Ci salverà la Luna

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Tra le cinque e le sei del pomeriggio la città improvvisamente si spopolava: era come se un aspirapolvere grosso e silente prosciugasse persino gli angoli più nascosti delle vie, quelli in cui ti aspetti sempre di trovare qualcuno, foss’anche soltanto un cane attardatosi a fare pipì col proprio paziente padrone. Il cielo, puntuale, imbruniva sempre con gli stessi colori: un’ultima sfumatura di arancio e poi subito l’azzurro scuro si macchiava di nero, rendendo d’un tratto l’aria di novembre solitaria e inospitale.

MeteoMa ormai non c’era davvero più nessuno che ci facesse veramente caso, solo qualche nonno raccontava ancora ai propri nipoti quanto potesse essere piacevolmente invitante una serata autunnale, anche contro le più recenti evidenze. Sì, perché anche a novembre – dicevano – il clima isolano poteva conservarsi dolce e consentire lunghe passeggiate sui marciapiedi brulicanti di gente, frettolosa eppure intenta a guardare le vetrine traboccanti di promesse quasi già natalizie. Erano ricordi piacevoli da ascoltare e, pur essendo poco credibili, riempivano la testa di immagini luminose e rassicuranti, proprio come quelle dei miti di una volta, capaci di consolazioni eterne anche dispetto dello scorrere dei secoli e dell’avvicendarsi infinito delle stagioni. E dire che nonna Adele gliene aveva raccontate tante di storie del genere, tutte quelle sere in cui il sonno proprio non ne voleva sapere di scendere sugli occhi stanchi e i video più nuovi che circolavano in rete non sembravano esserlo poi più di tanto. Lucia continuava a passarle in rassegna ancora adesso, d’altronde lei e il sonno non erano mai stati buoni amici! Ma – a volerne parlare in giro – era in buona compagnia, un po’ tutti i suoi coetanei avevano esperienze simili, forse per questo le specializzazioni di medicina che andavano per la maggiore erano quelle in neurologia, perché il sonno – si sa – ti salva la vita pure quando i sogni, ad interromperlo, non vengono quasi più.

so-it-is-perfectly-safe-to-charge-your-phone-overnight-tin8-0-1490270120Lucia si lasciò attraversare da quest’ultimo avvilente pensiero, mentre cliccava su ‘arresta il sistema’ anche per quel giorno. La stanza era quasi buia e la lampada a energia solare intensificava ogni minuto di più la sua luce bianca e inossidabile: il bianco le era sempre piaciuto ma a volte, come quella sera, le dava un inspiegabile fremito di tristezza. Si guardò intorno. Sul letto, perfettamente allineati, stavano gli abiti che aveva messo via quella mattina: certo che aveva fatto proprio un bel lavoro! Tutti catalogati per diversa pesantezza e per preferenza: prima quelli più leggeri, poi quelli più caldi, infine quelli delle giornate gelide. Erano tutti lì, sospesi in tre grandi blocchi completamente prosciugati dell’aria residua: in alto ne aveva messo due o tre preferiti per ogni stagione, forse per non sciuparli o forse solo perché le ricordassero qualcosa di felice e le facessero coraggio. La vibrazione improvvisa del cellulare le spostò lo sguardo e dallo schermo vide affacciarsi preoccupata e impaziente la faccia di Marco. Certo, non era poi tanto bello che chi ti chiamava potesse immediatamente vedere cosa stavi facendo! Odiava quell’applicazione di sistema, almeno quanto odiava se stessa per aver acconsentito alle manie persecutorie del suo fidanzato (“Ma t’immagini che bello?” – le aveva detto a gentile corredo di un pacchetto sfavillante, che con sua malcelata delusione aveva rivelato uno smartphone 10G di ultimissima generazione – “Potrò vedere subito il tuo sorriso!” – e a fronte di tanta poesia come avrebbe mai potuto dirgli di no?). Ma ora la poesia del momento era svanita e un giorno o l’altro avrebbe dovuto trovare il modo di cambiare telefono, senza che Marco sospettasse chissà quali insoliti scenari. Una scusa d’altronde c’era… ultimissima generazione un corno! Quel telefono era un rutilare permanente di interferenze continue.

- Che fai tesoro? – la voce era dolce, velata appena da una punta di risentimento (precipitarsi a rispondere al telefono non era mai stata una sua prerogativa, doveva ammetterlo…)
- Nulla di speciale, ho appena concluso la lezione di oggi. Mi ero un po’ persa nei miei pensieri.
- Non devi avere paura – il tono si era ulteriormente rabbuiato…
- Non ne ho.
- Lo sai che io starò sempre al tuo fianco, qualunque cosa succeda, vero?
- Certo che lo so, sono abbastanza serena.
- E allora? Non mi sembri felice, nemmeno impaziente, ci hai ripensato?
Stavolta l’interferenza fu davvero provvidenziale: il solito stridore metallico, poi un parlottare confuso, un gridolino forse, infine la voce di Marco ridiventò nitida ma anche più risentita.
- Lucia, ci hai ripensato? Devo saperlo.
- No. Lo sai. Ne abbiamo parlato a lungo. Ormai tutto è deciso.
- Fidati, è la cosa giusta.
- Lo so.
- Domani passo a prenderti alle sette. Cerca di dormire stanotte, non fare al solito tuo.
- Farò solo un ultimo giro di chiamate, credo ai miei, sai com’è fatta mia madre, e a Sara, almeno a lei. Poi andrò a dormire, te lo prometto.
- Ti bacio.
- Anche io.
- A domani. Non scordare nulla.

Il silenzio che tornò a farle compagnia fu rassicurante. Ultimamente parlare con Marco la metteva subito in agitazione, temeva che ad ogni parola potesse carpire una titubanza, un dubbio, un’incertezza, una delle tante che le si affollavano continuamente in testa, e nel cuore.
Partire. Era davvero la soluzione giusta? Sì, in fondo lo sapeva benissimo. Ma davvero poi le soluzioni giuste sono quelle che si ha sempre il coraggio di portare avanti? No, era inutile prendersi in giro. Quel viaggio – che poi… poteva davvero chiamarsi viaggio una partenza senza ritorno? -, quel viaggio lei in fondo non lo voleva fare e ora aveva una paura folle di sbagliare e di non potersi più tirare indietro.
Eppure, se lo ricordava ancora bene l’annuncio trionfale del primo ministro del Governo Terrestre Provvisorio:
- Oggi è un giorno storico per l’umanità! -, e sulla faccia euforica e rubiconda lo sguardo si era fatto teso, penetrante, attento a raggiungere anche l’ultimo, il più distratto e incredulo degli spettatori (a pensarci, doveva essersi allenato un bel po’… per un ometto dimesso e anonimo come lui, sai che fatica farsi guardare con tanta attenzione!).
- Oggi possiamo verosimilmente affermare che i tanti affanni che da mezzo secolo a questa parte affliggono gli abitanti del pianeta Terra troveranno finalmente una risoluzione, una speranza, una nuova prospettiva di vita! Niente più respiratori a ossigeno obbligatori per le ore di aria, né inscatolamento coatto dei prodotti in ambienti artificiali, niente abitazioni termo-protette e ultra-costose, nessuna produzione massificata degli alimenti. Da oggi chi vorrà davvero tornare a credere nel proprio futuro e provare l’ebbrezza di esserne nuovamente protagonista avrà a disposizione un’alternativa – e con la mano fece un gesto ampio, scenografico, calcolato -: questa!

A quel punto le luci avevano fulmineamente abbandonato il naso rubizzo e storto del ministro per spostarsi sulla base lucida e sfavillante di una modernissima passerella in titanio, oltre vi si intuiva la presenza di una scala metallica ultraleggera o forse di un rullo liscio bel oliato negli ingranaggi. Il primo volontario – un funzionario storico del Ministero dei Trasporti Trans-Planetari, ben felice di immolarsi per una buona causa in cambio di un incremento del trenta per cento circa della buonuscita – si era presentato con tanto di moglie fedele e trolley di ottima fattura, e con cipiglio sicuro aveva posto il piede tentennante su quello che tutti pensavano dovesse essere il primo scalino verso il cambiamento. La moglie, una signora bassa e grassottella dall’espressione dolce e un po’ spaesata, aveva gli occhi umidi e un sorriso emozionato. Povera donna! Chissà a quante cose doveva aver pensato da un mese a quella parte! Magari ai figli che non avrebbe più rivisto o probabilmente all’anziana madre che ora la salutava fiera dalla folla acclamante, tra sincere lacrime di contentezza stentata.

agricoltura_luna_marte-1A questo punto, qualcuno alzò una robusta leva di metallo nero e nel volto non lo si vide neppure perché la telecamera ne inquadrava solo la schiena (i più maligni dissero che lo conoscevano e che l’aveva fatto apposta a mantenere l’anonimato, nel malaugurato caso fosse successo qualcosa). Ma tutto andò come da manuale: la passerella lucida, nera, lunghissima incominciò a muoversi, prima sommessamente poi con una velocità e una decisione sempre maggiori. Il funzionario che rapidamente si allontanava aveva un che di epico e avventuroso nel profilo deciso di chi non si volta indietro. La moglie gli arrancava dietro, aggrappata con tutte le forze al braccio, forse per la tensione del movimento o forse solo per l’intenzione inconsulta di riportarlo in qualche modo indietro. Vederli salire sempre più in alto fino a confondersi con i puntini luminosi delle prime stelle del crepuscolo fu un’emozione indicibile, qualcuno disse di speranzosa gioia, ma altri parlarono pure – sottovoce – di solitudine e di angoscia. Qualche giorno dopo, l’Ambasciata Trans-Planetaria fece sapere che il funzionario e la moglie stavano bene, che avevano già fatto le prime passeggiate sui crateri lunari, dissodato le prime zolle di terra, cosparso i primi semi. Ora, lo dicevano pure loro, non restava che aspettare – una, due, tre settimane al massimo! – che i modernissimi fertilizzanti spray stipati nel trolley facessero il miracolo, d’altronde li avevano brevettati con qualche risultato apprezzabile persino sulle coltivazioni disperate della Terra, figurarsi cosa potevano fare con l’atmosfera rarefatta e salubre della Luna! C’era da credere che entro un mese avrebbero raccolto il primo grano, entro un mese e mezzo probabilmente avrebbero assaporato le prime pesche e di certo, in capo a due o tre mesi, tutta la famiglia del funzionario si sarebbe riunita su quella nuova patria, ricca di frutta matura e di allettanti promesse. Persino l’anziana madre – aveva precisato la signora dagli occhi dolci – non vedeva l’ora di inerpicarsi per quella strana passerella, che le ricordava tanto le vecchie scale mobili di certi centri commerciali frequentati quand’era ragazza, e di salire, salire, salire, fino a poter riabbracciare la figlia, fino a poter assaporare le pesche lunari assieme a una seconda e insperata possibilità di vita.

Tutte quelle immagini passavano davanti agli occhi chiusi di Lucia come rapidi fotogrammi, sempre più veloci sempre più sfocati. I sorrisi si incollavano l’uno dopo l’altro in un vortice di accondiscendente speranza a cui cercava di aggrappare gran parte dei suoi sogni futuri. C’era anche lei lì quella sera, la sede centrale del GTP era gremita di gente: c’era chi urlava, chi applaudiva, chi teneva saldo il proprio figlio sulle spalle. Le pompe di ossigeno disseminate sul soffitto, per lo sforzo, quasi non ce la facevano più e infatti si percepiva, a tratti, come un vuoto d’aria, un attimo di vertigine che ti teneva il fiato sospeso, ma certamente tutti avevano scambiato quella sensazione vagamente claustrofobica come la conseguenza dell’emozione del momento. Era stato in quella sera stessa che Marco l’aveva guardata dritto negli occhi e le aveva chiesto di partire, con la prossima spedizione. Lei aveva provato un attimo di meraviglia e quasi di sgomento, poi aveva balbettato qualcosa, ma Marco le aveva subito risposto che aveva degli amici potenti al Ministero Trans-Planetario e l’aveva rassicurata dicendo che ci avrebbero pensato loro. Sì, la Luna poteva essere l’alternativa, anzi lo era già. D’altronde quali altre possibilità erano state concesse alla sua generazione? Nessuna. Quando la desertificazione aveva iniziato a divorare la Terra lei nemmeno era nata, sua madre e suo padre erano appena bambini, neanche troppo grandi per non poter dimenticare in fretta che cosa volesse dire vedere campi verdi, giardini fioriti, alberi traboccanti di frutti.

A volte anche nonna Adele, con le lacrime agli occhi, si era fermata a ripercorrere quei pochi assurdi mesi in cui tutto si era materializzato in un niente: prima la cappa opprimente… sempre più opprimente, poi l’improvvisa e insostenibile esplosione del caldo, le maschere coi respiratori – diventate inevitabili per resistere all’aria aperta – e le grandi pompe a ossigeno refrigerante, prontamente messe in commercio da grandi industrie riconvertitesi in poco tempo per permettere a tutti – o almeno a chi poteva pagare – di continuare a respirare, se non altro dentro le proprie abitazioni. Quindi era stata la volta dei colori: la perdita del verde, del rosso, dell’arancione, a favore di un giallo fieno secco che in pochi mesi aveva raggiunto anche gli angoli più nascosti del pianeta. Tutto improvvisamente si era trasformato in un mantello brullo di stoppie buone da bruciare, se solo ci fosse stato abbastanza freddo perché avesse un senso farlo. Ma Lucia di tutto questo non aveva visto nulla: quando lei era nata, tutto quello che la circondava – pur tanto diverso dalla Terra dei suoi antenati più prossimi – era il ‘suo’ pianeta, quello in cui aveva dovuto imparare a respirare artificialmente, a correre con l’aiuto delle bombole di ossigeno, a studiare anche quando il caldo insopportabile le faceva bruciare il collo e le infuocava le mani. Era una generazione nata fuori da ogni grazia, la sua. Una generazione che non aveva conosciuto bellezza, pur non avendolo scelto. E il peso era tutto lì, sulla bilancia delle notti insonni, dei mezzi sorrisi ragionevoli, degli entusiasmi smorzati. Eppure, a dispetto di tutto, c’era qualcosa, qualcosa che non riusciva a spiegarsi, come un senso di appartenenza profondo a quegli orizzonti sbagliati sui quali si affacciava ogni mattina. Un legame antico, remoto, ancestrale con quel mare ribollente in cui neanche i pesci potevano nuotare più, figurarsi gli umani. Ingegneria Termodinamica Applicata le era sembrata la strada migliore e lei l’aveva seguita con rapidità e coerenza. Nella sua tesi di laurea aveva proposto un modellino sperimentale di abitazione auto-termo-regolativa: l’acqua marina veniva filtrata attraverso ciottoli al titanio che ne riducevano la temperatura e la salinità, quindi passava in una sala di refrigerazione che sfruttava delle correnti d’aria artificiali, pompate da grandi compressori attaccati alle finestre, infine l’acqua scendeva per un finto pendio e si versava come una dolce cascata in una sorta di piscina al centro di una sala a tenuta stagna. Il risultato era un’acqua limpida, intorno ai trenta gradi, lievemente salata. Sua madre si era messa a piangere il giorno della prima sperimentazione, aveva detto che le ricordava tanto il mare di quand’era “piccina piccina”. Quel giorno Lucia era stata davvero contenta, di una contentezza pervasiva e duratura, la stessa che doveva provare – si era detta – chi stava facendo qualcosa di molto importante per sé, ma ancora di più per gli altri. Anche a Marco era passato un brillio negli occhi, ma era stato solo un momento, poi l’aveva indotta a ragionare. Già, quante case avrebbe dovuto mettere a punto per rendere sopportabili le vite dei suoi amici e parenti e vicini di casa e milioni di altre persone che magari non avrebbero mai potuto permettersi di spendere tanto? Sì, la Luna – aveva finito per pensarlo persino lei! -, la Luna era una soluzione, anzi era ‘la’ soluzione! Anche le sue sperimentazioni condotte sui vegetali, in fondo, si erano ridotte a ben poca cosa. Modificazioni genetiche, impollinazioni artificiali, moderne tecniche di innesto, regolazioni costanti della temperatura, eppure tutto questo non era bastato per far fiorire ‘una’, ‘una sola’ margherita nel vaso che si era intestardita a tenere dentro il davanzale della sua finestra. Non un bocciolo, non una foglia, nemmeno una radice, la terra bruna e brulla era rimasta inalterata dentro quel vaso color magenta che, all’inizio, le era sembrato così allegro e bene augurante. Forse era inutile tentare di forzare la direzione delle cose, innestare la vita dove la vita non attecchiva più, tentare di operare su un pianeta a cui l’uomo non poteva più offrire il benché minimo aiuto. Marco aveva ragione.

Dalla finestra il disco argenteo brillava di una luce intensa e quasi accecante, Lucia si immaginò il funzionario e la moglie accanto e il terreno seminato di fresco. Pensò a una terra vergine, fertile e prosperosa, pensò all’acqua scoperta sui crateri lunari e alle valli di roccia da seminare a verde, all’aria leggera che l’avrebbe fatta volare. Forse quella notte avrebbe potuto anche dormire, magari sognare una vita diversa.

Il letto le si propose come un amico stranamente invitante, di sicuro l’unico che sarebbe riuscita a tollerare nelle ore a venire. Togliersi i vestiti e ritrovarsi distesa coi suoi pensieri fu un attimo, poi la mente tornò a vagare, rovistando con lo sguardo fra gli angoli più o meno oscuri della casa. Una ferma luce lunare continuava a filtrare con insistenza dalle fessure, contribuendo non poco a rimandare qualsiasi progetto di sonno rasserenatore. Poi un raggio le fece d’improvviso virare lo sguardo sul vaso color magenta: ed eccolo! sarà stato alto due centimetri, forse tre. Lucia si alzò di scatto temendo una rifrazione ingannevole della luce o peggio ancora del pensiero, e invece no: tenero e verde un piccolo germoglio si affacciava dalla bruma, con quella solitudine imperiosa e sfacciata che solo una nuova vita riesce a portare avanti con convinzione. Attorno, altri se ne intravedevano appena, seppur coperti da un velo di terra solo impercettibilmente sollevata. Un fremito di gioia le partì dallo stomaco e rapido le fece tremare le mani, esplodendole sulle labbra con tutta la purezza di un sorriso inaspettato. Senza pensarci due volte, balzò di corsa dal letto, fulminea afferrò il telefono, selezionò la modalità foto… non avrebbe inserito nemmeno il flash: la luce della Luna l’avrebbe aiutata a ritrarre quel piccolo grande miracolo al quale non voleva aggiungere altro!

Il dito trovò a memoria il profilo di Marco, la freccia sullo schermo vibrò un attimo, poi un piccolo suono sordo scandì l’arrivo a destinazione del messaggio. Chissà se avrebbe capito. Lucia si convinse di sì. Ora poteva andare a dormire, era tardissimo ma tant’è… ormai aveva deciso: si sarebbe alzata tardi la mattina dopo.
Un sonno profondo e quasi irreale la rapì totalmente. Nel primo dormiveglia credette che anche questo fosse un altro piccolo miracolo: non aveva mai dormito tanto profondamente in vita sua, perfino i sogni, che ormai da anni non le facevano visita, tornarono copiosi e confusi, tutti in quella notte. Le parve di vedere Marco che era venuto a trovarla per annusare il profumo delle sue margherite miracolose e poi le parve pure di vedere i suoi genitori che la abbracciavano con un misto di trasporto e di preoccupazione. Anche nel sonno avrebbe voluto rassicurarli, dirgli chiaramente che no, non sarebbe più partita perché quelle piccole insignificanti margherite le avevano fatto capire che forse c’era ancora una speranza, che la Terra si poteva ancora salvare, che non c’era bisogno di pensare a un esodo di massa, che lei stessa il giorno dopo si sarebbe messa in contatto con i vertici del GTP, li avrebbe informati della sua ricerca e certamente loro ne sarebbero stati contenti, almeno quanto lei. Ma i sogni non riescono mai a rimpiazzare appieno la realtà e proprio sul più bello tutto sembra sfuggirti all’improvviso tra le dita, così anche i genitori di Lucia in quella strana visione a un tratto non ci furono più. Le sembrò invece di vedere delle figure alte e oblunghe di individui sinistri, vestiti in modo strano, un po’ come accadeva per certe figure inquietanti dei suoi fantasy preferiti. Poi tutto ripiombò in un buio fermo, ostinato, quasi innaturale.
La prima luce che vide al risveglio le sembrò più bianca e intensa del solito, il sole doveva essere già alto, le sette passate da chissà quanto tempo. Quanto aveva dormito? E chi poteva dirlo? Si sentiva riposata ma anche stranamente inquieta. Ci mise qualche secondo prima di realizzare il da farsi… ma certo! Doveva chiamare Marco, doveva parlargli, spiegargli in qualche modo, di certo una sola foto come giustificazione non poteva bastare! Le girava ancora un po’ la testa però, a tal punto che alzarsi le costò davvero qualche fatica: forse per festeggiare aveva bevuto qualcosa e ora non se lo ricordava più. Ai piedi del letto, ammassati, c’erano ancora i suoi vestiti: doveva esserci caduta sopra quando si era addormentata. Comunque aveva fatto bene ad alzarsi, perché ora si sentiva insolitamente leggera. Il suono del campanello arrivò improvviso e inatteso, insolitamente deciso, costringendola per il momento a rimandare ogni altro pensiero. Doveva essere Marco, doveva essere terribilmente arrabbiato e lei aveva appena qualche secondo per tirar fuori un discorso plausibile e convincente.

- Tesoro! Io… – esordì aprendo di scatto la porta e sforzandosi di rintracciare il più accattivante dei suoi sorrisi.
- Oh no, cara! Mi spiace molto deluderla… sono solo la sua nuova vicina! – dall’altra parte della porta una signora con gli occhi dolci la guardava con aria rassegnata e vagamente interrogativa.
Poi una luce bianca fortissima le colpì gli occhi costringendola ad abbassare lo sguardo, ma era solo una rifrazione illusoria: quella della luce del Sole sul più grande e brumoso dei crateri lunari. Neppure una margherita a farle compagnia.

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Chi lo ha scritto

Ester Guglielmino

Si chiama Esterina Guglielmino e vive a Modica, sua cittadina di origine. Laureata in Lettere Classiche, da anni insegna lettere e latino ed è molto contenta di farlo. Ha sempre coltivato l’amore per la lettura, occupandosi di organizzare e mediare eventi letterari. Coltiva la passione per la danza, il teatro e la poesia. Scrive da sempre, senza pretese e solo per il piacere di farlo.

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