Giusto l’epoca di Scrooge

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Se c’è una cosa che mi piace fare, quando arriva dicembre, è leggere Canto di Natale di Charles Dickens. Bisognerebbe sempre tenerne una buona edizione in casa, perché è proprio la favola adatta a creare la giusta atmosfera. Lo spilorcio finanziere londinese Ebenezer Scrooge, talmente arido da considerare il Natale un impedimento, d’ispirazione anche per la figura di Paperon de’ Paperoni, è considerato uno dei protagonisti meglio riusciti di Dickens, scrittore britannico dell’età vittoriana, nato e morto nel Regno Unito rispettivamente nel 1812 e nel 1870. 

Scrooge è fastidioso, talmente è povero di spirito! Odia il Natale e tutte le occasioni conviviali. Tratta malissimo il suo commesso Bob, a sua volta padre di una famiglia numerosa, con Piccolo Tim in prima fila, un personaggio adorabile e povero “zoppetto”. Scrooge rifiuta gli inviti del nipote, l’unico ad avere una genuina cordialità nei suoi confronti, lo snobba e deride. Per questo, si troverebbe bene in questi tempi di pandemia da Covid-19, in cui abbracciare qualcuno è diventato un lontano ricordo, sono proibite le cene con le combriccole allargate e non si va a fare visita ai parenti, per paura di infettarsi e di infettare. Sì, questa sarebbe giusto l’epoca di Scrooge!

Ebbene, dicevo, l’avido vecchiardo taccagno la notte della vigilia fa un sogno, o meglio dire un incubo. Riceve la visita dei tre spiriti natalizi, presente, passato e futuro. Una sorta di resoconto meschino sull’inutilità della sua vita. Un viaggio a tappe, in cui egli rivivrà i tratti salienti della sua esistenza, per poi precipitare in un baratro, alla vista di una tomba vuota; paventando l’idea di un funerale sterile, senza nessuno che sia realmente addolorato. E allora ci sarà il pentimento, il cosiddetto cambio di rotta. 

Dickens suggerisce che i tre spiriti del Natale abbiano graffiato il cuore di Scrooge, instillando in lui gocce di umanità, suscitando sentimenti di generosità e amore. Balle! Guarda caso, è sempre la morte a fare la differenza; la minaccia di vedersi scomparire senza possibilità di redenzione e precipitare all’inferno. In questo il personaggio di Ebenezer Scrooge è umano e attuale, in qualunque epoca lo si collochi. E magari è proprio la motivazione per cui ci ha tanto colpito; per essere riuscito a prendersi gioco di tutti nel fingere una conversione disinteressata, quando invece nel diventare generoso è ancora una volta al proprio tornaconto che ha pensato.

Il padre di Charles Dickens, John, è stato impiegato all’ufficio paghe della Marina e si è reso colpevole di appropriazione indebita. Per sfuggire all’arresto ha dovuto fare una vita, diciamo così, movimentata. Charles, dal canto suo, era di salute cagionevole. Non ha ricevuto una buona istruzione, però si è salvato con la lettura, il suo passatempo preferito. Il padre aveva gusti da gentiluomo e scarsa considerazione per il bilancio. A dodici anni Charles fu mandato a lavorare e il padre fu rinchiuso per debiti. La storia triste è stata anche romanzata e trasposta sul grande e piccolo schermo, tutti noi abbiamo assistito al confronto fra queste due figure. Un figlio che avrebbe bisogno di sostegno; un padre che lo incita a non mollare, ma viene portato in carcere dalle forze dell’ordine. Tutto questo per dire che da studentessa mi chiedevo come mai i suoi libri parlassero sempre di orfani maltrattati, sfruttati nelle fabbriche. Oliver Twist, solo per fare un esempio, è una pena! Conosco gente che non è riuscita a leggerlo. Purtroppo siamo il prodotto della nostra storia, del nostro passato. La sofferenza, in un modo o nell’altro, si affaccerà sempre seguendo strade note, per quanto in apparenza impreviste e imprevedibili.

Charles, dopo l’arresto del padre, ha lavorato per sei mesi in una baracca sporca, buia, infestata dai topi. Incollava etichette sui flaconi da lucido da scarpe, insieme ai ragazzi dei bassifondi, un’esperienza a dir poco traumatica.

L’urgenza di diventare un giorno un uomo colto e stimato, ha sempre dovuto fare i conti con una critica altalenante, oserei dire diffidente. La sua produzione letteraria non è esente da difetti; dominano un’ingenuità sentimentale, l’ineluttabile esibizionismo. Pecche da addurre alla sua instabilità emotiva, ad una cultura limitata, di cui egli stesso dubitava, nonché alla mole di lavoro estenuante a cui lo costringevano le scadenze editoriali. Più che scrivere per fame, come spesso si faceva nel suo secolo, egli scriveva per riscattarsi socialmente, dimostrare di valere qualcosa nel panorama letterario; un bisogno morboso di essere a contatto col pubblico, da cui ricevere una benedizione.

Dickens ha creato il romanzo sociale; è ricordato come uno dei più grandi scrittori del suo secolo. Però è stato un autore dal genio istintivo, sensibile ai mutamenti sociali della sua epoca, sempre un po’ timoroso nei confronti della classe operaia. Più che le cause, ha indagato i risultati del sistema di sfruttamento, la falsificazione dei rapporti umani. 

Umiliato, portato alla disperazione, cose che non ha mai dimenticato e lo hanno fatto sentire in una posizione eternamente ambigua, anche quando poi la celebrità e i riscontri sono arrivati.

Una sorta di rifiuto all’integrazione, che lo ha reso popolare.

Le pubblicazioni a dispense, hanno fatto la sua fortuna, mentre questo racconto onirico di Natale, A Christmas Carol, è da collocare nel 1843. Il romanzo breve, di genere fantastico, che consiglieremo sempre ai nostri bambini e che non smetteremo mai di leggere. Ormai, a questo passaggio, siamo affezionati come alla neve, al panettone e agli addobbi. Nessuna pandemia potrà toglierci il nostro personale momento di festa, specialmente dopo averne capito, almeno un poco, le ragioni.

“Onorerò il giorno di Natale con tutto il cuore e ne serberò il ricordo per tutto l’anno. Vivrò ormai nel passato, nel presente e nel futuro. I tre spiriti del Natale saranno sempre vivi in me, e io non dimenticherò mai i loro insegnamenti. Ma ditemi, ditemi che c’è ancora tempo per cancellare quanto sta scritto su quella tomba!”

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *