Virus e comunità

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Mi pare che, in tutta questa storia della pandemia, non sia sufficientemente “passato” quale sia la logica della questione. Va infatti compreso che il problema è soprattutto collettivo e non tanto individuale e quindi vada affrontato e risolto in termini collettivi, di comunità. Partiamo dai numeri: supponiamo che la mortalità del COVID-19 sia dell’1 %, ossia ogni 100 contagiati, solo 1 ci lascia le penne. Beh, le conclusioni che si possono trarre da questo numero sono: 1) è molto poco probabile che io, se contraggo il virus, muoia (e poco probabile che finisca in ospedale); 2) 1 solo morto non è una tragedia. Tutto vero. Visto da una prospettiva puramente individuale, il COVID-19 non è una minaccia terribile, specialmente se si è giovani e sani. Si muore e si ci ammala da sempre e per mille ragioni.

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Ora però immaginiamo che si contagino 1.000 persone: i morti sarebbero 10. Se se ne contagiano 10.000, arriviamo a 100; con 100.000 contagiati, siamo a 1.000 morti. Beh, 1.000 morti è già un numero che fa una certa impressione. Quello che conta, cioè, non è solo la mortalità che è un numero relativo (quanti morti per 100 contagiati), bensì il numero di contagiati che – attraverso la mortalità – determina il numero assoluto di morti. Anche con una mortalità bassa (appunto l’1%), se aumenta molto il numero di chi contrae il virus (il denominatore), aumenta di riflesso anche il numero dei morti (il numeratore). La pericolosità e specificità del COVID-19 che ci sta costringendo a una vita “anormale” sta proprio nella facilità e velocità con cui aumenta il denominatore, ossia nella eccezionale contagiosità del virus. Quindi, seppure come singolo individuo continuo ad avere ottime probabilità di guarire, se molti membri della mia comunità si contagiano, molti moriranno e molti andranno ad affollare gli ospedali creando un grosso problema sanitario.

Lo sforzo deve quindi essere uno sforzo motivato non dal mio interesse particolare (la mia salute), ma da quello della nostra comunità. Il punto di partenza e la logica sono collettivi, non individuali. Per il bene della comunità, perché non muoiano molti dei suoi membri, bisogna fare uno sforzo volto a diminuire il denominatore, ossia evitare che si contagino molte persone che appartengono alla mia comunità (città, nazione, mondo…). E in questo sforzo ognuno ha un ruolo attivo e cruciale. Perché ognuno di noi, una volta contagiato, anche se probabilmente guarirà, può contagiare altre persone contribuendo ad aumentare il numero di contagiati e quindi quello dei ricoverati e dei morti, mettendo in difficoltà la comunità.

1802d6704d2dÈ questo punto che mi pare non sia del tutto chiaro: qualsiasi discorso riguardo al virus deve partire dal presupposto che la prospettiva, l’approccio, il problema e le soluzioni sono collettivi. È la mia comunità ad essere in pericolo, non tanto io come singolo individuo. Io prendo mille precauzioni pallosissime, sto a casa, non vado allo stadio, ecc. non tanto e non solo per evitare di andare in ospedale, ma per evitare che ci vada un numero molto alto di altri membri della mia comunità. Io mi faccio il tampone e sto in quarantena non per me, ma per gli altri. Se io mi ammalo e ho bisogno di cure, non è il tampone a dirmelo, bensì i sintomi che mi vengono. Il tampone serve ad informarmi se sono un pericolo per gli altri e quindi ad evitare di contagiarli, aumentando potenzialmente il numero di ricoveri e decessi. Oltretutto, anche un ragionamento pragmaticamente individualistico dovrebbe condurmi agli stessi comportamenti, perché se dovessi aver bisogno di un ricovero per una qualsiasi ragione e gli ospedali sono pieni anche e soprattutto per il COVID-19, anche io avrei un problema.

Senza voler cadere in facili generalizzazioni, forse è anche a causa di una impostazione individualistica e non collettiva del problema, che nei paesi orientali, dove il senso di collettività è più pronunciato, la tragedia del virus ha dimensioni più contenute. Forse qui, in Occidente, abbiamo perduto questo senso di comunità, la cui etimologia fa proprio riferimento all’avere oneri, ma anche “doni” comuni. Siamo sempre più concentrati su noi stessi, al punto che, oggi, ci sembra illogico ed assurdo concepire e fare uno sforzo il cui obiettivo sia il bene comune e non il nostro.

coppie-felici-696x383Virus o non virus, una comunità i cui membri considerino stupido ed insensato impegnarsi per il bene comune se ciò significa fare dei sacrifici ed ogni decisione viene presa o valutata in termini del nostro puro tornaconto individuali, è una comunità che non funziona bene, destinata a veder sorgere sempre più conflitti interni ed offrire quindi sempre meno opportunità di felicità e benessere.

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