Moschetto e Shakò – il sabato del villaggio

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il villaggio era stato evacuato. Era un villaggio fantasma.
Saturnino non sapeva di preciso il nome di quel centro abitato, doveva essere pieno di kappa e doppie v, ma non era importante. Si trattava soltanto di un piccolo paese agricolo e nessuna casa si sviluppava su due piani.
I fantaccini avevano preso quel villaggio e lo dovevano tenere per impedire che gli austriaci potessero sboccare su una piccola pianura in cui dovevano passare le truppe che avevano appena vinto a Wagram.
Sembrava semplice.
Saturnino si aggirò fra le casupole e le casette e il sergente disse: «Tu e tu, lì dentro».
Annuì e con Aristide entrò in una casetta. C’era odore di farina, per terra dei giocattoli in legno. Aristide ruppe una finestra con il calcio del Charleville, Saturnino si dispose alla finestra accanto alla sua, in mezzo c’era la porta.
Dovevano attendere.
Il battaglione era avanzato fin lì con la caratteristica formazione a triangolo. Due compagnie per ciascun vertice, quella in avanti era l’avanguardia, le due dopo erano la retroguardia. Se poi il nemico arrivava da un lato e non dal davanti era quel vertice a diventare l’avanguardia.
Così avevano raggiunto quel piccolo villaggio boemo e Saturnino aveva visto passare soltanto un cane randagio.
Era tutto molto triste.
Ma adesso, la sua compagnia era lì e le altre cinque del battaglione attendevano incolonnate.
Anche se Saturnino era un semplice fuciliere, per giunta neppure nato in Francia ma nel Regno d’Italia, conosceva le tattiche della fanteria della Grande Armata.
Ora, bisognava attendere.
Nell’aria, oltre al vento, si sentì lo scalpiccio di tanti zoccoli e poi un nitrito.
Arrivarono dei dragoni austriaci seguiti da alcuni fucilieri che sembravano più lupi che uomini.
Le truppe nemiche dilagarono nel villaggio, poi alcuni fucilieri cercarono di entrare in delle casette mentre i dragoni a cavallo si guardavano intorno, le mani pronte su sciabole, pistole e carabine.
Si sentì la voce del capitano Chevallier. «Fuoco!».
Saturnino prese la mia, ma fu Aristide a sparare per primo.
Un dragone finì fulminato, un altro si piegò all’indietro e cadde di sella.
Saturnino sparò a sua volta e spaccò il cranio a un fuciliere.
Gli austriaci si comportarono come api arrabbiate dopo che un qualche maldestro gli aveva rotto il favo. Crepitando urla, ordini e improperi, si nascosero fra i cespugli e le staccionate, risposero al fuoco.
Saturnino ricaricò il Charleville, fece in fretta con la procedura delle venticinque mosse. Le mani non gli tremavano, era attento, ma poi sentì lo sbuffo di un cavallo.
Erano tre i dragoni che avevano spaccato la staccionata e puntavano su di loro.
«Finito». Saturnino storse la bocca, prese la mira e sparò a un dragone. Lo uccise.
L’altro fu ucciso da Aristide, e cadde di sella.
Rimase il terzo, al centro, che sparò a sua volta con la carabina, ma Saturnino si era nascosto appena in tempo come anche Aristide.
Il dragone si mise a bofonchiare e con intorno il suono degli spari e le urla di guerra fece qualcosa che Saturnino non poté vedere.
Di lì a poco, qualcuno picchiò contro la porta.
«Hai ricaricato?» chiese Aristide.
«Sto facendo…».
La porta cedette e il dragone entrò con la carabina a mo’ di mazza e la sciabola che volteggiava. Era gigantesco, sembrava un granatiere.
Aristide lo assalì con un urlo di guerra, la baionetta avida di sangue, e l’austriaco deviò la canna del moschetto con un colpo di sciabola.
Saturnino, dal canto suo, abbatté il calcio del fucile sul casco del dragone e questi stramazzò in terra. Allora Aristide gli trafisse il collo con la baionetta facendo sprizzare sangue; a quel punto rise.
Se per terra erano stati abbandonati dei giocattoli, adesso loro due avevano rotto il loro giocattolo.
Non ci fu tempo per gioire perché nel povero giardino arrivarono altri austriaci, e se non erano dragoni erano fucilieri ed erano più di tre. Erano almeno una ventina e fra loro c’era qualcuno che Saturnino riconobbe.
Era il tenente feldmaresciallo che aveva incontrato il giorno prima, quel diavolo di un Radetzky.
Forse l’ufficiale austriaco non li riconobbe e ordinò l’assalto alla casetta.
Saturnino serrò la porta e la bloccò con la carabina del dragone, ma i fucilieri austriaci cercarono di entrare dalle finestre.
Saturnino ne ferì uno con un colpo di moschetto, poi agitò l’arma come una mazza respingendo quegli invasori.
«Ritirata! Ritirata!» gridò Chevallier.
Saturnino scambiò un’occhiata di intesa con Aristide e scapparono dall’altra parte della casetta. Fu un gioco da ragazzi aprire una finestra – senza romperla – e fuggire da lì, lasciandosi alle spalle l’odore di farina. Poi corsero verso l’esterno del villaggio, in direzione sud, e trovarono tutti gli altri commilitoni.
Adesso il villaggio era in mano austriaca e Saturnino si sentiva stizzito all’idea di aver abbandonato la posizione di fronte a Radetzky.
Il maggiore si agitò e mandò all’attacco un’altra colonna. Sarebbe stata questa a strappare il possesso del villaggio agli austriaci. Forse non sarebbe stato come Saragozza, o forse sì – Saturnino aveva sentito i racconti dei commilitoni sulla “guerra al coltello” di quella città.
Il capitano allargò le braccia. «Signor maggiore, e io e i miei uomini?».
«Vi siete dati da fare abbastanza, ma aveva avuto troppi morti». Allora il maggiore ordinò di muoversi in direzione est.
La compagnia di fantaccini italiani obbedì e si dispose in un campo coltivato. Era soltanto un incarico secondario, come quello di fare da retroguardia in un’avanzata a triangolo. Adesso a prendere il villaggio ci avrebbe pensato quell’altra compagnia.
Se Saturnino era stizzito, Aristide masticava astio. Con occhi di brace osservava il villaggio e non era felice di quell’evento, ma loro erano semplici uomini, non potevano rimanere per sempre in quel villaggio. Se soffrivano delle perdite, era inevitabile ripiegare.
«Di là, guardate!» gridò un commilitone.
Stavano arrivando dei fucilieri austriaci e in testa c’era il tenente feldmaresciallo di prima.
Saturnino aveva il colpo in canna. Allargò le gambe per avere più stabilità, prese la mira e attese che Radetzky fosse abbastanza vicino.
Quando calcolò che l’ufficiale era alla distanza giusta premette il grilletto.
Non fu il primo sparo della giornata né l’ultimo, ma quello era l’ultimo colpo che avrebbe subito Radetzky perché cadde in terra.
Tutti scoppiarono a ridere ed esultarono.
Gli austriaci, mortificati, tornarono indietro verso il villaggio dove già stava infuriando la battaglia. E non era Saragozza.
Qualcuno fece i complimenti a Saturnino, Aristide rise, poi il capitano Chevallier gridò: «In ordine, soldati».
Saturnino sarebbe tornato a Varese con la fama dell’ammazza ufficiali austriaci, ma poi lanciò un urlo di scoramento: il tenente feldmaresciallo si era rialzato in piedi e stava scappando, adesso era troppo lontano perché Saturnino potesse colpirlo di nuovo.
«Accidenti!» disse Aristide. «Nostro Signore è morto il venerdì ed è resuscitato il sabato come è oggi».
«No, oggi è sabato ma lui è resuscitato la domenica. E poi, quello è solo un maledetto austriaco, mica Nostro Signore» rispose Saturnino, irritato.
Rimasero lì ad attendere un’altra battaglia.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *