Panem et circenses: i giochi nell’antica Roma

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Ritratto di Commodo come Ercole

Ritratto di Commodo come Ercole

“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’ultimo vero imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa…e avrò la mia vendetta, in questa vita o nell’altra”; la celeberrima frase che nel film “Il gladiatore” Russell Crowe indirizza nei riguardi dell’imperatore Commodo (l’attore Joaquin Phoenix), nella realtà non fu mai pronunciata; il bel generale Massimo è un personaggio di fantasia e Commodo fu ucciso in una congiura e nei bagni del suo palazzo, non certo nell’arena prestigiosa del Colosseo come accade nel film. Quello che invece è storicamente accertato è che l’imperatore andava matto per i giochi circensi a cui partecipava indossando la pelle di un leone e infischiandosene altamente delle opinioni del pubblico romano, che – pur divertendosi – situava i gladiatori a un livello molto basso della scala sociale. Sappiamo che il sovrano partecipò a 735 giochi, pretendendo di essere pagato come un normale gladiatore e naturalmente vincendo sempre, anche perché chi combatteva contro di lui veniva dotato di armi inadeguate e scudi manomessi. Un altro “spasso” di Commodo era ammazzare gli animali da circo, decapitando in particolare gli struzzi, che per pochi secondi dopo la morte continuavano a correre; lo storico Cassio Dione racconta che minacciò l’intero Senato di fare la stessa la stessa cosa con i suoi membri. Date queste premesse non meraviglia che proprio un senatore fosse a capo della congiura che lo uccise.

Tomba degli auguri, Tarquinia

Tomba degli auguri, Tarquinia

L’espressione “panem et circenses”, pane e divertimenti, fu coniata da Decimo Giunio Giovenale, lo sferzante poeta e retore vissuto tra il 60 e il 130 dopo Cristo, che ce l’aveva con i vizi e i difetti del corrotto ambiente romano, su cui scrisse 16 satire che alla fine sembra gli costassero l’esilio. La formula descriveva un sistema di controllo della plebe della città di Roma che, partito quasi in sordina in epoca repubblicana, ai suoi tempi era diventato routine: elargire a una parte del popolo donazioni di frumento e regalargli contemporaneamente la possibilità di assistere gratis agli spettacoli che si tenevano non solo nelle arene, ma anche nei circhi, negli stadi e nei teatri. Sulle origini dei giochi – detti in latino munus, plurale munera, che significa “offerti” – gli studiosi si accapigliano: una delle ipotesi è che derivassero dai ludi funebri greci che dovevano onorare la morte di un personaggio importante. Altri invece pensano che fossero nati nella penisola, chi dice in Campania, chi nel Sannio, che occupava grosso modo l’attuale Molise, nonché parte dell’Abruzzo. E’ certo invece che gli Etruschi praticarono giochi funebri cruenti come dimostra un affresco nella tomba degli Auguri a Tarquinia, dove accanto a due pugili in lotta, un cagnaccio nero azzanna un uomo con la testa incappucciata da un sacco che tenta invano di difendersi con una clava.

Secutor contro reziario

Secutor vs. reziario

Se la tradizione vuole che i giochi fossero inventati da Romolo, la prima notizia certa risale all’epoca repubblicana, quando nel 264 a.C. I figli del console Giunio Bruto indissero una gara tra tre coppie di gladiatori per onorare la memoria del padre; quasi cinquant’anni dopo, alla morte di Marco Emilio Lepido le coppie di combattenti diventarono 22, ma non bastò ancora. Sotto Giulio Cesare i munera erano diventati complessi e articolati e occupavano già 65 giorni annui, per arrivare verso la fine dell’impero a 175, mentre l’aspetto rituale perse sempre più d’importanza rispetto a quello spettacolare. La gente infatti accorreva a frotte e non appena ci si rese conto dello straordinario successo che avevano soprattutto i combattimenti e le corse, molti “paperoni” decisero di finanziarli per aumentare la propria popolarità. Cicerone, che durante il suo consolato promulgò una legge che impediva agli aspiranti ad una carica di finanziare giochi gladiatori nei due anni precedenti le elezioni, affermava che bisognava essere molto ricchi per fare politica e chi non aveva mezzi doveva starsene in disparte. Fatta la legge trovato l’inganno e così i munera furono tenuti in sospeso fino al momento più conveniente: Giulio Cesare ad esempio aspettò le bellezza di 21 anni per tenere grandiosi giochi in onore del padre ingaggiando ben 320 coppie di gladiatori. In epoca imperiale sparì del tutto l’associazione coi riti funebri, mentre i giochi diventarono competenza degli imperatori che trovarono poi il modo di delegarli a questori o magistrati. Resta il fatto che organizzare gli spettacoli era costosissimo: tanto per fare un esempio sappiamo che l’imperatore Traiano sborsò due milioni di sesterzi al suo successore e protetto Adriano, solo per allestire giochi definiti “dignitosi”, e a quell’epoca un sesterzio valeva circa due euro attuali. Come già detto i munera erano gratuiti: per poter entrare ci voleva una tessera che gli aristocratici più influenti donavano ai loro “clienti”, mentre solo coloro che non avevano la cittadinanza romana erano esclusi dal beneficio. In cambio del favore ci si aspettava di essere onorati e naturalmente votati, perché investire sesterzi nei giochi nell’antica Roma era più importante che costruire edifici pubblici come le terme e gli acquedotti.

Circo di Massenzio sull'Appia antica

Circo di Massenzio sull’Appia antica

Siamo abituati a pensare che i munera si svolgessero nel Colosseo ma non è esatto, perché l’anfiteatro Flavio – così si chiama in realtà dal nome della famiglia dei Flavi che ne volle la costruzione – fu inaugurato piuttosto tardi nell’80. Nella Roma repubblicana non esistevano teatri stabili e le gare si volgevano all’aperto, nelle strade, nelle piazze o addirittura nel foro, facendo sedere gli spettatori su strutture di legno provvisorie. Il più antico anfiteatro del mondo – e tra i meglio conservati – è quello di Pompei, seppellito dall’eruzione del Vesuvio nel 79, mentre numerosi altri edifici del genere furono costruiti man mano che le conquiste romane allargavano il territorio dell’impero: due esempi per tutti sono la celebre Arena di Verona e l’anfiteatro di Arles, nella Francia meridionale. Molto più antico del Colosseo e adibito fin dall’inizio a giochi e gare era il Circo Massimo, nella valle fra il Palatino e l’Aventino, di cui al giorno d’oggi rimane sono l’immenso spazio erboso, e che con i suoi 620 metri di lunghezza e 140 di larghezza era la più grande struttura per spettacoli costruita dall’uomo; all’inizio fabbricato in legno, dovette la forma definitiva e i sedili in muratura all’impegno di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto. Né questo era l’unico tra gli edifici circensi delle capitale: tra i vari altri il circo di Massenzio sulla via Appia antica, che conserva ancora una parte della “spina”, ossia la struttura divisoria centrale attorno a cui giravano i carri, e il circo di Nerone, situato nell’area dove ora sorge la basilica di San Pietro. Lo storico Tacito racconta che in quest’ultimo luogo si svolsero le prime e terribili esecuzioni dei cristiani incolpati dall’imperatore di aver incendiato Roma, chi fatto dilaniare dai cani, chi crocifisso o destinato al rogo come fiaccola per illuminare le ore notturne.

Manifesto del film Ben-Hur

Locandina del film Ben-Hur

Le corse dei carri erano amatissime nella Roma antica. Le varie squadre erano identificate da quattro differenti colori: bianco, rosso, verde e azzurro. Per quanto riguarda il numero dei cavalli, il tipo più comune erano i tiri a quattro, mentre i principianti si esibivano soprattutto su tiri a due. La famosa “corsa delle bighe” del colossal Ben Hur è in realtà una corsa di quadrighe, che nella finzione si svolgeva nello stadio di Antiochia, mentre nella realtà fu girata a Cinecittà. Nerone, che amava moltissimo questo tipo di sport, volle fare il fenomeno e correre su carro con dieci cavalli, ma rotolò miseramente a terra e i giudici, considerando il carattere permaloso dell’uomo, lo dichiararono lo stesso vincitore. Come nel Palio di Siena anche i cavalli “scossi” (senza guida umana) potevano essere considerati vincenti. E’ nota la passione di Caligola per i cavalli; Svetonio racconta che aveva assegnato al suo Incitatus una stalla in marmo con greppia d’avorio, coperte tinte con la costosissima porpora, finimenti cosparsi di pietre preziose, schiavi e perfino un palazzo. L’avrebbe anche fatto console se non l’avessero assassinato per tempo. Per tornare alle corse, l’autore cristiano Tertulliano nel suo “De Spectaculis” dice che era inevitabile che il pubblico si facesse contagiare dalla passione sportiva e descrive biasimandola l’eccitazione della folla, comprese le imprecazioni e le ingiurie e concludendo che Dio aveva raccomandato di amare i propri nemici; l’ingenuo filosofo avrebbe dovuto assistere a una moderna partita di calcio.

Damnatio ad bestias

Damnatio ad bestias

Nell’antichità il luogo principalmente destinato ai combattimenti fu l’anfiteatro, tipica invenzione romana sconosciuta ai greci. I giochi, che duravano l’intera giornata, iniziavano con le esecuzioni capitali pubbliche, per continuare con le cosiddette “venationes” o cacce  che comportavano combattimenti tra animali – spesso carnivori ed erbivori – o tra animali e uomini e infine i duelli gladiatori, gli ultimi della giornata. Come si è visto sopra i romani conoscevano ogni modo orripilante e creativo per mettere a morte le persone: dal combattere senza alcuna protezione contro un gladiatore armato di tutto punto, alla crocifissione, al rogo, fino ad essere dati in pasto ad animali – la cosiddetta damnatio ad bestias – non sempre leoni e tigri, ma anche orsi, coccodrilli, iene, leopardi, lupi. Tra gli erbivori si esibivano rinoceronti, elefanti, ippopotami e almeno in un’occasione una giraffa che destò immensa sensazione, perché una stranezza del genere non si era mai vista prima: incerti sull’attribuzione i romani la battezzarono camelopardo, nome scientifico che conserva tuttora. Il comportamento imprevedibile degli animali aggiungeva eccitazione allo spettacolo: un aneddoto racconta di come uno schiavo fuggitivo che doveva essere dato in pasto ai leoni, fu risparmiato da un felino che aveva precedentemente curato nel deserto africano estraendogli una grossa spina da una zampa; uomo e animale erano diventati amici e avevano vissuto per tre anni assieme; la storia commosse il pubblico, lo schiavo venne graziato e liberato ed ebbe in dono il leone.

Stefan Bakałowicz. Arco di Tito e Colosseo

Stefan Bakałowicz. Arco di Tito e Colosseo

Il Colosseo è il più grande anfiteatro del mondo, ed è arrivato a noi in modo quasi miracoloso, scampando a terremoti e a dissennati progetti di riconvertirlo, nonché al suo uso come cava di materiale edile. Il culto dei martiri e la convinzione – per la quale non esiste nessuna prova – che vi siano stati ammazzati i cristiani, pose l’edificio sotto il controllo della Chiesa che ogni anno vi svolge la processione pasquale della Via crucis. Ai tempi di Roma  l’anfiteatro Flavio conteneva dai 40.000 ai 50.000 spettatori; fu inaugurato con uno spettacolo descritto dal poeta Marziale in cui fra l’altro si rappresentavano scene mitologiche dove i condannati a morte che interpretavano i personaggi principali, furono straziati e uccisi dalle belve tra l’entusiasmo del pubblico, che amava la vista di animali rari e la ricostruzione di paesaggi esotici come sfondo. Se le belve dei miti non erano disponibili si ricorreva a sostituti: ad esempio per rappresentare Prometeo che era stato incatenato a una roccia e condannato ad avere il fegato divorato da un’aquila, si sostituì il rapace con un orso affamato. A testimoniare come ai romani piacessero la violenza e  la morte, durante la cerimonia di apertura, che durò cento giorni, furono ammazzati 5.000 animali e 2.000 gladiatori. Queste truci vicende fecero sì che l’edificio acquisisse una fama sinistra, perché si pensava che in loco si tenessero riti propiziatori, utilizzando lo stesso sangue di coloro che vi erano stati uccisi. I gladiatori, che potrebbero essere definiti la ciliegina sulla torta degli spettacoli romani, erano piazzati generalmente a un livello molto basso della scala sociale. Li si reclutava di solito tra i prigionieri di guerra e tra gli schiavi purché avessero le caratteristiche psicofisiche adatte al combattimento, ma poteva capitare che tra loro ci fossero anche uomini giovani attirati dall’illusione di ottenere in breve tempo fama e ricchezza, o addirittura anziani disperati che si buttavano nell’arena per pochi spiccioli e che per questo erano soprannominati “sesterziari”. Essi prestavano volentieri il giuramento “di essere bruciato, di essere legato, di essere picchiato, di morire di spada” , rinunciando volontariamente ad ogni proprietà della loro vita. In tal modo venivano liberati dai debiti, gli era garantita la sussistenza e, se erano fortunati, potevano guadagnare fama e seguito.

Lampada ad olio con mirmillone e trace

Lampada ad olio con mirmillone e trace

Ormai è accertato che questi atleti erano trattati con riguardo, sia come alimentazione che come cure mediche: un gladiatore addestrato era un bene prezioso per il lanista (l’impresario e proprietario della scuola di addestramento) ed era nel suo interesse ridurne al minimo il tasso di mortalità; inoltre i combattimenti non erano giochi al massacro, ma veri e propri incontri di lotta con tanto di arbitro che seguivano regole precise. Dall’analisi delle ossa di 67 corpi in un cimitero della città di Efeso – di età compresa tra i 20 e i 30 anni – sappiamo che avevano una dieta vegetariana costituita da legumi ed orzo, e che bevevano un tonico a base di cenere di legna che serviva a fortificarli, un modo di mangiare non molto diverso da quello dei cittadini comuni. Sembra curioso da dire ma erano uomini robusti, quasi grassocci, perché i pannicoli adiposi servivano a proteggere la muscolatura dai colpi di spada. Ancora gli studi forensi efesini hanno mostrato ferite ben cicatrizzate, oltre a lesioni solitarie dovute a un colpo di grazia; come è noto era il pubblico che decideva della salvezza del gladiatore, a seconda che avesse combattuto con più o meno coraggio: se gridava “missus” era favorevole a lasciarlo in vita, per la morte era invece un coro di “iugula”, “verbera”, “ure”, ossia sgozza, frusta, brucia. Non sempre però il decesso sopravveniva per spada, in taluni casi il ferito veniva portato fuori dall’arena e finito poco gloriosamente con una robusta martellata in testa. Un altro mito da sfatare è la famosa frase: “Ave Cesare, morituri te salutant”, che sembra sia stata pronunciata una volta sola e sotto l’imperatore Claudio. Nemmeno il “pollice verso” fa parte della storia dei munera: nella realtà non sappiamo in che senso in dito fosse girato; il gesto è ispirato a un famoso quadro del pittore ottocentesco francese Jean-Leon Gerome, né i testi latini ne chiariscono la posizione, che probabilmente voleva imitare una spada sguainata. E’ possibile che, al contrario dei film, la morte fosse decretata dal pollice alzato o disposto orizzontalmente, mentre il pollice nel pugno chiuso risparmiava la vita al gladiatore perdente. In quanto ai vincenti dopo tre anni di gare erano svincolati dal contratto e veniva donata loro una piccola spada di legno, il “rudis”, segno dell’acquistata libertà.

Jean-Gérome. L'ultima preghiera dei cristiani

Jean-Gérome. L’ultima preghiera dei cristiani

I combattenti erano delle vere e proprie star, non solo acclamati dal pubblico, ma adorati dalle donne; ne parla il solito Giovenale che racconta di Eppia, che abbandonò la casa e un marito senatore per seguire in Egitto un giovane gladiatore deforme con “una gibbosità in mezzo al naso, un acre umore che gli stilla da un occhio”. Il fascino che i gladiatori esercitavano sul pubblico femminile è confermato da alcune scritte ritrovate a Pompei, in cui il reziario Crescente viene indicato come “signore e medico delle fanciulle nottambule”, mentre il trace Celado viene definito come “lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze”. Perfino il sudore degli atleti era messo in vendita perché si credeva che agisse come un potente afrodisiaco. I gladiatori erano divisi in una dozzina di classi, che comprendevano i condannati a morte, che scendevano nell’arena praticamente disarmati, fino a quelli che avevano particolari tipi di armi e abbigliamento. I più importanti e noti erano: il Mirmillone che aveva un fisico possente e calzava un elmo che copriva interamente il volto ed era decorato con figure marine, il Trace, anch’esso con un pesante elmo chiuso che combatteva con una caratteristica spada ricurva detta sica, il Secutor con un elmo tondeggiante e liscio munito di due fori per gli occhi che si opponeva al Reziario; quest’ultimo imitava l’abbigliamento dei pescatori con una rete munita di pesi per avvolgere l’avversario, un tridente e un piccolo pugnale e non aveva alcuna protezione per la testa. Gli elmi, molto pesanti, erano in ferro o in bronzo e dovevano essere imbottiti per renderli più portabili; in taluni casi erano chiusi con una grata, e ci si chiede come quegli uomini riuscissero a combattere con una visuale così limitata. Tra i gladiatori meno conosciuti al giorno d’oggi vale la pena di ricordare la categoria dei Ventilatori, ossia gladiatori-giocolieri   e funamboli che intrattenevano il pubblico combattendo contro avversari inesistenti solo per dar prova della loro abilità tecnica, degli Scaeva o gladiatori mancini, che usavano l’arma con la sinistra e portavano lo scudo nella destra, e i Sagittari che come dice la parola tiravano con arco e frecce.

Statuetta di gladiatrice

Statuetta di gladiatrice

Anche le donne si batterono nelle arene, se pur in misura molto minore degli uomini forse perché, nonostante fossero disprezzate, stimolavano l’interesse (e gli appetiti sessuali) del pubblico; a differenza dei maschi la maggior parte delle gladiatrici erano matrone benestanti, che lottavano e si esibivano per passione. Per loro c’erano forme di lotta come il moderno wrestling, e possiamo immaginarci le grasse risate maschili nel vedere l’altro sesso rotolarsi nel fango, inzaccherandosi fino alla cima dei capelli. Le gladiatrici facevano divertire molto gli imperatori: Nerone le fece combattere assieme a bambini nell’anfiteatro di Pozzuoli, mentre Domiziano preferiva vederle azzuffarsi con nani o lottare alla notte alla luce delle torce. Nonostante il senato cercasse di limitare la gladiatura femminile proibendo il reclutamento di figlie, nipoti e pronipoti di senatori ed equites che non avessero ancora compiuto vent’anni, il fenomeno continuò anche se non si sa bene in che misura: allora come oggi le leggi potevano essere scavalcate facilmente, specie se si era instaurata una consuetudine di successo.

L’avvento del cristianesimo come religione ufficiale dello stato nel 313 segnò l’inizio della fine della gladiatura: per cominciare alcuni vescovi proibirono i giochi nelle loro città, negando il battesimo ai gladiatori, anche se a Roma si continuò, tanto che nel 393 il senatore Simmaco offrì un grande spettacolo della durata di dieci giorni. Nel 329 intanto era stata  abolita da Costantino la damnatio ad bestias. Quando però l’imperatore Teodosio dichiarò il cristianesimo unica religione permessa, i culti pagani furono vietati e contemporaneamente scemò l’interesse per gli eventi dell’anfiteatro. Una pesante crisi economica e sociale rese impossibile l’acquisto di animali o l’ingaggio di bravi gladiatori, diminuendo l’appeal degli spettacoli. A Roma l’ultimo combattimento risale a primo gennaio 404 durante il regno dell’imperatore Onorio, quando un monaco di origine asiatica, Telemaco, intervenne per fermarlo finendo così lapidato dalla folla. Di certo sappiamo che uno degli ultimi spettacoli tenutosi nel Colosseo fu nel 519 e non coinvolse esseri umani, ma esclusivamente animali provenienti dall’Africa.

Elmo di secutor

Elmo di secutor

L’anfiteatro al giorno d’oggi non gode di buona salute: le sue condizioni destano preoccupazione per la caduta di alcuni frammenti dalle arcate superiori. Una profezia del venerabile Beda, un monaco benedettino britannico dell’VIII secolo, annunciava la fine del mondo collegata al monumento: “Finché esisterà il Colosseo esisterà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma, ma quando cadrà Roma anche il mondo cadrà”. L’Apocalisse di Giovanni, un libro terrificante se lo si prende alla lettera, sembra parlare della città come una prostituta, una bestia scarlatta con sette teste e dieci corna; l’interpretazione classica del passo parla della caduta del paganesimo e del trionfo del cristianesimo, ma c’è anche chi lo vede come un’anticipazione del Covid. Possibile che la seconda vista del frate attraversasse i secoli?

Fonti:

https://www.historyextra.com/period/roman/gladiators-in-ancient-rome-how-did-they-live-and-die/

http://www.veronissima.com/it/gladiatori.html https://www.lededizioni.com/lededizioniallegati/479-5-Gregori-Ludi-munera.pdf

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2010/10/i-giochi-gladitorii-e-lavvento-del-cristianesimo-2053/

https://mediterraneoantico.it/articoli/donne-di-spade-la-storia-delle-gladiatrici/

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