Aspetta…

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-­‐Aspetta!

La voce arrivò così, improvvisa e inattesa, una notte d’inverno come tante altre in cui le pantofole sembravano sfuggire a ogni mia logica di ricerca e la mano procedeva a tentoni nel buio, quasi totale, della mia camera di giovane donna che, dopo tanti sforzi, era finalmente riuscita nell’intento di andare ad abitare da sola. L’unica fonte di luce, minuscola e calda, era quella che arrivava dalla mia lampada a terra, faticosa scelta di una delle mie più recenti spedizioni all’IKEA, una delle poche volte in cui Marco si era finalmente deciso a mettere da parte la sua inguaribile accidia e ad accompagnarmi.

DormireE poi c’era pure, fredda ma rassicurante, la luce che filtrava come ogni sera dalle fessure appena abbassate delle persiane, protezione e apertura assieme verso l’altro da me, anche nelle ore in cui la solitudine – l’altra faccia terribile dell’indipendenza (lo avevo imparato presto…) – si faceva più temibile e avvolgente e pesava più del piumone di vera piuma d’oca che mia madre, contro ogni mio inutile diniego, si era comunque ostinata a volermi comprare.

Mi guardai attorno, quasi certa di essere a ridosso di una delle mie consuete fasi di dormiveglia,in cui alla fine il sonno si trovava ad avere la meglio sul mio inveterato e infantile timore del buio. Avevo la bocca impastata infatti, come quando ti svegli da un sogno in cui hai corso per chilometri e chilometri, nonostante le gambe pesanti e l’incertezza di fondo sulle buone o cattive intenzioni del tuo fantomatico inseguitore. Non era la prima volta che mi capitava e, dopo quasi un anno di vita solitaria, ci avevo quasi fatto l’abitudine. Sarebbe bastato poco e lo sapevo: alzarmi dal letto, stropicciarmi gli occhi con un po’ di più di vigore, versarmi mezzo bicchiere d’acqua, passare rapidamente dal bagno e poi ritornare di corsa sotto l’abbraccio caldo delle coperte.
“Perché non mi parli? ”
Stavolta il suono mi parve ancora più reale e presente, cominciai a sudare freddo, un brivido gelato mi percorse la schiena con la violenza inattesa di una scossa elettrica, d’istinto mi rannicchiai sotto il piumone di mamma, forse per trovare la conferma – che iniziava oramai a vacillare – sul fatto che stessi ancora dormendo.

“Ti conosco! Cosa credi? Sei sempre la solita vigliacca!”
“Chi sei? Cosa vuoi da me? Ci conosciamo?”
La voce mi era diventata roca e gutturale e stentava quasi a farsi spazio nella gola: avevo l’impressione di soffocare dalla paura.  Improvvisamente era come se tutti i miei incubi di bimba fossero venuti a trovarmi per prendersi gioco di me, per distruggere senza requie quel mio fragile mondo di donna conquistato a fatica: un girotondo lungo e nero come certe ombre che t’inseguono senza tregua,la sera,quando è tardi e sei da sola e, tuo malgrado, devi ritornare a casa.
Incubo“Chi sei?”
“Io sono e basta, che senso ha parlarne?”
“Che razza di risposta è? Allora non esisti, sei solo uno dei miei soliti fottuti incubi.”
I miei incubi… certo, doveva trattarsi di questo, non c’era altra spiegazione plausibile. Quante volte,nel cuore della notte,mi ero ritrovata a gridare nel buio col sudore freddo della paura sulla fronte. Li avevo da sempre, da quando ancora bambina mi ero ritrovata all’improvviso buttata fuori dalla camera da letto dei miei, senza tante cortesie.

“Da stanotte, dormi in camera tua, senza se e senza ma!”, la voce dura di mia madre era arrivata come una coltellata in pieno giorno, proprio davanti al tazzone di latte che non ero più riuscita a finire e aveva continuato a rimbombarmi nella testa per anni. In quell’occasione avevo replicato, farfugliato qualcosa, credo, ma le parole di mia madre non avevano mai accettato repliche e lo sapevo. Non era il tipo da facili commozioni né tanto meno da grandi trasporti d’affetto. Voleva essere ascoltata, e rispettata. Era quella l’unica forma di attenzione compatibile con il suo modo di essere, di esistere, di pensare. Avevo sei anni e non avrei mai più dimenticato quella dichiarazione di definitiva rottura con ogni forma di compatimento. Ero una figlia debole, per questo non le ero mai piaciuta e in futuro non avrebbe mai sprecato occasione per farmelo notare.

La notte dopo quella fatidica colazione andata di traverso ricordo che la passai con gli occhi sbarrati, mentre tutto intorno a me sembrava animarsi di una vita notturna, impensabile e inquieta. L’unica parentesi fu una carezza di mio padre -­non so neanche bene che ore fossero, l’orologio non lo leggevo ancora – che arrivò leggera, all’improvviso. Ma da allora la stagione degli incubi non era mai finita e si sarebbero ripresentati,puntuali, ad ogni giro di boa della mia vita.
“Cos’è? Ti sei incantata come al solito?”
La voce, acuta e tagliente, mi riportò alla strana realtà di quella serata. Non riuscivo ancora a capire bene da quale direzione venisse né se fosse una voce in qualche modo conosciuta, di certo aveva qualcosa di vagamente familiare che non riuscivo ancora a identificare. Ma ora, oltre ad impaurirmi, aveva assunto un tono quasi supponente e canzonatorio. Iniziava a darmi fastidio.
“Chi sei? Ci conosciamo? Cosa vuoi da me? Se sei un ladro sappi che non ho soldi, sono stata anche licenziata da poco, e… bella non lo sono mai stata.
“Lo so, sei una sfigata! Ti conosco bene.”

Quella voce continuava a rimbombarmi nella testa come certi suoni indistinti che ti ricordano qualcosa di recondito, di remoto,anche se non riesci bene a capire cosa. Comunque, chiunque fosse, doveva proprio conoscermi bene. Aveva ragione, ero una sfigata, lo ero sempre stata. Non particolarmente bella né particolarmente brutta, non stupida ma neanche particolarmente intelligente, affidabile quanto basta…forse sì, ma mai troppo decisa, mai troppo capace, mai troppo brillante, mai troppo… insomma. Mediocre, ecco cos’ero… la mediocrità era l’etichetta che meglio si accompagnava al mio modo di essere.
­”Mi stai dando ragione, vero? Tu sei fatta così, dai sempre ragione a tutti, anche al primo sconosciuto che ti capita davanti.”

bambini_scuolaGià, io ero… io sono fatta così: buona, accomodante, conciliante… non litigo mai con nessuno. Me la ricordo ancora la maestra delle elementari che parlava di me con mia madre… “Una bambina buona, dove la metti sta, non dà mai fastidio a nessuno!”, e accompagnava queste parole con un sorrisino ammiccante e compiaciuto, quasi a voler dire che avrei dovuto darmi una svegliata ogni tanto. Io sono così. Io vaglio, annovero, classifico, metto in colonna le ragioni di tutti, ne traggo la somma e poi in silenzio faccio anche la prova. Tutti hanno delle ragioni, le proprie ragioni, e ogni ragione se la guardi da vicino e con gli occhi giusti ti appare plausibile. Allora finisco col convincermi che, anche se non ho tutti i torti, non ho nemmeno tutte le ragioni. Che poi, qual è il discrimine tra una ragione giusta e una ragione sbagliata? L’eticamente corretto? L’opportunisticamente conveniente? L’intelligentemente discrezionale? Non l’ho mai capito in verità ea lla fine mi sono sempre convinta che se c’è un problema c’è anche qualcosa a cui non ho pensato, che non ho fatto, che non ho detto nel modo giusto. Anche quella sera, ad esempio, ero sola nella mia stanza a parlare con una voce sconosciuta che oltre a terrorizzarmi pretendeva pure di conoscermi meglio di me e io, invece di attaccarla, mi ritrovavo quasi a darle ragione, a convenire con lei sui miei limiti.

“Tu stai cercando solo di confondermi le idee… magari non esisti e io sono qui a darti pure ragione.”
La risposta si affacciò quasi lampante, al margine di queste mie ultime considerazioni.
“Ne sei così sicura? E, se lo sei, perché eviti di alzare gli occhi e di guardarmi? Guardare… sì, guardare verso il punto esatto da cui proveniva quella maledetta voce: questa era la cosa giusta da fare! Come darle torto? Solo una stupida cacasotto come me poteva continuare a scambiare battute con qualcuno o qualcosa di sconosciuto nella sua camera da letto, senza neanche avere il coraggio di alzare lo sguardo. D’altronde… occhi bassi! Me lo diceva sempre mia nonna Lia: “Occhi bassi e tira dritto! Vai per la tua strada, non guardare nessuno e vedrai che non ti disturberanno più”. Questa era la sua ricetta – semplice ed efficace,proprio come lei – davanti ai miei insuccessi, alle compagne stronze che mi prendevano sempre in giro per la mia timidezza, ai brutti voti che collezionavo, nonostante i pomeriggi di studio, perché poi mi si bloccava la voce, ai maschi cretini che mi guardavano da lontano e che sorridevano scambiandosi battutine tra di loro. La nonna Lia! Quanto le avevo voluto bene! L’unica che fosse mai veramente riuscita a farmi sentire a casa, a farmi sentire protetta… mi bastava la sua crema di latte per dimenticare tutte le lacrime del mondo! Ma no, non aveva ragione neppure lei o meglio io non sarei mai stata capace di dare a ‘quegli occhi bassi’ lo stesso valore che lei riusciva a dargli. I suoi erano gli occhi bassi di una donna consapevole e forte, che aveva già vinto le proprie battaglie e che aveva deciso di non guardare più in faccia nessuno che non suscitasse davvero il suo amore o la sua meraviglia o anche soltanto il suo interesse. I miei erano invece gli occhi bassi di una ragazzina senza palle,di una che aveva paura di tutto quello che la circondava, di chi non vuole vedere negli occhi degli altri il riflesso delle proprie insicurezze. I miei erano gli occhi bassi di chi affronta tutta la vita a testa bassa.

“Inetta. Non ti decidi, ancora?
La voce continuava a incalzare, ormai si era fatta fredda e metallica, quasi sprezzante; anche il tono canzonatorio quasi non si percepiva più. Alzai la testa di scatto, con una prontezza che neanche io avrei mai pensato di possedere, come se gli sforzi di tutta una vita per riuscire a compiere con naturalezza quel gesto si fossero addensati e rappresi tutti in quell’unico fulmineo rigurgito di orgoglio. Non vidi nulla. L’impressione fu ancora più forte di quella che avrei creduto di provare davanti ad un energumeno vestito di nero o a un essere mostruoso uscito fuori da uno dei miei fantasy preferiti. La mia poltrona verde pistacchio stava sempre lì a guardarmi, con la gonna e la maglia che ci avevo fatto cadere sopra,di fretta,prima di crollare nel letto,vinta dalla stanchezza della sera. Accanto, la lampada a terra dell’IKEA, l’armadio componibile, che era costato poco ma si adattava bene alla poltrona per via dei suoi riporti anch’essi verde pistacchio, e poi il quadro che mi aveva regalato Marco per il nostro ultimo anniversario, la borsa con la zip ancora aperta, gli stivali buttati lì in un angolo, accanto al tappeto, persino le pantofole ora si intravedevano in lontananza, spostate lontano dal letto di almeno un metro, per chi sa quale inconcepibile mistero. D’istinto guardai verso la porta, che tenevo sempre chiusa, perché le porte aperte, al buio, mi avevano da sempre fatto un’impressione sinistra. Nulla.

“Chi sei?”
La mia voce ora aveva perduto ogni contegno, si era fatta liquida quasi, bagnata diterrore. Fu allora che come in preda a una forza improvvisa e incontenibile decisi di alzarmi. Buttai lontano le coperte e con un balzo improvviso mi ritrovai in piedi davanti al letto, con la certezza assoluta di dovermi procurare un’arma o chi sa cosa per difendermi da quell’essere immondo che sicuramente doveva essersi piazzato alle mie spalle. Ma anche il letto si rivelò incredibilmente vuoto. Quasi rassegnata,mi misi a sedere e a guardami attorno in quella calma irreale. Fu allora che, finalmente, la vidi. Alta, nera, sottile, non so perché ma l’avrei detta giovane, forse per quel guizzo improvviso che si intravedeva nelle sue movenze vivaci.Vibrava al suono della sua voce con una suggestiva modulazione dei contorni, proprio come un registratore vocale al quale si è appena sussurrato un ultimo messaggio d’amore.
“Sei un’ombra!”
lc3a9on-spilliaert3-1907Mi trovai a dire stranamente rincuorata, non so bene da cosa visto che quella scoperta non faceva altro che rendere ancora più inquietante la situazione. Vecchie reminiscenze antologiche, vagamente scolastiche, cominciarono a frullarmi in testa. Mi ricordavo di aver letto da qualche parte delle storie sulle ombre, sulla loro natura diabolica. Ma sì, come si chiamava quello scrittore? Dai, ci avevo fatto pure un’interrogazione (una delle pochissime in cui ero riuscita a strappare un mezzo sorriso a quella professoressa stronza e sciroccata che proprio non mi poteva vedere…)! Ma sì, come si chiamava? Ah ecco! Schlemihl… sì, Peter Schlemihl! E l’autore? Aspetta… von… von e qualcosa, ma sì Von Chamisso (ma di dov’era? Belga? No, no, francese era francese, come avevo potuto dimenticarlo? E pensare che dopo, per la curiosità, avevo letto anche il libro!). Solo che quello al diavolo un’ombra l’aveva venduta, qui invece era l’ombra stessa a parlare e anche con l’arroganza di chi ha tanto da dire!

“Io non sono un’ombra qualunque! Solo una stupida come te può confondermi col resto.”
“Cosa vuoi da me? Vuoi uccidermi? Vuoi impadronirti di me? Cosa può mai volere un’ombra da un corpo?”
“E perché dovrei volere la tua morte? Coinciderebbe con la mia. E poi, impadronirmi di te…E perché? Io sono te…
La voce si era fatta più alterata, eppure più dolce nello stesso tempo, aveva come perduto il tono sarcastico di prima, si era fatta più sentimentale ma, non so come dire, anche più amara e riflessiva nello stesso tempo. Continuò.
“Senza di te sono una cosa amorfa, senza vita.”
“Non ci credo, non sono mai stata importante per qualcuno.”
“Io non posso vivere senza di te.”
“Tutti siamo soli.”
“Tu lo sai cosa vuol dire perdere qualcuno?”
Certo che lo sapevo, la mia vita era stata una lunga sequela di addii non calcolati: prima la nonna Lia, morbida e calda; poi mio padre, quel giorno in cui era uscito per andare a lavorare ed era caduto da un’impalcatura del terzo piano; poi Marco che, indolente com’era ,aveva trovato lo stesso il tempo e la voglia di cercarsi un’altra con “due tette e un cervello migliori di te” (così come mi aveva gridato in una delle sue ultime e odiose sfuriate: non era mai stato bravo a parlare in italiano corretto, quell’idiota!); poi il lavoro con quel ridimensionamento del cazzo che, tra tutti i diplomati dell’ufficio, aveva colpito proprio me, l’unica laureata con tanto di centodieci…sì, lo sapevo bene cosa vuol dire perdere.
“Da quanto ci sei? Perché non ti ho mai visto, prima?
“Ti osservo. Sempre.”
“Perché?”
“Non ho altro di cui preoccuparmi.”
Se è per quel nastro…non ce l’ho più.”
“Ce l’hai, non prendermi in giro.”
“Me ne disfo domani… era già deciso.”
“Ah… e da quando?”
“Da giorni…”
“Perché?”
“Non riuscirei, sono troppo impedita… dovresti saperlo.”
“Hai fatto le prove… ero dietro di te.”
“Troppo complicato, te l’ho detto… non mi sarebbe mai riuscito.”
“Il nastro era largo e spesso, ci riuscivi… a non respirare.”
“Lo so…mi ha fatto impressione.”
“E il tubo? Ti ho visto maneggiarlo con una certa abilità…eri diventata brava…”
“Troppo corto… alla fine non arrivava al finestrino…”
“Mi pareva di sì…”
“Dimenticalo, domani butterò anche quello.”
“Certo, per una volta mi hai sorpreso. La macchina nel garage di tuo padre, il tubo di plastica, il nastro isolante… cos’è, hai visto un film anni settanta?”
“Forse… il mio.”
“Non ti è mai piaciuto andare al cinema…”
“Solo per via del buio.”
“Non hai pensato a me?”
Non ti avevo mai vista prima.”
“Ero qui.”
“Non mi guardo mai attorno quando è buio, lo sai.”
“Il buio esiste solo perché esiste la luce, altrimenti nessuno potrebbe definirlo con esattezza.”
Si era fatta insolitamente silenziosa ora e i suoi contorni mi apparivano più incerti e sfocati. Vibrava di meno, con ondulazioni sempre meno ampie e frequenti. Per un attimo temetti che l’anima che le dava voce non ci fosse più.
“Perché sei venuta? Solo oggi… proprio oggi…”
“Ho solo te.”
Il muro si infiammava lentamente delle prime luci dell’alba, mettendo a dura prova la luce ormai impercettibile della lampada a terra. Dalle persiane si indovinavano striature rosa e arancioni che,malgrado l’inverno,facevano presagire un cielo limpido e terso. La parete lentamente si sbiancava, colorandosi delle intermittenze bianconere delle persiane abbassate.
“Non ci sei più.”
Mi trovai a mormorare, quasi dispiaciuta.
“Non sei mai stata brava a mentire. E poi… potevi spegnerli i fari dell’auto… almeno sarei andata via, prima.Il gas non mi è mai piaciuto”

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Chi lo ha scritto

Ester Guglielmino

Si chiama Esterina Guglielmino e vive a Modica, sua cittadina di origine. Laureata in Lettere Classiche, da anni insegna lettere e latino ed è molto contenta di farlo. Ha sempre coltivato l’amore per la lettura, occupandosi di organizzare e mediare eventi letterari. Coltiva la passione per la danza, il teatro e la poesia. Scrive da sempre, senza pretese e solo per il piacere di farlo.

Cosa ne è stato scritto

  1. Valentina Salvo

    Appassionante ed appassionato… Un racconto moderno in cui ci si può immedesimare, da leggere tutto d’un fiato… Il finale non delude, anzi… Lascia una piacevole sensazione

    Rispondi

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