Moschetto e shakò – Il ponte

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Spesso e volentieri Saturnino considerava i genieri della Grande Armata come individui azzimati, con uniformi eleganti e i caschi che più che di dragoni francesi sembravano di dragoni austriaci.
Ma si era sbagliato.
In quel momento Saturnino assisteva ai lavori dei genieri su un ponte sull’ennesimo affluente del Danubio. Era un fiumiciattolo e perciò non serviva un ponte di grandi dimensioni. Poteva andare bene un ponticello perché bastava che qualche centinaio di uomini ci potesse passare sopra al contempo.
I genieri, poi, erano sporchi. Invece del casco con la cresta erano a capo nudo, avevano le camicie sudicie e facevano avanti indietro con le barchette trascinandosi delle cime. Altri, facevano lavoro di martello e chiodo per aggiustare la struttura.
Il capitano dei genieri sorrise a Chevallier. «Fra poco sarà finito».
«Bene, me ne compiaccio». Il buon capitano Chevallier non sembrava molto entusiasta.
Saturnino stava immobile con il resto della compagnia e osservava il fiumiciattolo. Le acque erano limacciose, la corrente era forte. Sembrava molto profondo.
Dopo l’ultimo colpo di martello, i genieri si alzarono tutti in piedi e lasciarono il ponte. Quelli sulle barchette si ritirarono e le corde rimasero attaccate ai piloni della struttura come festoni di una festa mai avvenuta.
«Allora, collega, ti sembra a posto?».
«Sì» rispose Chevallier. «Mi va bene». Passò a chiamare il sergente.
Il sergente, sempre rosso per il troppo urlare, annuì. «Dai, muoviamoci».
L’intera compagnia formò una serpentina e salì sul ponte. Saturnino fu tra i primi a salire e sempre tra i primi a scendere.
Ci vollero due minuti prima che l’intera compagnia fosse passata dall’altra parte. Centoquaranta uomini con un paio di cavalli, e aveva retto. Tutto era andato bene.
Alcuni genieri tornarono sul ponte, forse dovevano sistemare un’ultima cosa, ma a Saturnino sembrò strano: era andato tutto a posto. Forse era stato per quegli scricchiolii, ma era stato il minimo. L’importante era che il ponte avesse funzionato alla perfezione.
Solo che, all’improvviso, i genieri si misero a gridare come scimmie. Lasciarono cadere martelli e chiodi e scapparono.
Saturnino grugnì incuriosito.
Da dietro alcuni cespugli comparvero dei cannoni. Erano proprio in corrispondenza di un’ansa, e avevano davanti a loro il ponte. Fecero fuoco e le palle sibilarono sfiorando la struttura in legno.
Il sergente sbraitava, ancora più paonazzo del solito.
Chevallier era in allarme. «Impediamogli di distruggerlo».
La compagnia si riversò contro i cannoni, ma gli artiglieri dapprima li ignorarono – erano ancora concentrati nel distruggere il ponte – poi ancora li ignorarono e ai fantaccini italiani ci pensarono alcuni fucilieri austriaci.
Delle salve di moschetto schioccarono nell’aria umida e alcuni fantaccini caddero sull’erba feriti o morti.
Arretrarono tutti.
I genieri erano allarmati. «Passate oltre! Passate oltre! O sennò…».
Una palla di cannone colpì in pieno il ponte spezzandolo in due; nessuno l’aveva ancora usato per attraversare il fiume.
Era una costruzione ancora più fragile di quel che Saturnino avrebbe scommesso. Bastò solo quel colpo ben piazzato che, come con un effetto domino, l’intero ponte crollò. Sembrava quasi un castello di carte e la palla di cannone il fiato di una persona dispettosa.
Di lì a poco, del ponte non rimasero che due monconi. Era mezzo crollato, ma comunque era interrotto del tutto, impossibile usarlo per attraversare l’affluente del Danubio.
Erano tutti sconcertati, gli italiani. E adesso?, si chiedevano tutti.
Arrivarono altri austriaci. Avevano tutti dei sogghigni demoniaci e si disposero in una linea di battaglia.
Saturnino pensò che adesso erano costretti a combattere: non c’era modo di fuggire.
«Non temete, che adesso lo ricostruiamo!» gridavano i genieri.
Ma solo Saturnino avrebbe voluto chiedere loro cosa pensavano del fatto che c’erano i cannoni austriaci che avrebbero potuto vanificare di nuovo i loro sforzi.
«Secondo me, ora si attacca». Aristide era sorridente, ma Saturnino non ci vedeva nulla di buono.
Era l’estate del 1809 e i francesi avevano appena trionfato a Wagram. Adesso, gli austriaci volevano vendicarsi. Forse gli sarebbe bastato il tributo di quella compagnia, oltre che del ponte.
Chevallier tenne fermo il cavallo, poi sguainò la sciabola. «Alla baionetta! All’attacco! Viva l’Imperatore!».
Era quello, allora, si finiva sempre lì.
Saturnino ebbe il tempo di innestare la baionetta e partì di corsa con il resto dei commilitoni.
Gli austriaci rimasero di sasso. Stavano ancora organizzandosi, erano lenti, pigri.
Saturnino ne punzecchiò un paio, e questi fuggirono.
Tutti gli italiani risero. E dire che, da dove veniva Saturnino, Varese, era stato possedimento austriaco. Secondo quegli sgherri in bianco e azzurro, loro dovevano essere dei traditori.
Ora, Saturnino era più sereno.
«All’attacco! Da quella parte!» richiamò Chevallier.
L’intera truppa si spostò e partì all’assalto dei cannoni.
Gli artiglieri sembravano più determinati. Sorridendo, caricarono con la mitraglia i cannoni e spararono.
Sassi, pezzi di metallo e quant’altro decimarono gli italiani, poi da sinistra, dal lato opposto a quello del fiume, arrivarono di nuovo i fucilieri austriaci e questi fecero fuoco.
La compagnia di Saturnino, colpita da due lati al contempo, ebbe morti e feriti, forse il numero di effettivi pronti alla battaglia erano stati dimezzati, ma Saturnino gridò: «Per il Regno d’Italia! Per Varese!». Non voleva che i suoi fratelli tornassero sotto il giogo degli austriaci.
Fu come se l’intera compagnia fosse esplosa di rabbia. Corsero tutti contro gli austriaci, e mentre gli artiglieri erano intenti a ricaricare i cannoni, i fucilieri erano occupati nel preparare i moschetti.
Le baionette brillarono al sole estivo, poi trafissero i nemici mentre Chevallier e i suoi ufficiali a cavallo li stritolavano con gli zoccoli.
Saturnino gioì, e ancora di più esultò al vedere che gli austriaci correvano a perdifiato. Non era una ritirata strategica, era una rotta.
Aristide diceva a voce alta: «Ecco, che vi dicevo! Dobbiamo sempre essere ottimisti!».
Tutti annuivano.
Saturnino andò verso i resti del ponte e gridò ai genieri, che sembravano ancora timorosi di fare il loro lavoro. «Mettetelo a posto, tutto va bene».
Per quella giornata, decisamente, era tutto finito.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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