Covid-19, il destino dei delusi

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Nelle vicende umane, specie se disastrose, intervengono svariati fattori apparentemente determinanti ma, in effetti, tendenzialmente obnubilanti, tali da ingenerare una sorta di confusione che attanaglia soprattutto il cittadino comune, il quale, sprovvisto dei mezzi atti a decriptare le molteplici e talvolta ridondanti e/o fuorvianti informazioni, commette errori che ricadranno sull’intera collettività, sotto tutti i punti di vista.
Ma per quali ragioni le dinamiche fin qui esposte, solitamente immutabili nel tempo, assumono nel frangente odierno – contrassegnato dalla mortale minaccia del virus Covid-19 – una rilevanza diversa?
Il punto centrale è inquadrabile nelle cause attribuibili alle condotte scorrette di governanti e governati irresponsabili, i primi per l’incapacità di gestire la seconda ondata (per la prima, marzo 2020, non necessitarono grandi doti, fu deciso il lockdown per arginare i contagi, che difatti si ridussero), i secondi per essersi arrogati diritti immaginari.
Ma se l’attuale emergenza desta grande e legittima preoccupazione per via delle strutture e dei mezzi di soccorso insufficienti a far fronte alla crescente richiesta, bisogna tuttavia sottolineare che tale stato è frutto di una disattenzione diffusa di quell’ampia fetta di popolazione che, a partire dai primi momenti post-lockdown, è stata tradotta in una autoconcessione di libertà oltremisura, culminante persino in baci e abbracci come se nulla fosse accaduto, come se il virus fosse sparito.

Emergenza Covid-19: le tre regole principali.

Emergenza Covid-19: le tre regole principali.

La costante, in questo lungo arco temporale marzo-novembre, è stata rappresentata da tre regole principali:
- indossare la mascherina;
- attuare il distanziamento fisico (o sociale);
- lavarsi le mani.
Queste ed altre novità sono entrate, forse prepotentemente, nella vita di tutti, sconvolgendola. È risaputo, però, che le persone non hanno tutte la medesima reazione; nel caso di specie, non tutti hanno recepito di buon grado le regole imposte, o meglio, una in particolare: il distanziamento interumano, che non riesce tuttora a fare breccia nella maggioranza della gente.

A ricordare il rispetto delle regole – come dovrebbe essere sempre – intervengono diversi agenti, fra cui le sanzioni o, quantomeno, richiami decisi che, a parte sporadici casi, non sono stati in grado di condurre ad un comportamento consono e improntato al rispetto supremo della salute collettiva, della vita.
Gli attuali contagi in crescita e i consequenziali danni, tra cui i numerosi decessi, sono figli di questi atteggiamenti irriguardosi, che hanno, tra le loro colpevoli conseguenze, anche quella di ammantare di opacità il diligente comportamento di coloro i quali, in questa triste vicenda collettiva, si trovano agli antipodi.

Il paradosso dei giusti

Vi sono alcune persone che, per via delle loro semplici ma preziose azioni, acquisiscono il diritto di essere annoverate in una macro-categoria umana: i giusti, che, nel caso di specie, corrispondono alle persone corrette: donne, uomini e bambini rispettosi del protocollo anti-Covid in ogni occasione, sin dalla sua emanazione.

Tali esseri umani non pretendono di passare alla storia, né tantomeno di ricevere premi ed onorificenze, ma nemmeno meritano di essere derisi. Ma se alla derisione sociale si aggiunge l’indifferenza delle istituzioni statali, si supera persino l’umana concezione dell’assurdo, creando un paradosso.
Le ragioni di queste dinamiche possono essere rintracciate nei meccanismi psicologici dei gruppi sociali di cui si tratta.
Nel pieno del periodo post-lockdown (giugno-settembre 2020), ogni membro di quella maggioranza irrispettosa tendeva ad aggregarsi ai suoi simili – con cui scambiava strette di mano e condivideva ritorni a normalità mai consentiti – per il timore dell’esclusione sociale e per converso sbeffeggiava, consciamente o meno, chi rifiutava (come sancito da Dpcm e ordinanze varie) tali atteggiamenti.

Gli effetti disastrosi hanno fatto capolino agli inizi di ottobre, quando il numero dei contagi ha cominciato a crescere, di pari passo con l’allarmante preoccupazione generale, specie tra il personale sanitario, in forte sofferenza per soccorrere adeguatamente i malati, tra cui si annoverano parecchi deceduti ed altri curati addirittura nelle ambulanze ed auto in coda, alcuni persino con le bombole d’ossigeno trasportate in spalla.
Alla luce di questa drammatica situazione i governi dei Paesi più colpiti (perlopiù in Occidente, poiché in Oriente, soprattutto in Cina, tutti hanno imparato perfettamente a convivere con il virus) stanno cercando di porre rimedio, attraverso misure di contenimento dei contagi. Il governo italiano, affidandosi ad un algoritmo basato su ventuno indicatori, ha diviso l’Italia in tre zone: rossa, arancione e gialla, a seconda della più alta o bassa gravità. Di conseguenza, sono state disposte misure di chiusura (o lockdown) più o meno ampie, chiedendo alla popolazione nuovi sacrifici che, comunque, è tenuta a porre in essere.
Sebbene sia comprensibile e lodevole l’impegno profuso dal governo per evitare un nuovo lockdown generalizzato, e pur riconoscendo il valore scientifico dei suddetti parametri adottati,
non può non balzare agli occhi il ritardo nell’approccio, già gravato da un mancato controllo nei mesi precedenti, durante i quali – osservando gli italiani più scorretti durante feste e riunioni varie – si profilava la soluzione più banale: vietare gli incontri fra congiunti non conviventi e amici.

In questa vicenda, le persone rispettose delle regole continueranno a compiere il loro dovere, come sempre, e forse rimarranno un modello esemplare, che probabilmente sarà seguito solo da qualcuno o da nessuno, ma gli sia almeno consentito di sentirsi profondamente deluse, dallo Stato e dai concittadini.

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