La parrucca, da Ramses II a Silvio Berlusconi

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Yul Brinner

Yul Brinner

All’inizio degli anni Cinquanta un attore russo naturalizzato americano, Yul Brinner, entrò nella classifica dei sex symbol mondiali grazie a quello che diventò il suo marchio caratteristico, il capo rasato. In realtà Brinner i capelli ce li aveva, e quella di raderseli fu una riuscita trovata pubblicitaria che contribuì al successo del musical “The king and i” (Il re ed io); un caso anomalo quello dell’attore, perché fin dalla remota antichità la calvizie – maschile ma a volte anche femminile -  era sempre stata un problema a cui ovviare a tutti i costi. Per questo motivo, fin dal tempo degli egizi, avevano inventato la parrucca da uomo e da donna. Alcuni di questi accessori sono arrivati fino a noi: uno splendido esemplare risalente al 1350 a.C. – una parrucca femminile – è conservato al museo egizio di Torino ed è stato trovato nella tomba dell’architetto Kha e della moglie Merit. Per gli egizi la parrucca era un segno di status e, se nell’Antico regno era relativamente semplice, col tempo diventò sempre più massiccia e complessa; i capelli raggruppati in treccioline erano inoltre decorati con elementi in oro e smalto. Chi non si poteva permettere queste acconciature costose e sofisticate, utilizzava una parrucca mista, parte di capelli umani, parte di fibre vegetali e di lana di pecora. Non sempre i capelli naturali erano rasati: Ramses II, morto alla veneranda età di 90 anni, conservava i suoi, tinti di un colore rossiccio.

Parrucca di Merit

Parrucca di Merit al Museo egizio di Torino

Il mondo classico detestava le persone calve: Luciano di Samòsata, un retore di lingua greca famoso per la sua prosa pungente, nei suoi “Dialoghi delle cortigiane” ironizza sulle parrucche portate da alcune di loro per nascondere le chiazze di alopecia, e suggerisce di controllare l’attaccatura dei capelli, unico posto dove non si riesce a nascondere l’imbroglio. Anche nella Roma antica le signore ricorrevano a ciocche, trecce di capelli posticci o a parrucche intere: queste ultime soddisfacevano la possibilità di modificare velocemente il look delle matrone che avevano una intensa vita sociale. Per fornirsi di materia prima, soprattutto di color biondo o nero intenso, si potevano importare dal nord Europa o dall’India o, in alternativa, si allevavano giovani schiavi a cui poi si rasava la testa. Nella capitale stessa c’era una bottega specializzata nella vendita di questi accessori vicino al tempio di Ercole Musagete. Anche gli uomini romani cercavano, potendo, di coprirsi le zone implumi del capo: famoso è il caso di Giulio Cesare, affetto da una precoce calvizie e preso in giro dai suoi soldati che lo chiamavano “moechus calvus”, il puttaniere zuccapelataSvetonio racconta che la mattina passava ore ad accomodarsi i pochi capelli tirandoli in modo da ottenere un effetto “riporto” in contrasto col suo volto non bello, ma virile, e che alla fine chiese – e ottenne – di portare in capo una corona d’alloro che serviva più che come segno onorifico a nascondere la mancanza di capelli. Caligola che le fonti antiche ci hanno tramandato come depravato e folle, usava parrucche per camuffarsi durante durante le sue uscite notturne in cui frequentava luoghi malfamati, e infine la celebre Messalina, moglie dell’imperatore Claudio che secondo Giovenale nascondeva la chioma scura sotto una parrucca bionda, e così conciata si prostituiva in un lupanare. 

Elisabetta i d'Inghilterra

Elisabetta I d’Inghilterra con una parrucca rossa

Con l’avvento del cristianesimo i padri della Chiesa esortarono i fedeli alla modestia e semplicità proibendo tutto ciò che serviva ad alterare ed abbellire il corpo come belletti, profumi, acconciature ricercate: la “Didascalia Apostolorum”, un testo del III secolo, rivolgendosi agli uomini ammoniva: “A te come uomo fedele di Dio, non è permesso di lasciare crescere la capigliatura, di pettinarla, di eguagliarla, di acconciarla come suggerisce il desiderio”. E più avanti: “non distruggerai i peli della barba, non cambierai l’espressione naturale del tuo viso e non ti farai diverso da come Iddio ti ha creato”. Le parrucche erano severamente condannate partendo dal ragionamento che i capelli di un altro ne conservavano la forza per cui – lo dice San Clemente – nel caso un sacerdote benedica una donna che indossa capelli estranei, la benedizione andrà ai resti di una testa profana, forse impura, forse colpevole e votata alla condanna”. Per tutto il Medioevo le chiome finte scomparvero, per riapparire sporadicamente solo nel XV secolo allo scopo di nascondere la calvizie maschile; nello stesso periodo furono inventate le prime parrucche pubiche per nascondere pustole sifilitiche e verruche genitali, malattie che secondo alcuni si diffusero in Europa dopo la conquista del Nuovo Mondo a contatto con le popolazioni locali. In pieno Cinquecento la scoperta della cultura classica riportò alla ribalta i capelli finti presso le corti signorili: il famoso Enrico VIII volle regalare una parrucca al suo buffone Sexton, e in seguito la moda fu continuata da Elisabetta I che aveva una vera e propria ossessione per il suo aspetto fisico. La regina – dotata di bei i capelli naturalmente rossi – fu colpita giovanissima dal vaiolo che le diradò molto le chiome e la costrinse ad indossare elaborate parrucche. Si dice che ne avesse fino ad ottanta. Altri regnanti seguirono il suo esempio: Enrico III di Francia, Margherita di Valois – che si circondava di cameriere bionde a cui opportunamente tagliava i capelli per fabbricare le sue parrucche – Mary Stuart (Maria di Scozia) che aveva un collezione addirittura più fornita di quella di Elisabetta I.

Charles Lebrun, Luigi XIV re di Francia

Charles Lebrun. Luigi XIV re di Francia

Il Seicento e il Settecento furono i secoli d’oro della parrucca; definita dallo storico olandese Johan Huizinga come “la cosa più barocca di tutto il barocco”, la testa finta ben si prestava a soddisfare il gusto teatrale e iperbolico del periodo. Indossata all’inizio da Luigi XIII per occultare la perdita di capelli, la parrucca si diffuse in Francia e poi in tutto il continente europeo grazie al figlio Luigi XIV, il re Sole, che era stato colpito in giovane età da una febbre violentissima che gli aveva causato la caduta delle chiome;   la parrucca regale era un ammasso monumentale e pesante di riccioli che cadevano sulle spalle e sulla schiena e arrivavano in altezza a superare i quindici centimetri. In seguito parrucchieri celebri arrecarono essenziali modifiche, rendendole assai più leggere. I capelli erano requisiti presso le contadine e le donne povere, ma gli avversari di questo ornamento insinuarono che le parrucche erano confezionate con capelli di gente morta o giustiziata; ma non per questo però il prezzo e la moda subirono contraccolpi. Un modello molto apprezzato fu in particolare il tipo “a finestre”, con delle aperture nascoste che permettevano di far uscire quello che restava dei capelli veri. Il sovrano e la sua corte potevano contare su una quarantina di parrucchieri che lavoravano a Versailles in pianta stabile;la professione diventò importante e su impulso di Luigi fu creata una vera e propria corporazione.

Carle Vernet. La toilette d'un clerc procurer

Carle Vernet. La toilette d’un clerc procurer

La parrucca era un accessorio molto costoso, specie se fatto di capelli umani: in alternativa si usavano crine di cavallo o pelo di capra. La sua circonferenza impediva però l’uso del cappello, che si metteva semplicemente sotto braccio; tuttavia oltre agli svantaggi, essa aveva vantaggi fisici e soprattutto psicologici non trascurabili: indossata sul cranio rasato, favoriva una maggior pulizia in un’epoca in cui pullulavano cimici e pidocchi. Inoltre rialzando la statura, dava alla figura maschile un senso di imponenza regale che aumentava il prestigio dell’individuoDi colore nero all’inizio, verso la fine del Seicento fu imbiancata con la cipria, che altri non era se non farina di riso, a cui potevano essere aggiunti anche gesso o farina normale, ovviamente meno costosi. Intanto in Inghilterra il primo ministro William Pitt aveva applicato una tassa sulle parrucche, causando una levata di scudi nell’aristocrazia, che smise di portarle. Quando il parlamentare decise di abbassare il balzello la moda era ormai cambiata: l’accessorio era ormai sparito definitivamente dall’uso comune, rimanendo legato solo ad ambiti istituzionali; è per questo che ancor oggi viene indossata dai giudici dei tribunali inglesi. Al suo apparire in Italia la parrucca sollevò polemiche e discussioni e causò l’intervento della legge: di ritorno da un’ambasceria a Parigi, il veneziano Conte Scipione Vinciguerra di Collalto, la esibì per primo durante una passeggiata sul liston, in piazza San Marco. Ma la novità rivoluzionaria non piacque al Gran consiglio, che nel 1688, si affrettò a proibirne l’uso a tutti i magistrati nel pieno delle loro funzioni pubbliche. Il doge Erizzo invece, giunse al punto di diseredare suo figlio che aveva osato indossarla.

Maurice Quentin de La Tour. Autoritratto

Maurice Quentin de La Tour. Autoritratto

Fino alla Rivoluzione francese, la moda della parrucca incipriata continuò a contagiare gli uomini e successivamente le donne e perfino i i bambini. Chi poteva permettersi il parrucchiere personale era esigentissimo: Vittorio Alfieri racconta di aver lanciato un candeliere contro il domestico che gli aveva inavvertitamente tirato una ciocca di capelli. Un servitore soffiava la polvere sul paziente in un apposito stanzino con un piccolo mantice, mentre il volto e il corpo erano protetti con un accappatoio e un cono che copriva la faccia. Oltre al riso si usavano l’amido mescolato con polvere profumata, e per quelli che non se lo potevano permettere, calcina, gesso, legno tarlato, osso bruciato, il tutto passato con cura al setaccio. Il principe Francesco I di Modena invece, si faceva spruzzare polvere d’oro in testa. L’uso della parrucca diventò generale, al punto che non fu più possibile vietarla, mentre a Venezia gli Inquisitori, non riuscendo a proibirla, finirono per tassarla. Più frequente per l’uomo che per la donna, la parrucca continuò a coprire teste per tutto il Settecento: durante il primo ventennio del secolo si portarono ancora i parrucconi lanciati da Luigi XIV; in seguito le chiome si ridussero, e fu fondamentale portarla dello stesso colore delle sopracciglia. Nel 1730 si diffuse la “parrucca a groppi”, che terminava con due nodini di capelli. Tuttavia la tipica parrucca maschile settecentesca, di moda soprattutto verso la metà del secolo, aveva un ciuffo alto e arricciato sulla fronte, riccioli sulle orecchie e un codino avvolto in un sacchetto di seta nera. Ma i modelli erano assai di più e furono illustrati nelle varie enciclopedie per pettinarsi. I capelli erano impomatati, e poi arricciati con una specie di permanente avanti lettera, bolliti e infine cuciti a una reticella e fermati da nastri nascosti. I parrucchieri, che facevano anche i barbieri, avevano botteghe elegantissime piene di specchi e dorature; andare dal parrucchiere alla moda diventò sinonimo di eleganza: a Venezia Monsieur Galibert, soprannominato “Il sultano”, aveva il negozio in piazza San Marco con numerosi aiutanti e garzoni, e si faceva pagar salato. Attorno al 1780 si cambiò modello, introducendo due rigidi boccoli laterali; infine le acconciature si portarono molto gonfie e spolverate con cipria grigia.

Ragazza cinese all'inizio del XX secolo

Ragazza cinese. Inizio XX secolo

Fu la Rivoluzione francese a segnare il declino delle parrucche, a causa dell’evidente richiamo alle mode dell’odiata aristocrazia: durante il Terrore infatti uscire coi capelli incipriati era rischioso, perché si poteva finire sulla ghigliottina. All’inizio del XIX secolo e in omaggio al nuovo regime, ancora per qualche anno l’industria delle pettinature in Francia continuò a utilizzare 130.000 chili di capelli all’anno; la produzione locale rimase peraltro insufficiente, e dovette ricorrere all’importazione dall’estero, specialmente dalla Cina dove le trecce (fatte in seguito scomparire dalla Repubblica di Mao) potevano scendere fino ai piedi. Ormai eclissate dalle teste maschili le chiome finte rimasero a lungo su quelle femminili, dove si inanellavano trecce posticce che sostituivano l’inevitabile diradarsi dei capelli con l’età.

Nel 1915 le sorelle Carita – famose parrucchiere parigine – rivisitarono questo accessorio per i modelli Givenchy durante una sfilata di moda a Parigi. La rivista Life riportò la storia, contribuendo a modificare l’immagine associata alle parrucche come di un accessorio di distinzione sociale per ricchi e nobili e consolidando così l’industria del settore. Indossate per ragioni mediche, dalle star del cinema e per nascondere chiazze di alopecia, le teste finte potevano anche essere noleggiate dalle clienti meno abbienti che non potevano permettersi di comperarle. E gli uomini? Negli anni Sessanta il successo dei Beatles fece rifiorire la moda dei capelli lunghi. All’inizio degli anni Ottanta un imprenditore bolognese, Cesare Ragazzi, diventato calvo, decise di studiare il problema e inventò una protesi tricologica, ovvero un trapianto non invasivo applicato direttamente sul cuoio capelluto. Grazie a uno spot pubblicitario efficace (Salve, sono Cesare Ragazzi, e ho in testa un’idea meravigliosa) che diventò un vero e proprio tormentone, riuscì a collezionare più di 900.000 clienti tra cui anche nomi famosi come Lucio Dalla. Quello delle parrucche è stato ed è un enorme business dilagato anche su internet, e che ha portato come conseguenza il farne oggetto di furto. La cosa continua al giorno d’oggi: anche recentemente alcuni ladri si sono introdotti in un tempio indiano dedicato a una reincarnazione del dio Vishnu impadronendosi di 10 sacchi pieni di capelli pregiati del valore di 750.000 rupie, pari a quasi 11.000 dollari.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Non tutte le parrucche sono uguali: le più economiche sono spesso composte da un misto di capelli di plastica, peli animali, capelli caduti dal parrucchiere e finiti nelle tubature. Le parrucche ed extension più pregiate sono invece create con veri capelli umani. Anche ai giorni nostri esiste il merkin, il parrucchino pubico che viene tuttora usato al cinema, per evitare agli attori indesiderate esposizioni di organi genitali. In quanto alla calvizie, forse la più famosa in Italia è quella di Silvio Berlusconi, che cercò di rimediare con un trapianto di capelli, mostrandosi nel 2004 con una bandana che copriva i segni post-chirurgici. In seguito un’estetista di fiducia ha ritoccato i vuoti con una matita e – dal momento che per fare i miracoli ci vuole un santo - l’effetto che fa oggi l’ex premier è quello di un uomo anziano con un elmetto in testa. Non era meglio la saggia decisione di Yul Brinner?

Fonte:

Rosita Levi Pisetsky, Storia del Costume in Italia, Istituto editoriale italiano

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Chi lo ha scritto

Bianca Maria Rizzoli

Sono diplomata al Liceo artistico e ho cominciato a lavorare come insegnante di storia del costume e storia dell’arte, per poi occuparmi di comunicazione istituzionale. Ho pubblicato fumetti, illustrazioni e partecipato ad alcune mostre collettive. Ho realizzato un mazzo di Tarocchi; su questo tema ho anche scritto un libro: “Tarocchi. Storia e significato simbolico”.

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