta di Maradona?

Era un trequartista e una seconda punta, spesso gli allenatori gli lasciavano totale libertà di manovra per poter esprimere al meglio il suo genio e la sua imprevedibilità. Tuttavia non si tirava indietro quando c’era da ripiegare ad aiutare la squadra e sgobbare per il lavoro sporco. Un purista della tattica come Sacchi dichiarò che in una partita lo vide tutto il tempo rincorrere il terzino avversario nella fase di non possesso e questo all’allenatore, noto per la sua intransigenza, non piacque per niente. Occorre ribadire che la figura del fuoriclasse altezzosa che si teneva una spanna sopra gli altri nel suo caso è la più lontana possibile dalla realtà. Maradona quando era in campo trasmetteva al pubblico il divertimento che lui stesso provava giocando.

Incitava i compagni, li aiutava dentro e fuori dal campo, era noto per le sue azioni soliste ma sapeva essere molto altruista. Per rendere l’idea basti vedere alcuni gol che si mangia Bruno Giordano, buon giocatore ma il più ordinario del portentoso trio  d’attacco MaGiCa completato dal brasiliano Careca,  nella sua permanenza partenopea, imboccato dai deliziosi assist dell’argentino.

Uno sportivo che viene ricordato solitamente è uno sportivo vincente: non può non essere il caso di Maradona ma la sua personale bacheca non è così colma quanto ci si potrebbe aspettare da quello che per molti è il miglior calciatore di tutti i tempi: un campionato argentino nell’ultima stagione in patria con l’amato Boca juniors, due premi come miglior calciatore sudamericano dell’anno, cinque titoli di capocannoniere del Campionato Argentino e uno del Campionato Italiano, una Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna tra Barcellona e Siviglia, due campionati italiani, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa UEFA con il Napoli, in sette anni che lo consacrarono idolo indiscusso della focosa città campana.

Murale di Maradona ai Quartieri Spagnoli di Napoli

Murale di Maradona ai Quartieri Spagnoli di Napoli

Decisamente un po’ poco per un calciatore così importante!

Tuttavia in uno sport di squadra le varianti in gioco sono molte e non bastano le statistiche nude e crude e il palmares per comprendere il valore di un atleta.

In Nazionale ha fatto conoscere il suo talento a una platea internazionale per la prima volta vincendo da stella il Campionato del Mondo Under 20 nel 1979, ottenendo poi una medaglia d’argento al discusso Campionato del Mondo di Italia ’90, torneo che giocò senza mettere a segno nessuna rete ma distinguendosi nonostante le precarie condizioni fisiche, e infine un Trofeo Artemio Franchi nel 1993, antesignano della poi soppressa Confederations Cup.

E poi? E poi c’è il trofeo che ha scritto il suo nome indelebilmente nella ristretta cerchia dei più grandi di sempre: il Campionato del Mondo di Messico ’86. Nessun giocatore aveva mai dominato un’edizione come lui. In un video in bianco e nero un acerbo Maradona quattordicenne tutto ossa e ricci in testa, con disarmante tranquillità, dichiarò “Ho due sogni: il primo è giocare un Mondiale, il secondo è vincerlo”. Dodici anni dopo mantenne la parola.

Prima di quel torneo era considerato uno dei migliori giocatori al mondo in attività, ma non più del tedesco Karl-Heintz Rummenigge, del francese Michael Platini e del brasiliano Zico, che affrontò tutti in epici faccia a faccia sui campi della Serie A in un’epoca in cui i migliori al mondo giocavano tutti in Italia. Nella fase di qualificazione venne bersagliato dalla critica argentina, che gli rinfacciava prestazioni altalenanti e l’incapacità di guidare la squadra, ma il CT Carlos Bilardo gli consegnò le chiavi dell’Albiceleste e lui seppe addirittura andare oltre le sue  aspettative.  Quella Nazionale, trovata una propria “quadratura del cerchio”, si rivelò essere una squadra durissima da affrontare: concedeva ben poco all’avversario essendo allo stesso tempo capace di pungere e che, oltre a Diego, poteva contare anche su altri giocatori di spicco, quali l’ottimo portiere Nery Pumpido, il granitico stopper Oscar Ruggeri, e in attacco sulle possenti spalle dell’eccellente Jorge Valdano. È ingeneroso bollare il resto della squadra, come invece spesso avviene, come un ammasso di mediocri comparse. Resta lampante il fatto che Maradona fu illuminante in ogni gara e decisivo come finalizzatore, con prestazioni monumentali e reti pesanti e allo stesso tempo mai banali. Nella prima fase trafigge il portiere italiano Giovanni Galli con un leggero tocco beffardo sul palo lungo, ma è contro l’Inghilterra che il suo nome viene consegnato alla leggenda. Prima segna il gol più truffaldino della Storia, con un furbesco tocco di mano in faccia al portiere inglese Peter Shilton, poi, pochi minuti dopo, invece realizza il gol più bello della Storia: partendo dalla propria metà campo dribbla 6 giocatori inglesi, incluso lo stesso Shilton, e deposita la palla in rete. Il tutto proprio contro la rappresentativa del Paese che 4 anni prima aveva strappato le Isole Falklands all’Argentina in un discusso conflitto armato. Quella partita fu così straordinaria che molti non ricordano che la prestazione individuale contro il Belgio in semifinale fu addirittura ancora migliore per El Pibe de Oro, rasentando la perfezione.“Se Diego avesse giocato per noi sarebbe finita 2-0 per il Belgio” commentò dopo il fischio finale l’avversario Eric Gerets.Contro gli ostici Diavoli Rossi mette a segno un’altra doppietta: apre le marcature infilando il portiere in uscita con un movimento senza palla da manuale con cui taglia la difesa belga. Poi con una nuova perla da solista in un fazzoletto di campo, in cui sembra aver il potere di rendere invisibile il pallone agli avversari dribblando l’intera retroguardia avversaria per poi infilare Jean-Marie Pfaff, considerato uno dei migliori portieri di tutti i tempi, realizza la seconda rete. Nella finale contro la fortissima Germania Ovest patisce la marcatura a uomo di Lothar Matthaus, altro suo grande avversario anche in Serie A, il quale smette i panni del regista per concentrarsi sulla neutralizzazione del “nemico pubblico numero uno”. E ci riesce. Peccato però per la Mannschaft che, a una manciata di minuti dalla fine, il fantasista sudamericano ha comunque modo di decidere la partita più importante sfruttando uno dei pochissimi attimi che gli concede l’asfissiante marcatura con cui deve fare i conti: è suo il sapiente lancio che innesca in contropiede Jorge Luis Burruchaga per il 3-2 che consegna la Coppa del Mondo all’Argentina. Maradona a 26 anni è nel pieno della carriera e dopo questo straordinario e irripetibile mese messicano per la prima volta, secondo il parere di molti appassionati e addetti ai lavori, comincia a contendere a Pelè la palma di miglior calciatore di tutti i tempi.

Maradona alza al cielo la Coppa del Mondo

Maradona alza al cielo la Coppa del Mondo

Eppure questo fantastico giocatore aveva un volto meno conosciuto, ma ben noto a chi gli è stato accanto, che merita di essere raccontato non meno delle sue imprese prettamente sportive. Pur non essendo stato certo esente da bizze e comportamenti rivedibili, fu un uomo di grande cuore. Era sempre pronto a aiutare dentro e fuori dal campo compagni e avversari e durante la partita, nonostante spesso venisse martoriato da scorrettezze, non si lamentava e gli arbitri ricordano con ammirazione il rispetto che mostrava nei loro confronti. Molti compagni di squadra del Napoli infatti raccontano quanto fosse generoso e disponibile con loro, ma anche il grande avversario Platini narrò che, quando stava attraversando un momento di difficoltà personale a Torino, Maradona si offrì di andarlo a trovare affittando una stanza nel capoluogo piemontese.

Maradona e Platini, due campioni uniti dareciproco rispetto

Maradona e Platini, due campioni uniti da reciproco rispetto

Si metteva a disposizione di chi aveva bisogno senza curarsi della presenza dei riflettori, come nel caso dell’amichevole di Acerra del 1985. Disobbedendo alla volontà della dirigenza, Maradona accettò l’invito di giocare un’amichevole con una squadra di dilettanti per raccogliere fondi per le cure di un bambino malato. Un campione che accetta di giocare in un campo di provincia, senza tribune e circondato da automobili parcheggiate, trasformato in una distesa di fango ai limiti della praticabilità, esponendosi quindi al rischio di patire infortuni: Maradona era anche questo. Proprio in quel campo segnò un gol fotocopia di quello famosissimo siglato all’Inghilterra, facendo metà campo palla al piede e dribblando tutti prima di depositare la palla in rete. I pochi spettatori presenti in quella occasione non potevano immaginare che, in quella che per il Napoli avrebbe dovuto essere poco più di una sgambata, avrebbero assistito all’anteprima di quello sarebbe stato il gol per antonomasia.

L'amichevole di Acerra

L’amichevole di Acerra

Maradona era un uomo spontaneo e genuino, per alcuni versi ingenuo e di questi alcuni se ne approfittarono. Non conosceva mezze misure, nel bene e nel male, ed era animato da una fiammante e autentica passione per il gioco. Amava giocare partitelle di calcetto come un semplice amatore, non disdegnando di giocare con non professionisti solo per il gusto del gioco.

Nel 1991, quando si avviava la fine della sua esperienza italiana con l’inizio dei processi in cui doveva difendersi dall’accusa di essere coinvolto in traffici di droga, invitò un giovane avvocato a una partita di calcetto. Da una parte Maradona, il penalista, un promettente ragazzo delle giovanili del Napoli, l’elettricista di Diego e il portiere del Napoli Pino Taglialatela. Dall’altra parte quattro bravi giocatori di calcetto e il figlio del suo barbiere. Maradona, che aveva organizzato la partita e portato le divise del Napoli da indossare, si impegna, gioca con la spensieratezza di un bambino, sprona e si complimenta con i calciatori improvvisati e alla fine raccoglie le maglie. Invece di schiacciare gli altri con la sua bravura, da vero leader qual era, evitava di rimproverare gli altri per gli errori, mettendoli invece a loro agio e nelle condizioni di dare il meglio. Che sia una partitella tra amici o una finale, lui si comportava allo stesso modo.

Maradona gioca a calcetto

Maradona gioca a calcetto

Nel 1994, caso forse unico in un Campionato del Mondo, l’enorme riconoscenza che il calcio argentino nutre nei suoi confronti spinge il CT argentino Alfio Basile non solo a convocarlo ma anche a consegnarli una maglia da titolare nonostante nel momento delle convocazioni fosse privo di un club di appartenenza. Maradona, che aveva aiutato un’appannata Seleccion a superare i play-off con l’Australia per accedere alla fase finale il torneo, sembra essere riuscito, dopo una lunga serie di disavventure, nel miracolo di esser tornato il miglior giocatore al mondo. Contro la Grecia, dopo un fraseggio ripetuto con Fernando Redondo, trova un varco quasi impercettibile tra le maglie della difesa ellenica trafiggendo il portiere con un preciso siluro all’incrocio dei pali. La sua esultanza scatenata alla telecamera dopo il gol è l’ultimo dei tanti momenti iconici delle sue gesta come calciatore.

Esultanza di Maradona al gol contro la Grecia

Esultanza di Maradona al gol contro la Grecia

 

Verrà poi sorteggiato per il controllo antidoping e condotto per mano da una paffuta infermiera. Per via della sua positività all’efedrina venne squalificato per il resto del torneo. L’esito di quella vicenda appare tuttora dubbio resta la sensazione che il calciatore abbia in qualche modo pagato il lato sanguigno del suo carattere: erano noti i suoi attacchi ai vertici dirigenziali della FIFA, con dichiarazioni smodatamente aggressive e pittoresche.

Fatto sta che quello rappresentò un triste punto di non ritorno per Diego non solo come atleta ma probabilmente anche come persona: da quel momento sentiva forse che la sua ragione di vita più importante, il pallone, gli fosse stata tolta.

Dismessi i panni di calciatore, dopo una serie di difficoltà personali e gravi problemi di salute, tornò sotto i riflettori del grande calcio come CT dell’Argentina per il Mondiale 2010, incarico che intraprese quasi a digiuno di esperienza come allenatore.

La sua squadra nelle qualificazioni balbetta e prima dell’ultima decisiva partita del girone sudamericano Maradona tiene un accorato discorso ai suoi calciatori in cui li invita a risorgere proprio come ha fatto lui stesso, sceso e risalito dall’inferno dopo aver affrontato e sconfitto la sua dipendenza da droghe e risolto i problemi di salute che gli hanno causato.

Strappò poi la qualificazione e si fece strada nel torneo facendo affidamento sulla classe di Lionel Messi, l’uomo che la stampa spesso paragonava a lui per le prodezze in campo. Ai quarti di finale incontrò la Germania di Thomas Muller, giocatore con cui ebbe un alterco alla conferenza stampa di fine partita in un’amichevole di qualche mese prima. Maradona rifiutò di sedersi accanto a quello che definì un debuttante, letteralmente lo chiamò “raccattapalle”, abbandonando la sala. Quel “semplice esordiente” poi, con una doppietta e una grande prestazione, contribuì a schiantare la sua Argentina con un pesantissimo 4-0, che pose fine ai sogni di gloria dei sudamericani e alla sua carriera di allenatore ai massimi livelli. Fu un colpo dal quale forse non riuscì più a riprendersi e così fantasmi personali che sembravano ormai dissolti tornarono a fargli visita.

Verrebbe quasi da dire che un atto di superbia che non s’addiceva al suo carattere venne ripagato in prima persona e con gli interessi, proprio come gli altri errori della sua vita a cui pochi sciacalli si aggrappano per infangare la sua memoria.

Maradona era un uomo traboccante di vitalità che amava lo sport in generale: pochi sanno che andava a cavallo e si dilettava a tirare di boxe. È invece nota la sua passione politica, con le simpatie per il partito comunista e le chiacchierate amicizie personali con  i presidenti di Cuba e Bolivia Fidel Castro, Hugo Chavez  e Nicolas Maduro.

Sapeva essere salace, pungente e rigorosamente mai banale anche nelle sue dichiarazioni extracalcistiche. Quando ebbe problemi per recarsi in Giappone per assistere al Campionato del Mondo 2002 commentò prontamente: “Volevo venire prima, ma mi hanno invitato solo alla finale e dico grazie al presidente Dualde che mi ha dato una mano. Ma io mi chiedo: io non ho ammazzato nessuno e non posso venire, gli americani che hanno buttato due bombe atomiche e Fujimori che ne ha combinate tante, possono tranquillante star qui?”.

Tornando al calcio, molti parlano di lui per i suoi numeri da freestyle, come il saper palleggiare disinvoltamente con un’arancia, ma era la sua straordinaria e fulminea intelligenza calcistica, che gli permetteva di fare cose, che altri neanche pensavano, a renderlo un giocatore così eccezionale.

Tanto si è detto e tanto si è scritto su Maradona, ma c’è un aneddoto raccontato dallo scrittore e suo ex compagno di squadra Jorge Valdano che forse rende meglio di qualsiasi cosa l’idea di chi è stato.

“In Messico, durante il Mondiale del 1986, Maradona vinse una scommessa contro di me. Dopo gli allenamenti di solito ci fermavamo in campo, seduti a terra, a scambiare due parole per ammazzare il tempo, che durante i ritiri non passa mai. Le chiacchierate non avevano nulla di straordinario tranne la presenza di Diego che, come sempre, suscitava l’interesse di tutti. Una di quelle mattine si fermò a guardare languidamente i giornalisti che ci aspettavano (aspettavano soprattutto lui) e disse un po’ svogliato:

«Guardali…»

«Sono tutti ai tuoi piedi, ti adorano» gli risposi, tanto per dire qualcosa.

«A nessuno di loro piace il calcio,  proseguì. Per alimentare la conversazione scelsi di passare dall’altro lato del ring.

«Non è vero. Possiamo discutere di quanto ne capiscano, ma, se parliamo di piacere, il calcio piace a tutti».

«Scommettiamo che non è così?»

«E come facciamo a verificarlo?» risposi con un’altra domanda.

Immaginò un metodo che attirò la mia attenzione per l’originalità e che mi parve accettabile come prova quasi scientifica. Si trattava di far cadere un pallone in mezzo a quello sciame di giornalisti. Se ce lo avessero restituito con i piedi, avrei vinto io, se invece avessero usato le mani avrebbe vinto lui. Accettai la scommessa. Diego si alzò lentamente, prese un pallone e con la precisione incredibile che possiede e che, non so perché, mi ha sempre fatto sorridere, lo lanciò in mezzo al gruppo di reporter. Ci fu una gran confusione, come in un formicaio calpestato, un tira e molla nel quale ebbe la meglio il più deciso che, dopo aver fatto tre o quattro rapidi passi per mettere in chiaro chi aveva vinto la contesa, ci restituì il pallone con entrambe le mani, battendo una specie di fallo laterale.

Tentai di difendermi in qualche modo:

«Poveraccio. Magari si è vergognato di dartela con il piede perché sei Maradona».

Ma Diego aveva previsto la mia obiezione:

«Se mi trovo a una festa in casa del presidente della Repubblica, con lo smoking addosso, e mi lanciano un pallone sporco di fango, io lo stoppo di petto e lo restituisco come Dio comanda».

Se il calcio, nella sua essenza più pura e autentica, è di chi lo ama, non può che essere di Diego Armando Maradona.

Maradona in trionfo

Maradona in trionfo

 

 

 

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