LA FORZA CREATIVA DEGLI ANNI ’90

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Prendo spunto per scrivere quanto ho da dire in merito ad un’articolo apparso qualche numero addietro dell’Undici, (http://www.lundici.it/2020/10/11-motivi-per-rivalutare-la-musica-degli-anni-80/) relativo agli spensierati e vacui – almeno a mio parere – anni ’80 e le sue colonne musicali a fare da sfondo a quel decennio. Qui prendo a prestito gli anni ’90 poiché sono la giusta continuazione. La linea diretta. La memoria è o dovrebbe essere lucida. E cosa mi ricordo di quegli anni? A livello internazionale si registra la fine dell’apartheid in Sudafrica con l’elezione di Nelson Mandela a presidente di stato.  L’Iraq invade il Kuwait, con conseguente prima guerra del golfo. Non posso non citare l’azione eroica del nostro capitano Cocciolone, catturato dalle forze irachene e assurto a rango di eroe nazionale. Si affaccia in maniera per niente timida la diffusione di uno strumento destinato a cambiare per sempre le abitudini di tutti noi, Internet. Il Presidente degli Stati Uniti, Clinton, per un “lavoretto” extra effettuato dalla sua stagista, Monica Lewinsky, rischia di lasciare la Casa Bianca.

E nel nostro Bel Paese iniziano a registrarsi i primi flussi migratori. Dall’Albania arrivano navi gremite di profughi e dall’Africa genti che scappano dalla miseria. Intanto, dopo la tempesta di Mani Pulite, un personaggio, Sua Emittenza, dichiara la sua discesa in campo politico, sgombra il terreno da ogni avversario (Professore a parte), e detta le sue regole per un altro ventennio. 

Anni 90, parliamo di trenta anni fa eppure, e non è un modo di dire, si tratta di un secolo fa. La musica, ancora una volta è la musica a portarci fuori da questi momenti epocali. Questa decade propone sotto il profilo musicale delle uscite discografiche notevoli e come tali risultano essere oggi, con l’occhio del poi, autentiche pietre miliari.

Faccio fatica a scegliere UNDICI album (come si diceva un tempo) rappresentativi di questo tempo. Perchè la scelta è tanta, la produzione è immensa e la qualità è elevata. Tuttavia sono qui e voglio cimentarmi in questa prova.

In termini geografici, il mondo trova le sue scene mondiali in due luoghi. Una, situata a nord della costa pacifica degli States. Seattle è il suo capoluogo. L’altra, dalla parte opposta, in Europa. A sud dell’Inghilterra, Bristol. Due luoghi distanti e che forse in comune hanno ben poco, se non una sana inquietudine giovanile che non aspetta altro di mostrare tutta la sua capacità creativa e tutta la sua rabbia interiore.

Nel primo caso Seattle diventa la città che calamita l’attenzione dei fruitori di musica e della stampa internazionale grazie a gruppi che rispondono a nomi quali Soundgarden, Stone Temple Pilot, Alice in Chains. Ma sono i Nirvana con Nevermind ed i Pearl Jam con Ten, che fanno esplodere il suono da questa città e che i media battezzeranno per comodità con l’etichetta Grunge, un modo di essere e di proporre musica. I Nirvana si impongono da subito. Il loro disco propone canzoni facili all’ascolto ma incendiare nel sound. Un pop che si innesta su sonorità punk. E’ il rock che prende di nuovo vita. Smells Like Teen Spirit diventa la canzone manifesto di un intera generazione. Anche la copertina dell’album è destinata ad essere ricordata. Sensazionale ed inquietante. Il suo leader Kurt Cobain, con la sua aria angelica esprime con la sua voce tutta la disperazione di cui è capace.  Insomma sto parlando del più importante disco Rock degli anni 90.

A seguire i Pearl Jam. Ten diventa un’altro pezzo di storia. Un disco molto ispirato. La voce di Eddie Vedder, a tratti tormentata e a tratti oscura, si intreccia con il suono accattivante di chitarre e sezioni ritmiche infuocate. Un disco che, ancor oggi, suona fresco. Ogni canzone vive di energia propria. Ed ognuna supera l’altra per bellezza vitale. Un disco incazzato a rappresentare una generazione disillusa, ferita ed in cerca di una direzione.

RED HOT CHILI PEPPERS

RED HOT CHILI PEPPERS

Rimango sempre in America sulla costa pacifica, ma scendendo. Arrivando a toccare la California. E qui mi imbatto nei Red Hot Chili Peppers ed il loro Blood Sugar Sex Magic. Loro mi smentiscono. Ho l’idea che ogni artista musicale propone il meglio di sè entro i primi album (Beatles e Bowie e molti altri ancora, dichiarano con la loro discografia il vero contrario, per esempio). loro ci arrivano dopo 5 album. Una miscela di rock, funky, hip hop, psichedelia. Capolavoro. Un suono divertente e piacevole all’ascolto. Energia esplosiva. Riferimenti sessuali. Dalla California il rock si propone in una nuova forma. Canzoni eterogenee e mutanti per ritmo e forma. Un esempio? Give it away, Suck my kiss e Under the Bridge.

Rimango ancora negli Stati Uniti. Non sono per mia natura sensibile al metallo o all’heavy-metal ma per dimostare che sono di orecchio aperto, pongo la mia scelta sui Metallica con il loro disco omonimo o The Black Album. Per me un’autentica sorpresa. Il metal che si emancipa. Il metal che fa uno scarto. Il metal che si evolve. E forse il metal che sdogana il metal stesso. Suoni ruvidi su ballate dolci e granitiche. Chitarre feroci, batteria d’attacco, ritmica aggressiva. L’ascolto scivola. Una scoperta di apertura per i miei gusti.

Le proposte che arrivano dagli Stati Uniti in questi anni sono tante, sono varie, sono forti. Difficile fare delle scelte. Ogni nome che vado ad elencare è portatore di qualcosa di bello, in qualche caso anche di nuovo. Per cui come non poter citare gruppi già affermati come i Black Crowes, i REM o i Sonic Youth che continuano a proporre dischi di gran fattura. E poi si presentano pezzi da 90 (per l’appunto siamo in questi anni) quali gli Smashing Pumpinks, gli Slint, i Pavement, gli Eels, i Supergrass, i Rage Against The Machine ed infine coloro che diventeranno, nei nostri anni, i paladini del rock mondiale, i Foo Fighters. Ricordo dal Canada i Nine Inch Nails. Ma queste sono tutte Band con la B maiuscola. 

USA O UK? Jeff Buckley o Radiohead? Due album da avere, perchè scegliere?

USA O UK? Jeff Buckley o Radiohead? Due album da avere, perchè scegliere?

Lenny Kravitz non perde il suo fascino, anzi. Si conferma non in modo originale, ma mette rock & soul d’accordo. E sono anche altri gli artisti che emergono ad inizio decennio. Due ragazzi talentuosi. Uno è Beck che con la sua Loser conquista una generazione al pari di Smell Like Teen Spirit. L’altro su cui mi soffermo è Jeff Buckley con il suo Grace. Una voce fuori dal comune irrompe alla radio quando entro in contatto con questo artista. Melodie delicate, chitarre sensibili, qualcosa di struggente è davanti a noi.  Canzoni sofferte che esprimono disagio. L’amore cantato e osannato. Sembra di toccare la sofferenza con le proprie mani, ma sembra anche di toccare qualcosa di impalpabile, come fosse una perdita. Di fatto lo sarà poiché questo resta l’unico disco di Jeff Buckley.

Prima di trasferirmi in Europa non posso non citare i suoni differenti e lontani dalla mia cultura che, già a finire degli anni 80, sto sempre più prendendo in considerazione. Arrivano dal mondo black rappresentato dal rap, dall’hip hop o da un mix di tutto ciò.  E quindi voglio ricordare i Fugees, gli Arrested Development, DJ Shadow.

Ed eccoci qui in Europa. Inghilterra. Esattamente Bristol. L’altra capitale del suono mondiale degli anni ’90.

Massive Attack ed il loro Blue Lines

Massive Attack ed il loro Blue Lines

Qualcosa di coinvolgente, di nuovo, di magnetico con l’arrivo dei Massive Attack ed il loro Blue Lines cattura il mio udito. Qualcosa a cui non riesco a resistere. Il vinile ha fatto molti giri sul mio piatto. Non contento ho provveduto anche all’acquisto del cd. L’ascolto è inarrestabile. Una rivelazione. Ancora oggi un suono che risulta fresco. Attuale. Suoni campionati. Un mix di hip hop, reggae, dance e ritmi lenti. Due canzoni su tutte, Safe from Harm e Unfinished Sympathy. Una meraviglia.

E rimanendo a Bristol come non segnalare i Portishead con Dummy. Evidentemente la città assonnata dal post Thatcher trova nella musica la sua via di fuga. Le sonorità qui si affinano, si prende la distanza dai Massive. Un disco che seduce, le atmosfere sono cupe, la voce di Beth Gibbons si fa eterea. Il cinema al servizio del gruppo. Un soul che si mescola con l’elettronica. Un suono spettrale. Ipnotico.

Non posso non segnalare che nei primi anni ’90 sempre a Londra, iniziava a prendere forma una nuova voglia di aggregazione, presso stabilimenti industriali dismessi, dove i giovani davano vita a dei party house, sotto l’influenza delle nuove droghe, extacy. Con DJ che aprivano danze a suon di battiti martellanti. E da qui che nella seconda parte di questa decade si impongono gruppi quali Chemical Brothers, Underworld, Prodigy, Orbital. L’esaltazione della musica techno. Ed intanto in Francia, per non essere da meno, i Daft Punk emergono con un elettronica mista a funk, disco, campionamenti hip hop.

In Inghilterra, poi, il pop fa sempre da padrone. Dice sempre la sua. E lo fa a più voci. A ricordare che tutti possono esprimersi musicalmente, perchè il pop è nel DNA degli inglesi. Ma è un pop d’autore. E così Mr. Paul Weller è sempre sulla vetta dall’alto del suo stile. I Depeche Mode rimangono brillanti. Emergono gruppi quali i Verve, i Pulp, i Primal Scream, i Belle & Sebastian. Ci sono conferme come i My Bloody Valentine.

Ma a tenere banco sono due gruppi. E sembra di tornare come nella Londra degli anni ’60 quando i Beatles ed i Rolling Stones sbancavano. Si tratta dei Blur e degli Oasis. Ovvero l’ascesa del cosidetto brit-pop.  Nel primo caso, Blur, la scelta mi diventa ardua. Non so se scegliere Park life oppure il disco omonimo. Opto per il primo.  Disco vivace e descrittiva di un Inghilterra di metà anni ’90. Gruppo che riesce a cogliere le sfumature di questi anni, di una nuova stagione e forse anche di una generazione. Un nuovo suono britannico rivisitato, prendendo spunto dai sixties. Il disco è trainato dal tormentone Girls & Boys, autentico apripista ai tempi quando andavo in disco, non per ballare ma per ascoltare.

A seguire gli Oasis con (What’s the Story) Morning Glory ?. Forse questo disco per il brit-pop fu ancor più determinante. Un disco inglesissimo e fortemente segnato da suoni o affermazioni  Beatlesiane. Il disco è piacevole. Ascoltabile. Godibile. Canzoni come Wonderwall, Don’t look back in anger risultano essere capolavori di musica pop.

In questo contesto artisti come Nick Cave, nei ‘ 90,  escono con degli autentici gioielli e per rimanere in questo ambito una donna che risponde al nome di Polly Jean Harvey, cioè PJ Harvey è colei che si avvicina con ruvidezza a Nick. Affianco a loro si propongono, con suoni più dolci, ballabili e anche ricercati Jamiroquai e Bjork.

L’ultimo disco inglese che cito è quello dei Radiohead, OK Computer. Un album non semplice, tendente alla tristezza. Un disco che rappresenta qualcosa di nuovo rispetto al gruppo e rispetto anche alla musica stessa. Rimane la bellezza della musica. Il pop che si reinventa. Il pop sperimentale. E’ qualcosa di più vicino ai Pink Floyd.  

Infine, ma non per questo ultimo, decido di prendere uno spazio per la musica nostrana. E’ giusto dare luce al suono che proviene dal nostro paese. Negli anni ’90 in Italia c’è fermento. Ricordo il movimento delle posse influenzato dal rap e dal hip hop. Frankie NRG e gli Aeroplani Italiani svettano su tutti per originalità. Voglio anche ricordare, per mantenere un piede ben ancorato nelle radici del cantautorato italiano, il disco di Fabrizio De Andrè, Crèuza de Ma, considerato ancor oggi dalla critica mondiale un disco fondamentale. Nel mentre muove i primi passi un certo Vinicio Capossela. Ma è sempre nel contesto rock che le cose muovono. I CSI, ex CCCP, si confermano ad alti livelli. Intanto da Torino si presentano i Subsonica, dalla provincia grande di Cuneo arrivano i Marlene Kuntz, da Milano i Bluvertigo capitanati da Morgan e gli Afterhours guidati da Manuel Agnelli compaiono sulla scena nazionale, da Napoli gli Almamegretta.

Il dado, di Daniele Silvestri

Il dado, di Daniele Silvestri

Ma chi più di tutti mi prende e sono anche convinto che se fosse stato un personaggio anglosassone avrebbe avuto un maggior successo è Daniele Silvestri con Il Dado. Dico Silvestri perchè è il disco che rimane, più di tutti quelli usciti in quegli anni, ancorato alla tradizione italiana, impegnato ma non banale. Certo ci sono delle influenze, inutile negare. Ma il suono risulta gradevole. I testi li trovo interessanti. Un disco eclettico e ambizioso. Un pop italiano nuovo. Un pop intelligente, D’autore.

A distanza di 30 anni, la musica dei ’90, continua ad essere viva, a catturare l’attenzione di nuovi adolescenti, ad influenzare i nuovi gruppi musicali. Un decennio particolarmente prolifico . Un suono ancora fresco. E per chi è amante del rock segna un punto a cui sempre tornare.

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