Moschetto e shakò – Il segreto della vivandiera

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Il pifferaio suonava e tutti lo seguivano neanche fossero i bambini di Hamelin.
Era una novità, da poco tempo alla compagnia era stato aggregato un pifferaio che diceva di venire dall’Aquitania, ma non a tutti stava simpatico: era un po’ altero.
Altra novità, questa ben più gradita, erano state accorpate pure delle vivandiere le quali cantavano e aiutavano i fantaccini nel portare i vettovagliamenti. Nel caso, aiutavano pure i feriti.
Ma ormai la guerra alla Quinta Coalizione era finita, no? E Saturnino era convinto che presto sarebbe tornato a Varese. Mentre camminava lungo i sentieri di Boemia, pensava a cosa scrivere a casa. Avesse saputo scrivere… ma se lo immaginava, era qualcosa come: “Cari genitori e fratelli, come va a Varese? Qua si è combattuta la battaglia di Wagram e presto tornerò da voi”, ma poi non sapeva come continuare, la cosa lo faceva sentire goffo.
Poco più in là Aristide indicò da una parte. «Ehi, guardate, ci sono degli austriaci!».
Erano pure loro una compagnia e sconfessavano l’eleganza delle truppe che facevano capo a Vienna. Pure loro erano impolverati e si vedeva che alcuni avevano le guance mal rasate. Magri, sporchi e con le occhiaie, sembravano dei lupi affamati.
Ma che sembrassero o fossero dei poveracci, erano anche reattivi. Misero mano ai loro moschetti e costituirono uno schieramento compatto.
Chevallier era a cavallo. «Sergente, qua, a me!».
Nonostante fossero distanti, Saturnino capì cosa si stavano dicendo. Il capitano era stato da poco punito perché nell’assalto alla fattoria fortificata di giorni prima aveva dato ordine di far sparare subito, ma così c’era stato meno slancio nell’attacco.
Saturnino non apprezzava tutto ciò. Significava che il capitano per dare le direttive sarebbe stato più timido, meno dinamico del solito.
«Ma… attenzione!» gridò una delle vivandiere.
Gli austriaci avevano lanciato un urlo e si erano gettati sugli italiani al servizio di Napoleone. Ci fu una breve zuffa, Chevallier diede ordini, sbraitò, ma poi gli austriaci, anche se stanchi, corsero via ridendo.
Avevano catturato la bandiera di compagnia.
«No!» urlarono tutti mortificati. A qualcuno venne da piangere.
Il pifferaio rise. «L’ho sempre detto che voi italiani siete dei buoni a nulla».
«Ma zitto tu, aquitano dell’accidente!» sbottò Aristide.
C’erano pochi feriti, tutti di striscio, le vivandiere pensarono a loro.
«Adesso state tutti calmi, che vediamo come sistemare la cosa» dichiarò Chevallier a denti stretti.
Gli austriaci stavano allontanandosi e nella campagna boema le loro risate risuonavano come se fossero di folletti.
Tutti osservarono Chevallier in attesa di una decisione.
Allora il capitano scese di sella. «Sergente, conduci gli uomini in quella direzione. Il pifferaio dovrà fare quanto più rumore possibile, cantate qualche inno… facciamo la Marsigliese, che tanto da queste parti siamo noi francesi gli unici a cantarla. Io prendo le vivandiere e… sì, facciamo Saturnino e Aristide, che loro sono i più bravi».
Aristide ridacchiò altero, invece Saturnino rimase a bocca aperta. «Ma… signor capitano, non credo…».
«Zitto, Saturnino. Fa’ vedere ai francesi come il pifferaio che voi italiani sapete darvi da fare. Andiamo di là, da quella parte».
Si affrettarono ed erano proprio un gruppetto strano. Da una parte la compagnia intera avanzava facendo finta di niente oltre che un baccano assurdo, invece loro tre erano in compagnia delle quattro vivandiere che portavano con sé del cibo che odorava di buono. Saturnino intuì fossero degli involti di prosciutto, ma non ne era certo.
Essendo in sette si mossero più veloci e più in silenzio, così arrivarono fino a dove gli austriaci si erano fermati.
Anche se malandati e sporchi, gli austriaci erano felici. Fra allegre risa si passavano la bandiera di compagnia e la agitavano. Per fortuna non l’avevano strappata, rimaneva un pezzo di stoffa dai colori sgargianti, sporco di polvere e con qualche foro di pallottola.
A vedere quello spettacolo, Saturnino si incupì.
Chevallier fino a quel momento aveva confabulato con le vivandiere. «Adesso andate».
Tutte e quattro si allontanarono di un poco, poi sbucarono dalla vegetazione e si avvicinarono agli austriaci. Stavano piangendo.
Gli austriaci di primo acchito si preoccuparono perché loro indossavano giacche francesi e berretti frigi, ma quando realizzarono che erano solo delle vivandiere e sembravano in difficoltà non fecero nulla.
«Cosa vi succede?» chiese il comandante austriaco, in francese.
«Siamo scappate… quegli italiani ci molestavano…».
«Ah, ‘sti italiani. Un giorno torneremo a dominarli. Altro che schiavi ogn’or frementi, devono tornare a essere sudditi di Vienna».
Intorno, tutti risero di nuovo e acclamarono quelle parole.
Il comandante austriaco, il quale era un tenente feldmaresciallo, aveva dei baffi che lo facevano sembrare un diavolo.
Questi indicò verso da dove proveniva la Marsigliese. «Italiani, dei servi senza dignità. Gli abbiamo rubato la bandiera e loro fanno finta di nulla… anzi, si mettono a cantare l’inno dei loro padroni! Parola di Radetzky, torneremo in Italia e li faremo strisciare come i…».
«All’attacco, all’attacco!». Chevallier balzò fuori dai cespugli.
Saturnino scoppiò a ridere e seguì l’ufficiale.
Aristide sparò un colpo con il Charleville, poi trafisse un austriaco.
Gli austriaci di quel Radetzy volevano reagire, ma le vivandiere sfoderarono pistole e sguainarono sciabole le quali odoravano di prosciutto.
Saturnino si avvicinò alla bandiera, rotolò, strisciò, la prese e poi scappò indietro agitandola al vento.
Gli uomini di Radetzky si arrabbiarono e reagirono sparando con i loro moschetti sì, ma in maniera disordinata. Le biglie di piombo sibilarono, qualcuna forò il tessuto della bandiera, e Saturnino si disse che era un bersaglio troppo visibile per allontanarsi in modo adeguato da salvarsi la vita.
Rossi in viso, Chevallier e Aristide lo raggiunsero.
«E le vivandiere?» domandò Saturnino.
«Che si arrangino». Chevallier aveva il fiatone.
Quei lupi affamati li inseguirono, continuarono a sparare. Lontano, il resto della compagnia continuava a intonare la Marsigliese al suono del piffero dell’aquitano.
«Non… non ce la faremo mai!» gemette Saturnino.
«No, invece. Vivremo e vinceremo» sbraitò Aristide.
All’improvviso uscirono dalla boscaglia e i fantaccini italiani per poco non gli spararono addosso.
Era quella la loro compagnia, ma la Marsigliese era ancora lontana.
Saturnino comprese che a far più baccano era un gruppo distante, quello più corposo era lì, davanti ai suoi occhi.
Dopo pochi attimi pure gli austriaci fecero capolino dalla vegetazione, ma furono respinti a colpi di Charleville e baionetta.
Radetzky agitò un pugno. «Per oggi ce l’avete fatta, ma torneremo, schiavi ogn’or frementi!».
Tutti gli italiani risero di cuore e dopo un poco ritornò il pifferaio aquitano con una decina di fantaccini. «Oh, ce l’avete fatta sul serio».
«Hai visto, scetticone?» rise Saturnino. Agitò la bandiera, e più la agitava, più tutti esultavano.
Anche le coraggiose vivandiere tornarono. A parte qualche graffio erano tutte sorridenti.
«Sia chiaro, ragazzi, questo rimarrà un segreto fra noi. Ufficialmente non abbiamo mai perso la bandiera, capito? Né tantomeno in maniera così infamante, capito? Avete capito?».
Annuirono tutti, in maniera solenne.
Saturnino salutò le coraggiose vivandiere. «Questo è il segreto della vivandiera!».
«Evviva! Evviva il segreto della vivandiera!».

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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