Il gatto: storia di un capolavoro felino

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I gatti non obbediscono al padrone per cause evolutive. Se discendeste dalle tigri, nemmeno voi ubbidireste ai pronipoti delle scimmie (Ventotagliente)

Statua in bronzo della dea Bastet

Statua in bronzo della dea Bastet

Il gatto è stato amato alla follia oppure odiato e perseguitato, ma al giorno d’oggi – a parte rari casi – sembra che riviva un momento di straordinaria fortuna: solo per parlare dell’Italia si calcola che le nostre case siano popolate da 60 milioni di gatti, praticamente uno per ogni abitante. Per non dimenticare un recente studio dell’Università del Michigan che ha certificato che la presenza di animali domestici nelle case, in particolare dei gatti, riduce di molto (35% addirittura) il rischio di infarti, ictus e altri accidenti del genere. Di seguito ne racconto la storia e gli aneddoti, che sono ricchi di sorprese. Mentre la domesticazione del cane può essere fatta risalire a 135.000 anni fa, quella del gatto (sempre che si possa parlare di “domesticazione”) è assai più recente: si può tranquillamente dire che è stato il micio ad avvicinarsi all’uomo e non il contrario. Dall’analisi del DNA di oltre 200 gatti si è scoperto che il legame tra umani e felini risale alla nascita dell’agricoltura, avvenuta circa 12.000 anni fa nella cosiddetta “Mezzaluna Fertile” (una regione storica del Medio Oriente, culla di antichissime civiltà) . Gli antichi Egizi addomesticarono il gatto selvatico 6.000 anni fa, chiamandolo con voce onomatopeica “Miw”. Attorno al 1000 a.C. nella zona del delta del Nilo si inaugurò il culto della dea-gatta Bastet, sorella di Sekmet, antica e terribile divinità leonina della guerra dal muso sporco di sangue, mentre Bastet a differenza dell’altra assunse l’aspetto di una buona madre, protettrice della fertilità, della maternità e delle gioie terrene, sesso in primis. Lo storico greco Erodoto racconta che a Bubastis, la città della dea, le feste in suo onore potevano essere sfrenate e che “veniva consumato più vino che durante tutto il resto dell’anno”. Come essere divino il gatto era considerato inviolabile: era proibito maltrattarlo per non parlare di ucciderlo, come imparò a sue spese un legato romano che ne aveva investito uno con un carro suscitando la furia della gente. Quando il gatto di casa moriva la famiglia entrava in lutto radendosi le sopracciglia come manifestazione di cordoglio, e naturalmente la bestiola veniva mummificata.

Mosaico romano con gatto e pappagalli

Mosaico romano con gatto e pappagalli

Dall’Egitto il gatto passò in Grecia dove era chiamato “ailourus”, ossia “l’animale che agita la coda”: gli antichi popoli ellenici avevano infatti capito che la mobile appendice felina è una sorta di antenna che comunica – come ben sa chi ci convive – gioia, nervosismo, paura e irritazione. Esopo, autore greco che scriveva circa 2500 anni fa, non doveva amare molto i gatti perché ne parla come di animali ingannatori, crudeli e traditori senza scrupoli: in una sua favola infatti, una micia perdutamente innamorata di un bel ragazzo, chiese ad Afrodite di trasformarla in una giovane donna. La dea volle accontentarla ma anche metterla alla prova: così, mentre i due erano sdraiati nel talamo nuziale lasciò che nella stanza entrasse un topo. Dimentica del suo nuovo corpo la gatta cominciò a inseguirlo per mangiarselo, cosa che terrorizzò il marito e disgustò Afrodite, che restituì all’animale la sua forma primitiva. Passando all’antica Roma i mici tornarono a guadagnare punti: i conquistatori latini ne ammiravano infatti il coraggio e l’astuzia, e se li portarono dietro favorendone la diffusione con l’espandersi dell’Impero, scoprendo che erano più efficaci dei furetti fino ad allora usati per tenere a bada i roditori. Ottaviano Augusto – che non era certo di cuore tenero – dedicò alla sua gatta parole commoventi: “La mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto…Mia pari così come pari agli dei, non mi teme e non se la prende con me, non mi chiede più di quello che sono felice di dare…” Nell’arte romana troviamo i felini rappresentati in mosaici o stele funerarie, mentre alcune legioni li dipingevano sui loro scudi in posizione eretta e perfino una coorte di pretoriani si chiamò “dei gatti”. Cattus inoltre era un nome proprio. Come capita anche oggi i maschi romani chiamavano le loro innamorate “gattina”, in latino Felicula, come dimostra una lapide funeraria dedicata a Calpurnia Felicla, recante il bassorilievo di un gatto. Con l’introduzione del culto della dea egizia Iside, i romani la identificarono con Bastet e le dedicarono templi in cui i felini circolavano liberamente mentre la gente portava loro da mangiare; nella capitale esiste tuttora la scultura in marmo di un gatto proveniente dal tempio di Iside in Campo Marzio sporgente da uno dei cornicioni di palazzo Grazioli. Il gatto era anche considerato un portafortuna sulle navi, sulla cui prua spesso veniva posto in effigie.

Gatto e strega. Illustrazione di F.Fossos

Gatto e strega. Illustrazione di T.Fossos

Col Medioevo la percezione che si aveva dei felini si modificò: la Chiesa cattolica era in generale diffidente verso gli animali domestici, perché pensava che distraessero i proprietari dai loro doveri religiosi. C’erano però delle eccezioni: una guida spirituale inglese per anacorete suggeriva quale unico animale di compagnia proprio il gatto, forse per la sua natura tranquilla e contemplativa. Anche Santa Chiara d’Assisi amava “sora gattuccia”, una micia accolta fraternamente nel convento di San Damiano. Tra i civili un gattofilo convinto fu Francesco Petrarca che in una delle sue ultime lettere, indirizzata a Giovanni Boccaccio proprio prima di morire, nomina una gatta dal manto pezzato e dal carattere dolce che nel suo cuore insidiava l’immagine dell’amata Laura. In quanto ai papi il loro atteggiamento fu ambivalente: Gregorio I, detto poi Gregorio Magno, dottore della Chiesa e inventore del canto gregoriano, era circondato dai gatti e quando si ritirò si portò dietro uno di questi felini. Mentre la maggior parte delle enciclopedie medievali e dei bestiari che discutono del gatto si concentra su di esso come animale utilitario che mangiando i topi tiene lontano i parassiti, un altro Gregorio (IX questa volta) capovolse la situazione con una bolla, la “Vox in Rama” in cui per la prima volta si descrive la riunione notturna del sabba  e l’iniziazione di un adepto: al centro della scene c’è un gatto nero a cui l’iniziando deve  reverenza baciandogli il sedere. Nelle campagne di propaganda anti eretica il gatto era spesso rappresentato simile al diavolo che ghermisce le anime proprio come fossero topi, e anche la sua capacità di vedere al buio creava diffidenza per il motivo che un buon cristiano alla notte dovrebbe dormire.  La natura indipendente e libera dell’animale doveva dare ai nervi allora come capita ancor oggi: in fondo si rifiutava di seguire le regole come facevano gli eretici. Durante i lunghi secoli in cui imperversò la caccia alle streghe il povero micio comparve regolarmente  come colpevole nelle carte processuali, mentre si pensava che le fattucchiere fossero capaci di assumere sembianze feline: possedere e nutrire un gatto poteva scatenare i sospetti della comunità  proprio nei riguardi delle donne sole che certamente trovavano nel loro piccolo compagno una fonte di affetto e consolazione.

Gatto di Santa Sofia a Istanbul

Il gatto di Santa Sofia a Istanbul

Se il Medioevo cristiano fu un periodo terribile per i gatti, l’Islam li tenne in grande considerazione: infatti Maometto amava i gatti, in particolare la sua micia Muezza. Tra i numerosissimi Hadith o aneddoti che gli si attribuiscono si racconta che – chiamato alla  preghiera – non volle disturbare la bestiola che ronfava pacificamente su una delle larghe maniche del suo djellaba  e la tagliò via. Al suo ritorno, riconoscente, la micia lo salutò con un inchino e il Profeta, commosso, fece alcuni importanti doni a lei e ai gatti a venire: la accarezzò tre volte sul capo dando origine alle tipiche striature, le regalò la capacità di atterrare sempre sulle zampe da qualsiasi altezza cadesse e ovviamente le assegnò un posto in Paradiso. Per rimanere in campo religioso, secondo il Buddismo theravada quando una persona moriva, nel luogo di sepoltura veniva posto accanto a un gatto vivo che aveva la possibilità di uscire dalla cripta tramite una fessura. Quando succedeva era la dimostrazione che l’anima del defunto si era reincarnata nella bestiola.

Yprres,  Festival dei gatti o Kattenstoet

Ypres, Festival dei gatti o Kattenstoet

Per lungo tempo l’Europa non dimostrò lo stesso atteggiamento di pietà e rispetto dei paesi orientali: è noto che da noi i gatti venivano spesso e volentieri massacrati nelle piazze: nell’Inghilterra di Maria Stuarda perché li si considerava un empio simbolo della religione protestante, in quella di Elisabetta I Tudor per l’opposto motivo, dal momento che li si associava alla fede cattolica. I metodi per ucciderli erano particolarmente crudeli: chiusi in gabbie venivano sospesi sopra i falò e bruciati vivi. Questa orrenda e ripugnante usanza aveva un’antica matrice sacrificale celtica e le urla di agonia dei poveri animali erano ritenute apotropaiche e portatrici di fortuna; la loro cenere era inoltre raccolta e conservata a mo’ di talismano. Un altro evento del genere era il lancio dei gatti dai campanili. Una festa che si tiene nella città belga di Ypres ne ricorda la storia: in antichità il posto era un importante centro di produzione laniera, ma si scoprì che i topi prediligevano le morbide matasse per fare i loro nidi. Per cacciarli si ricorse ai gatti, che però si riprodussero con tale velocità da costringere gli abitanti ad ammazzarli lanciandoli dal locale campanile, con perverso divertimento della gente. La turpe situazione durò fino al 1817, quando un micio riuscì ad atterrare miracolosamente illeso. Si decise allora di interrompere i gatticidi sostituendo le bestie vere con una finta: la festa – che si svolge ogni tre anni – si chiama Kattenstoet  o Festival dei gatti e comporta una sfilata di carri allegorici con figuranti truccati da gatti e topi. Il gatto continuò ad essere poco apprezzato anche durante il Rinascimento: nei dipinti rappresentanti l’Ultima cena infatti, assai spesso lo si trova accovacciato o sibilante come un demonio di fianco a Giuda, l’Apostolo  traditore . Una significativa eccezione è costituita da Leonardo da Vinci che dedicò un foglio di meravigliosi disegni ai gatti, oltre ai numerosi studi di un quadro che non dipinse mai, una Madonna con in braccio un bambino e un grosso micio. Il gatto fu raramente rappresentato in modo positivo nella pittura antica: solitamente il suo atteggiamento è interessato a un uccellino o comunque a del cibo, rispecchiando la mentalità dell’epoca che lo voleva predatore e ingordo. Così nella “Madonna della gatta” di Giulio Romano e nel medesimo soggetto ritratto da Federico Barocci, in cui un micio pezzato ritto sulle zampe posteriori nell’interno domestico della famiglia di Nazareth, fissa gli occhi sul cardellino stretto nel piccolo pugno di San Giovanni.

Henry Wriothesley, III conte di Southampton

Henry Wriothesley, III conte di Southampton con Trixie

I gatti erano particolarmente benvoluti da chi era privato della libertà: il gentiluomo inglese Lord Wriothesley accusato di aver cospirato contro Elisabetta I, fu rinchiuso nella Torre di Londra col suo fedele micio Trixie, ritratto in un dipinto da John Critz il vecchio; infine Torquato Tasso, l’ombroso poeta autore della “Gerusalemme liberata” – segregato nella prigione di Sant’Anna a Ferrara – dedicò rime amorose ad alcune gatte che vedeva dalla sua cella, chiamando i loro occhi “luci sante” e paragonandoli a delle stelle. Un altro gattaro fu Armand-Jean du Plessis de Richelieu, il potente ministro di Luigi XIII, che perseguitava senza pietà streghe e stregoni, ma in compenso adorava i suoi quattordici mici con cui dormiva e pranzava, lasciandoli anche gironzolare sulla tavola. Rimanendo sempre in Francia, anche re Luigi XV amava i gatti, e in particolare Brillant, un sontuoso angora bianco di cui fece eseguire un bel ritratto mentre corre dietro a una farfalla.

Leonardo da Vinci. Studi di gatti e un drago

Leonardo da Vinci. Studi di gatti e un drago

L’idea che l’animale sia una sorta di spirito guardiano delle imbarcazioni è arrivata attraverso i secoli fino a noi, e nonostante si pensi comunemente che i gatti detestino l’acqua, moltissimi di loro fecero parte degli equipaggi, col principale scopo di dare la caccia ai topi che a bordo di una nave possono causare danni a funi, oggetti di legno e impianti elettrici, senza dimenticare che i ratti sono i principali diffusori della peste bubbonica. Tra le tante superstizioni legate al gatto di bordo ne segnalo alcune: sei il gatto starnutiva stava per piovere, se si leccava contropelo pronosticava l’arrivo di grandine, se cadeva in mare la nave sarebbe stata maledetta da nove anni di sfortuna, mentre per i giapponesi se il gatto di razza calico sale sull’albero maestro della nave tiene lontano gli spettri degli annegati. C’è del vero in questi detti popolari perché in effetti le vibrisse sono delle antenne che percepiscono le variazioni di temperatura e gli spostamenti d’aria, mentre il micio è anche capace di avvertire i cambiamenti elettrostatici. Tornando ai gatti di bordo parecchi di questi diventarono famosi, specie durante la Seconda Guerra mondiale: tra tutti primeggia Oscar, soprannominato “l’inaffondabile Sam” perché era sopravvissuto a tre catastrofi navali per poi tornare nel Regno Unito e andare in pensione presso un alloggio di marinai.  Altra micia celebre fu Emmy, gatta di bordo della RMS Empress of Ireland. Sparì dalla nave mentre era ormeggiata nel porto di Québec, fu ritrovata ma scappò ancora, e la cosa fu considerata un terribile presagio. Una volta salpata, l’imbarcazione entrò in collisione con un mercantile norvegese alla foce del fiume San Lorenzo e affondò rapidamente causando la morte di 1012 persone. Io che non escludo categoricamente i fenomeni paranormali non mi meraviglio che un gatto possa prevedere il futuro.

L'inaffondabile Sam

L’inaffondabile Sam

Il colore nero dei gatti è dovuto a fattori genetici e ovviamente non c’entra nulla col diavolo e le streghe; il manto scuro era amato nell’antica Roma e presso i popoli celti, che lo ritenevano di buon auspicio per le ragazze da marito. Il gatto nero ha ispirato diversi scrittori: Théophile Gautier descrive la bellezza dei suoi gatti, mentre di Edmond Rostand (l’autore di Cyrano di Bergerac) è una delicata poesia sul suo piccolo gatto color notte. Lo scrittore americano Edgard Allan Poe lavorava con l sua gatta Cattarina sulle spalle probabilmente  per scaldarsi, visto che la famiglia era povera e non aveva denaro per comperarsi legna da ardere; un suo celebre racconto intitolato “Il gatto nero” narra di un assassino scoperto proprio grazie a un felino di questo colore e privo di un occhio. Per tornare alle superstizioni, purtroppo idee del genere sopravvivono in Italia, Spagna e in Cina, dove si associa il micio nero a carestia e povertà. Nelle penisola iberica la cattiva fama di questo animale è talmente consolidata  che gli animalisti hanno fatto togliere la sua immagine per la Notte di San Giovanni, quando le bestiole venivano massacrate nelle piazze. E mentre raccoglievo materiale per questo articolo mi sono imbattuta in tremende storie di sacrifici di animali che si eseguono tuttora per Halloween. Possibile che nel 2020 esistano ancora porcherie del genere?

Maneki neko, il gatto portafortuna giapponese

Maneki neko, il gatto portafortuna giapponese

Per fortuna in Inghilterra, Giappone e Scozia il gatto nero è considerato un vero e proprio talismano benefico. In Giappone il Maneki Neko è un gatto portafortuna di vari colori che saluta con la zampina alzata, ed è esposto nei negozi, nei ristoranti, nelle sale da gioco e persino nei templi shintoisti. In Germania il gatto nero porta fortuna o sfortuna a seconda che attraversi la strada da destra a sinistra o viceversa. La passione degli anglosassoni per i gatti è testimoniata da un divertente episodio che capitò a Gioacchino Rossini mentre era in tournée in Inghilterra. Mentre una cantante si stava esibendo sul palcoscenico un gatto nero le passò davanti, diventando per un attimo protagonista dell’opera. Impaurita e infuriata la donna cominciò a strillare che le togliessero “la bestiaccia” di torno. Né il compositore né la soprano sapevano che ogni teatro inglese possedeva un paio di felini per tener lontano i topi e per portar fortuna allo spettacolo, per cui l’impresario suggerì tranquillamente al maestro che piuttosto che cambiare micio era meglio cambiare cantante.

Carl Kahler, Gli amanti di mia moglie

Carl Kahler, Gli amanti di mia moglie

Protagonisti di romanzi e racconti come il celeberrimo Stregato o Gatto del Cheshire di “Alice nel paese delle meraviglie”, eroi di fiabe (Il gatto con gli stivali), i felini sono stati anche al centro di film, il più famoso dei quali è “Gli Aristogatti” di Disney, che tuttavia non impazziva per questi animali. Molte personalità dello schermo e della politica hanno voluto un gatto vicino a sé. I primi ministri del Regno Unito avevano addirittura istituito una carica per il gatto che risiedeva al famoso n.10 di Downing street: il titolo di Chief Mouser, ossia capo cacciatore di topi nell’Ufficio di gabinetto. Dall’altra parte dell’Atlantico un famosissimo gattaro fu Abraham Lincoln che si rilassava giocando per ore coi suoi mici; Theodore Rooswelt aveva ordinato al suo staff di scavalcare il gatto Sleepers se lo trovavano addormentato nei corridoi. Anche John Kennedy e George Bush amavano i gatti, e in quanto a Bill Clinton – il suo Socks, ossia “calzini” – era stato salvato dalla strada  e frequentava nientemeno che lo studio ovale  dove si sedeva sulla poltrona del Presidente degli Stati Uniti: il posto giusto per un animale regale.

Bill Clinton con il gatto Socks

Bill Clinton con il gatto Socks

Fonti: 

Donald W.Engels, Il gatto è tutta un’altra storia, ed. Piemme

Claudio Widmann, Il gatto e i suoi simboli, ed. Magi

http://www.naturalistiferraresi.org/wp-

content/uploads/2018/02/Breve-storia-del-gatto-domestico.pdf

https://www.foliamagazine.it/i-gatti-nel-medioevo-perche-erano-tanto-odiati/

https://www.fattistrani.it/post/inaffondabile-sam

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/11/11/gatti-da-churchill-ai-clinton-irresistibile.html

https://academiccatlady.wordpress.com/2017/10/20/the-ambivalent-cat-in-religious-orders/

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