Natale, tempo di presepe

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“Te piace o’ presepe? No, nun me piace o’ presepe” (Edoardo De Filippo, “Natale in casa Cuppiello”)
Presepe della basilica di Santo Stefano a Bologna

Presepe della basilica di Santo Stefano a Bologna

“Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non v’era posto per loro nella locanda”: lo scarno racconto di Luca relativo alla nascita di Gesù è quanto ci tramandano i Vangeli canonici circa l’ambiente in cui nacque il Redentore. Ancor più succinto è Matteo che, partendo dalle genealogia di Cristo, ne annota semplicemente la venuta al mondo e i dubbi di Giuseppe circa l’insolita gravidanza di Maria, per saltare poi al racconto dei Magi e alla fuga in Egitto. E’ noto che il primo presepe vivente fu inventato da San Francesco che lo allestì nella piazza di Greccio in Umbria nel 1223. In quanto alle Natività con figure scolpite a tutto tondo, la più antica è quella in legno di tiglio per il complesso di Santo Stefano a Bologna – poi dipinta in splendenti colori gotici da Simone dei Crocefissi – a cui segue il gruppo realizzato da Arnolfo di Cambio per la basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

La Vergine nel presepio di Arnolfo di cambio

La Vergine nel presepe di Arnolfo di Cambio

Sembra che per comprendere la genesi del presepe si debba addirittura risalire alla Roma dell’antichità e al culto dei lari, ossia gli antenati defunti delle famiglie, le cui statuette erano disposte in un recinto casalingo e onorate con l’accensione di una fiammella e con donazioni di cibo e vino. Svariati documenti parlano dell’usanza di allestire presepi nell’Italia medievale: ad Amalfi esisteva già nel 1025 una cappella del presepe, mentre nel 1340 la regina Sancia d’Aragona, regina consorte di Napoli, regalò alle Clarisse una natività per la loro nuova chiesa di cui è conservata solo una statua della Vergine dormiente. Alla tradizione dei presepi monumentali in marmo o legno si affiancò dal XVI secolo quella delle composizioni in formato più ridotto: era il presepe classico con la grotta in primo piano affiancata da pastori in adorazione ed angeli in volo e in lontananza il corteo dei Magi. Questi allestimenti erano all’inizio curati da ordini religiosi, ma nello stesso periodo un committente della corte aragonese Matteo Mastrogiudice, volle ed ottenne di essere ritratto tra i personaggi. Per la prima volta che un laico figurava tra i partecipanti alla sacra scena, una caratteristica che sarebbe proseguita nel presepe napoletano moderno. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, stabilì norme precise sul culto dei santi e delle reliquie, accettando la rappresentazione del presepe quale espressione della religiosità popolare. Nel primo ventennio del Seicento nacquero i presepi barocchi, con statuine composte da manichini snodabili di legno, rivestiti di di abiti e scenografie mobili montate a Natale e smontate dopo l’Epifania.

Il presepe Cuciniello

Il presepe Cuciniello

Nella Napoli del XVIII secolo e grazie all’impulso dato da re Carlo III di Borbone, il presepe diventò una vera e propria forma d’arte; il principe era consigliato dal suo confessore padre Rocco, che vi vedeva uno strumento di propaganda religiosa e che all’approssimarsi del Natale esortava il popolo a costruire all’interno delle case una rappresentazione della Natività, pena i castighi dell’inferno. Carlo contribuì a dare l’esempio e coinvolse nella creazione del presepe tutta la sua corte, dando luogo a vere e proprie competizioni. I migliori artisti della città assieme a scenografi, orafi, liutai, ceramisti, erano chiamati a realizzare le statue che avevano viso e mani in terracotta, occhi in vetro, anima in stoppa e fil di ferro per poterli muovere meglio, mentre gli  abiti erano realizzati a mano, spesso dalle stesse dame di corte. L’allestimento – che mescolava sacro e profano – aveva una forte valenza teatrale, poiché rappresentava anche la vita quotidiana della città piena di personaggi del popolo come le donne con il gozzo, i pezzenti, i tavernieri, gli osti, i ciabattini, ovvero gli umili e i derelitti prediletti da Gesù.

Due odalische

Due odalische

Michele Cuciniello, che donò al museo cittadino di San Martino la sua meravigliosa collezione presepiale che tutt’oggi si può visitare,  affermava che il presepe napoletano è il Vangelo tradotto in dialetto partenopeo. In esso il  tema della narrazione evangelica di Matteo e Luca si sviluppa partendo dalla Natività, che è appoggiata ai resti di templi greci e romani per sottolineare il trionfo del cristianesimo sorto sulle rovine del mondo pagano. Attorno ad essa si stringono i pastori adoranti e i re Magi col loro ricchissimo corteo, per esplodere nelle figure di contorno che si ispirano alla vita popolare dei mercati e delle piazze, con miriadi di personaggi che esprimono lo spirito festoso del popolo. Non mancano la taverna, popolata da giocatori e bevitori, né il mercato con le sue attività divise per mese: gennaio e febbraio con il macellaio e il salumiere, marzo col ricottaio, il pollivendolo ad aprile, il venditore di uova a maggio, le donne coi canestri di ciliegie a giugno, il panettiere a luglio, i pomodori ad agosto, il banchetto dei cocomeri a settembre, il contadino o il seminatore ad ottobre, il vinaio o “Cicci Bacco” a novembre e il caldarrostaio e il pescivendolo a dicembre. Altre figure caratteristiche sono “Benino”, l’uomo che dorme, i Compari Zi’ Vincenzo e Zì Pasquale che vendono i numeri del lotto, il Monaco, la Zingara, Stefania e la Meretrice, contrapposta alla purezza della Vergine.

Benino in una rappresentazione moderna

Benino in una rappresentazione moderna

Benino è un personaggio fondamentale perché rappresenta il sogno rivelatore con riferimento al libro biblico di Giobbe in cui si legge: “Dio può parlare in un modo o in un altro, ma non vi si presta attenzione. Nel sogno, nella visione notturna, quando cade il torpore sugli uomini nel sonno del giaciglio, allora apre l’orecchio degli uomini”. Insomma, la Natività prima di incarnarsi nasce dal profondo dell’animo umano, una tesi che sarebbe piaciuta a Carl Gustav Jung. Molto importanti sono anche: Cicci Bacco, retaggio dell’antico dio pagano del vino, il pescatore che rimanda a San Pietro pescatore di anime; i due compari zi’ Vicienzo e zi’ Pascale che giocano a carte e personificano il Vizio e la Morte, la zingara che prevedendo il futuro anticipa la passione di Gesù. C’è poi Stefania, una vergine di Nazareth con un neonato in braccio che si ispira a una leggenda curiosa: cercando di avvicinarsi alla grotta per vedere il Bambino, fu respinta perché i tabù religiosi degli ebrei impedivano alle zitelle di accostarsi alle partorienti. Decise così di ripresentarsi il giorno dopo tenendo tra le braccia una pietra fasciata come se fosse un infante, ma miracolosamente dal fagotto uscì uno starnuto. Era Stefano, il primo martire cristiano e diacono, che sarebbe poi morto lapidato.

Popolani del presepe napoletano

Popolani del presepe napoletano

Nella cavalcata dei Magi si scatena il gusto del fantastico tipico della città vesuviana: i costumi orientali dei re e del loro seguito sono estremamente ricercati, ispirandosi a quelli degli uomini al seguito degli inviati del Sultano e del re di Tripoli, o a quelli degli ambasciatori della Porta Ottomana che erano giunti in visita a Napoli. Algerini, Mongoli, Turchi, Georgiani, Samaritane, Odalische sono ricoperti di tessuti di seta prodotti nel Regno delle due Sicilie ed accessori preziosi rigorosamente ridotti in scala. Anche i servitori dei Magi, i nani, i suonatori, i portantini sono fedelmente ricostruiti assieme agli animali, cani, cavalli, scimmie e cammelli con le loro splendide bardature. Lo scopo finale di queste stupende messinscene era naturalmente quello di suscitare meraviglia nello spettatore e ostentare la ricchezza del proprietario. Alcune componenti  paesistiche devono far parte del presepe a causa della loro simbologia: le montagne in sughero o in cartapesta, piene di sentieri tortuosi, attraversati da pastori che scendono verso la luce della grotta, sempre situata in basso e in primo piano; il pozzo, elemento pericoloso perché si dice che, essendo collegato col sottosuolo, da esso possono scaturire spiriti maligni dal momento in cui il Male si scatena prima della nascita del Bene; la fontana, spesso con una donna vicino; il ponte, simbolo del passaggio verso l’ignoto; il mulino che produce farina con cui si fa il pane, nutrimento universale; il fiume, ancora una rappresentazione del tempo.  Tutti questi elementi acquatici sono inoltre associati al liquido amniotico e quindi alla nascita della vita. 

Personaggi del presepe bolognese

Personaggi del presepe bolognese

Ogni regione italiana aveva ed ha il suo caratteristico presepe. Ricordo in particolare oltre a quello siciliano – specie della zona di Trapani e spesso in corallo – quello bolognese, con i personaggi scolpiti e modellati per intero, abiti compresi. Un’altra peculiarità di quest’ultimo è la presenza di due personaggi tipici: il Dormiglione (il pastorello addormentato) che potrebbe anche rappresentare, a differenza di Benino, colui che è incapace di percepire il messaggio evangelico, e la Meraviglia – una donna con le braccia alzate e la bocca spalancata dallo stupore – che va rigorosamente messa davanti alla grotta. Durante l’Ottocento la diffusione del presepe popolare si realizzò pienamente presso ogni famiglia. Indebolitasi dopo la Seconda Guerra mondiale, a causa dell’introduzione di elementi non italiani come l’Albero o Babbo Natale, la tradizione del presepe viene adesso tenuta viva da associazioni come quella degli Amici del Presepe (Aiap) mostre e rappresentazioni dal vivo come la rievocazione del primo presepio di San Francesco a Greccio e i vari presepi viventi allestiti in molte città e paesi italiani. Per chi se lo può permettere il presepe è un oggetto da collezione; a volte chiuso in una campana di vetro, a volte in teche pregiate, dentro a conchiglie o perfino miniaturizzati dentro a una lampadina, i presepi fanno mostra di sé nei musei del mondo.

Presepe in una campana di vetro

Presepe in una campana di vetro

La maggior parte delle figurine sono in terracotta, ma non si possono dimenticare i presepi di legno dell’Alto Adige né quelli antichi in cera e cartapesta; né quelli di sabbia o di ghiaccio delle località marine o montane; ma ogni materiale è buono: per documentarmi per questo articolo ho scoperto presepi fatti all’uncinetto e perfino con con la carta igienica. Per realizzarli occorrono naturalmente  fantasia, manualità e pazienza.

Non posso terminare senza menzionare la strada del presepe per eccellenza, via San Gregorio Armeno a Napoli (detto “O’ vico de’ pasture”) dove è possibile trovare presepiai e statuine ogni giorno dell’anno. Nono stante i prezzi proibitivi, il luogo vale una visita perché è una manifestazione della vivacissima fantasia della città, in cui si trovano non solo i personaggi caratteristici della tradizione ridotti in scala, ma anche statuine con fattezze di stringente attualità, della politica, della televisione, del cinema e dello sport: basti pensare a Maradona che dopo la sua dipartita prematura è rappresentato con le ali.

Maradona con le ali

Maradona con le ali

Fonti: http://win.storiain.net/arret/num122/artic7.asp

https://www.napolitoday.it/cultura/presepe-napoletano-origini-significato-personaggi.html

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