Mercoledì nero bollente

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Un tavolinetto rotondo grazioso quanto basta, una bustina di zucchero di canna, una tazzina fumante di caffè…i bar d’inverno sono questo: tutto e niente. Sono il caldo delle stufe, i vapori profumati delle tazze, il chiacchiericcio distratto dei camerieri, sono la prima zona franca tra la solitudine disperata e la più prossima delle sopravvivenze possibili. Mi sono sempre trovato a mio agio nei bar, forse per l’aria vagamente allegra che si respira dentro o forse per quella familiarità poco impegnativa che ti permette di rimanere da solo anche in mezzo a un mucchio di gente. Prendi il tuo cucchiaino, mescoli bene il tuo caffè, sciogli accuratamente lo zucchero sul fondo, ti guardi un po’ in giro e provi a indovinare quanta felicità o quanta disperazione si nasconda dietro tutti quei mezzi sorrisi di cortesia. Osservi bene i volti e, nei pomeriggi più annoiati, sei anche in grado di costruirci dietro delle storie, racconti più o meno fantasiosi in cui ritrovare te stesso, i tuoi desideri, le tue frustrazioni. Ti ritrovi a invidiare quel tipo in fondo per il cappotto di lana ricercato e il cappello ingombrante quasi quanto la sicurezza del suo sguardo, oppure ti ritrovi a commiserare quell’altro là di lato per la testa china sull’ultima birra e sul riepilogo dei dispiaceri della giornata (debiti? malattie? lutti? chi sa cosa nasconde e poi forse neanche importa, in fondo tutto può destabilizzare irrimediabilmente la vita di un uomo). Se vai di corsa, invece, puoi anche permetterti il lusso di non guardare in faccia nessuno, puoi ingurgitare il tuo caffè, mangiare in fretta la tua brioche, pensare solo ai cazzi tuoi… nessun sorriso di famiglia ti chiederebbe mai un prezzo tanto irrisorio.

tagiura-bar-okAnna l’ho incontrata qui, in un pomeriggio d’inverno come tanti di dieci anni fa. Stesso tavolo, stessa tazzina, stesso caffè. Avevo appena dato l’ultimo esame: meccanica quantistica, mi era costato quattro mesi di studio, due confezioni di Valium e mezzo esaurimento nervoso. Mi sentivo insolitamente vuoto e leggero, proprio come quel cielo azzurro e terso che fuori il vento di tramontana sferzava di freddo. Entrò all’improvviso, semplice e bella. Il vento le aveva disegnato una tinta rosso acceso sul viso che le conferiva un che di insolitamente infantile e rassicurante. Rideva forte con una sua amica e mi piace tanto ricordarla così, libera e spensierata. Poi… il tavolo libero accanto al mio, il cameriere che tardava con lo zucchero, la cioccolata che si freddava, tutto ha una sua spontanea consequenzialità quando il destino, non si sa bene perché, decide per noi. Io ricordo solo la mia mano tesa verso di lei con una bustina di zucchero, accompagnata dal più riuscito dei miei sorrisi. Non ci sarebbe mai stato nulla di più caldo del suo sguardo nei miei inverni a venire e, a pensarci, mi spiace rendermi conto solo ora di non averglielo detto. Magari per inerzia o per pudore o per quella che taluni  chiamano forza dell’abitudine? Chissà… ma a volte la vita ci scorre davanti e noi nemmeno ce ne accorgiamo.

Dal giorno seguente non le diedi più tregua: la chiamavo, le proponevo lunghe passeggiate, le dispensavo allegrie, le condensavo il meglio di me in piccole e assidue somministrazioni quotidiane. La conquistai presto al mio caffè al ginseng e forse anche ai miei modi timidi e un po’ imbranati. Sorrideva delle mie fissazioni, delle mie piccole follie, le si illuminava il volto e ogni volta mi ripromettevo che quel sorriso avrebbe dovuto essere solo per me. Davvero strano l’amore, nasce dal nulla e pretende subito di diventare tutto. Incontri una sconosciuta e vorresti che nessuno l’avesse mai incontrata prima di te, pretenderesti di essere il suo primo bacio, la sua prima volta, la sua prima emozione, vorresti annullare il suo passato, essere il suo passato. Anna era perfetta, bella ma non troppo, intelligente ma anche arrendevole, sempre abbastanza allegra per compensare i miei malumori. Era come se mi fosse esplosa dentro non lasciando nessun angolo inesplorato. Lo stesso letto, la stessa doccia, lo stesso spazzolino, le mie camicie addosso a lei, non pensavo ad altro. Le chiesi di andare a vivere assieme. Era un pomeriggio di primavera, uno di quelli in cui la dolcezza dell’aria arancia l’azzurro del cielo e sembra rendere possibile ogni pensiero. Lei mi guardò negli occhi e mi disse che si fidava. Anna è fatta così, lei si fida sempre, raramente riesce a dire di no. Le ho sempre invidiato questa sua fiducia profonda nelle cose e nelle persone.
donna-6kk“Guarda che gli altri esistono, anche se pensi di poterne fare a meno!”, mi pare ancora di sentirla la voce arrabbiata di mia madre che gridava dietro la porta della mia camera chiusa al mondo. Mia madre era una tipa che aveva sempre ragione, le bastava uno sguardo per capire cosa andava e cosa no, cosa le dicevi e cosa ti tenevi dentro. La sua aria di condiscendenza mi feriva lo stomaco peggio di un pugno ben assestato. Come il giorno in cui venne a prendermi a scuola perché le avevo prese di santa ragione. “Non devi comprarti cause se non sai portarle a termine!”, mi disse con freddezza e che mi avessero chiamato ‘bastardo’ per lei non faceva alcuna differenza. In questi momenti pensavo di odiarla, almeno tanto quanto ero sicuro di amarla. Nei suoi occhi grandi ritrovavo le mie debolezze, le mie fragilità infinite, le paure irrisolte. Anche con Anna mi succede la stessa cosa. Ho
sempre pensato che le donne siano dotate di una lungimiranza profonda, capace di arrivare anche dove tu non sei mai riuscito a vedere. Mia madre partiva spesso, per lavoro diceva lei, per riuscire a rimane viva in qualche modo, pensavo io. Spesso ho cercato di immaginare cosa avesse potuto provare nell’attimo esatto in cui aveva capito di essere rimasta sola, sola con due figli che riguardavano solo lei e che si sarebbe ritrovata addosso sempre, col sorriso e col pianto, col sudore delle corse in bici e con l’odore aspro della febbre, con la gioia di vederli crescere e la paura concreta di non riuscire a farlo più. Ma mia madre era una roccia, almeno quanto io un castello di sabbia, di quelli che sotto si consumano a poco a poco con la risacca lenta del mare. Anna è sempre riuscita a mettere in pace tutto questo, a fare i conti col mio passato, a sorreggere il mio presente, ad accendere quell’energia vitale che non ho mai sentito mia. Se mia madre l’avesse conosciuta si sarebbe subito chiesta perché una come lei avesse deciso di stare accanto a uno come me. Non lo avrebbe mai tradotto a parole ma io glielo avrei letto comunque negli occhi, nel segno asciutto delle labbra, nell’arcata feroce delle sopracciglia. Ma Anna mia madre non l’ha mai conosciuta e di questo non so se rammaricarmi o se essere in qualche modo grato al destino. È strano come la nostra vita possa essere costellata di persone importanti e simmetricamente lontane, distanti, quasi impermeabili tra di loro. Ognuna col suo ruolo eppure ognuna chiusa nel suo spazio esclusivo e per noi indispensabile.
Ricordo ancora che lo studio del medico era di un candore abbagliante, come se con una sofisticata progettualità si fosse voluto convogliare e riflettere attorno tutta la luce del giorno disponibile ad alleggerire il buco nero di certi spiacevoli referti. Il medico era grasso e gentile, giocherellava piano con la sua stilografica prestigiosa e cercava con cura parole buone quanto basta per spiegare con garbo l’ineluttabilità della fine a due ragazzi poco più che sprovveduti. Perdere mia madre fu più di un lutto, fu perdere la direzione, smarrire il senso e lo scopo di una crescita già faticosa. La prima mattina in cui mi svegliai con la consapevolezza che non l’avrei più rivista ricordo che un sapore amaro mi impastava la bocca, pensai che forse i primogeniti ereditano in esclusiva l’amarezza dei
genitori o che forse quello era il segno inequivocabile che lasciano le perdite importanti. Anna fu un regalo prezioso, venne subito a colmare i vuoti, a recuperare le perentesi, a costruire nuovi puntelli alle mie insicurezze. Non mi ha mai chiesto nulla in cambio, ma a me piaceva riempirla di attenzioni, portarle fiori, proteggerla dai piccoli dolori di ogni giorno, non tanto perché mi apparisse fragile quanto perché sentivo che alla sua solidità era legata la mia.

Quando cominciai a seguirla, abitavamo assieme già da un anno e neanche io sapevo spiegarmi bene il perché. Fu una decisione improvvisa, fulminea, sconsiderata. Mi appostai con la macchina dietro la sua, le camminavo a distanza, la cosa mi metteva ansia ma anche una certa fibrillazione. Scoprii una consuetudine fatta di piccole amicizie a me più o meno note, di piccoli acquisti, di passeggiate al mercato. La cosa avrebbe dovuto togliermi ogni preoccupazione… e invece no, più la seguivo più mi accorgevo di quante cose facesse senza di me, di quanti sorrisi dispensasse agli estranei, di come la sua vita proseguisse comunque, anche a dispetto della mia presenza. Meno cose carpivo più stavo male, un vuoto profondo e cattivo mi si allargava dentro, come un buco nero che risucchiava tutto: gioie, affetti, piccole felicità. Anna stava lì e mi guardava da lontano, da sempre
più lontano.
3dc24d7fceee62bfeea42d87f0cb7502La prima volta che le diedi uno schiaffo la mano obbedì a un impulso incontrollato, non ricordo quale fosse il motivo, era come se tutti i miei pedinamenti delusi si fossero improvvisamente condensati in un unico gesto risolutorio. Forse era stata una frase sbagliata, magari una risata equivoca, di certo era la paura che potesse esistere fuori di me, come cosa autonoma, libera, apprezzata. Lei si chiuse in camera da letto e non mi parlò per due giorni. Avevo il terrore di rientrare a casa e non trovarla più. Riuscii a farmi perdonare. Giurai a me stesso che non sarebbe mai più successo. La portavo spesso al mare, forse perché le piaceva, forse perché così riuscivo comunque a camminarle a fianco. Anna coi suoi capelli marroni e le sue mollette rosa come quelle che usano le bambine e su cui anche lei amava scherzare. Anna coi fianchi abbastanza larghi per sostenere la mia schiena. Anna al buio, immersa nei suoi mal di testa e nelle mie follie. Dopo qualche mese ripresi a seguirla, quando usciva dal lavoro, quando andava a trovare la madre, quando diceva di volersi comprare una camicia, tutte quelle volte in cui non mi chiedeva più di accompagnarla e in cui io facevo finta di niente. Non mi guardava più negli occhi, forse per quella strana alchimia che ci smaschera colpevoli anche quando nessuno lo ha dimostrato veramente.

tazzina_caffè_iStock-642637648-1280x720Tornai a picchiarla e fu di sera. Era rincasata più tardi del solito. Lavoro, diceva lei. Marco, pensavo io. Quando Anna mi aveva detto di essere stata assunta come segretaria in un famoso studio legale, non stava nella pelle dalla felicità. Finalmente avremmo potuto permetterci una vita più comoda, uscire di più la sera, magari fare dei viaggi in estate o per le feste di Natale. L’affitto non ci avrebbe più ossessionato, anche perché col mio assegno di dottorato a stento arrivavamo a fine mese. Io non potevo che condividere quella gioia così autentica e in fondo altruista, ma sapevo anche quanto mi sarebbe costata. La prima volta che vidi Marco ero andato a prenderla all’improvviso all’uscita, per farle una sorpresa le dissi ed è incredibile quanto noi stessi riusciamo a solidarizzare con le nostre piccole ipocrisie. Marco era distinto, abile, sicuro di sé, si vedeva dalla destrezza con cui si muoveva tra scrivanie, fascicoli d’annata e pc perennemente accesi. “Non mi interessa per niente”, mi disse subito Anna e a pensarci non glielo avevo neanche chiesto, ma chi ci sta accanto impara suo malgrado a conoscerci e a proteggersi dalle nostre ottusità, delle nostre nevrotiche manie. Marco divenne il centro del mio interesse, era l’altro che la guardava tutte le volte che io non potevo, che apprezzava i suoi vestiti, che indovinava quando cambiava profumo. Il primo calcio fu per lui, per la sua faccia da bravo ragazzo di buona famiglia, il pugno che lo seguì fu per tutte le volte che io non ero mai riuscito ad essere così. Ne seguirono altri con l’unico scopo di annientare quell’immagine scomoda che ormai da mesi si era materializzata nella nostra casa, nel nostro letto, nei miei pensieri. Il giorno dopo non la trovai più. Un mazzo di chiavi dimezzato da poco era tutto quel che restava degli anni trascorsi assieme, e io lo capivo. Il profumo di gelsomino di Anna mescolato all’odore del sangue che le usciva dal naso, dalla bocca, dalle ciglia sottili me lo ritrovavo ovunque. Non riuscii a toccare cibo per giorni. Un potente senso di nausea mi invadeva la gola, mi urtava le narici. La ritrovai a casa di una sua amica, una voce tremante dietro una porta chiusa. Non mi aprì, e capii anche questo. Tornare tutti i giorni davanti a quella porta, sedermi sugli scalini, aspettare un suo cenno divenne lo scopo dei miei giorni a venire. Una sorta di pantomima che avevo ingaggiato con Anna, col mondo e forse anche con me stesso. Lei mi guardava con paura, con sospetto, con commiserazione. Un giorno mi venne incontro sulle scale. “Ho appena fatto il caffè” – mi disse – “vieni che te ne verso un po’, fa freddo qui”. Alla fine ritornò alla nostra casa, alle nostre finestre, alle nostre lenzuola vaporose di nuovo. Non l’ho mai ringraziata abbastanza. La mia vita è tornata ad avere un senso, l’unico possibile. La chiamano seconda chance, e forse era anche la terza o la quarta, non ricordo più, di certo doveva essere l’ultima di cui approfittare. Anna mi ha detto che il mio era un amore malato, che io ero malato, che dovevo farmi aiutare e che ad aiutarmi non poteva più essere lei. Da allora ho imparato ad ascoltare con attenzione belle parole, frasi oneste e rassicuranti, che ti entrano nella testa e ti circolano lente nel corpo per tutto il giorno, con la stessa efficacia miracolosa e risolutoria di un farmaco costoso di ultima generazione. Lo psicologo dice che nessuno ti appartiene, che quando ami non devi pretendere nulla in cambio, che devi costruire te stesso prima di poter creare qualcosa con gli altri. Ha gli occhiali sottili, vestiti eleganti e un’espressione convincente. Parla in modo semplice, e io gli credo. Ad Anna porto il caffè a letto tutte le mattine, perché è dai gesti semplici che si ricomincia, mi hanno detto così. Anna ha comprato delle tazzine nuove, le ha scelte rosse perché dice che è il colore del sangue, della rinascita, del divenire. Sono di porcellana sottile, finemente cesellate nei minimi particolari, c’è anche un cuore dove infilare l’indice per consolidare la presa. A me quel cuore bucato fa un po’ impressione, ma lei in quelle tazzine ci crede e ho cercato di crederci anch’io. Qualche volta riesce persino a sorridermi di nuovo, con quello sguardo pulito e sincero di cui solo poche anime pure sono capaci. A volte il riverbero della luce che filtra dalla finestra la rende luminosa ed evanescente, quasi irreale. Prende la tazzina tra le mani, mette lo zucchero – forse un po’ più di prima -, mi guarda con circospezione e io non capisco perché. Mi parla con tono calmo e pacato, come solo
certe mamme riescono a fare per il bene dei figli cresciuti un po’ male. Forse ha paura che quella tazzina così preziosa mi cada dalle mani e io la capisco, il rumore di una tazzina che cade è sempre un annuncio di dispiacere, è il sentore di un che di incompleto, di irrimediabilmente scompagnato. Una tazzina di per sé è un oggetto allegro anche se in qualche modo banale, la compri al supermercato o al massimo in un negozio di regali e già pensi a chi verserai il tuo primo caffè fatto con cura. Eppure se ne fai un lancio dritto, preciso, affilato, la sua ceramica ti può esplodere sullo zigomo e devastare all’improvviso la calma apparente di una giornata qualunque. Forse Anna pensa a questo ogni mattina, forse lo pensava anche stamattina mentre mescolava il caffè con la sua tazzina di porcellana rossa tra le mani. Forse per questo non mi è parsa sorpresa. Odio questa Anna, umbratile e sospettosa, forse perché a volte piange di nascosto, forse solo perché a crearla sono stato io.
lavagna-bohmCalcolare, razionalizzare, scomporre e ricomporre per prevedere la traiettoria delle cose, è incredibile quanto vano ottimismo si nasconda dietro le leggi della fisica. E poi c’è ancora l’energia potenziale di un oggetto, per quanto prevedibile resta comunque inespressa fino a che non ti decidi a convertirla in energia cinetica. Ma per gli uomini non funziona così, per un uomo l’energia potenziale è anche la somma di tutti i suoi cattivi pensieri, del male che ha dentro, del bene che non gli hanno mai dato o che, suo malgrado, non è mai riuscito a dare. Forse per questo l’energia cinetica risultante rimane sempre forza viva, inaspettata, dirompente. Forse per questo alla fisica classica ho sempre preferito la quantistica, perché ti tira dentro alla dinamica delle cose, perché non stai lì a guardarla da semplice osservatore ma sei tu stesso, in qualche modo, a costruire la tua realtà. La fisica e gli esseri umani non vanno mai d’accordo, in fondo l’ho sempre saputo, come so che l’uno non diventa mai zero perché le persone non cambiano e perché anche in matematica i problemi non si annullano senza un motivo. Così, quando la porcellana rossa è scoppiata in mille pezzi sul muro, stamattina, neanche io mi sono stupito se Anna quei cocci non avrebbe potuto raccoglierli mai più.

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Chi lo ha scritto

Ester Guglielmino

Si chiama Esterina Guglielmino e vive a Modica, sua cittadina di origine. Laureata in Lettere Classiche, da anni insegna lettere e latino ed è molto contenta di farlo. Ha sempre coltivato l’amore per la lettura, occupandosi di organizzare e mediare eventi letterari. Coltiva la passione per la danza, il teatro e la poesia. Scrive da sempre, senza pretese e solo per il piacere di farlo.

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