“Storia terribile delle bambine di Marsala” di Antonio Pagliaro

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Autore di quattro romanzi e curatore di una raccolta di racconti su Palermo, Antonio Pagliaro ha abituato le sue lettrici e i suoi lettori a una prosa asciutta, precisa, affilata.

Uso questi aggettivi non a caso, e non per pura metafora, perché Pagliaro ha sempre usato lo stile come un coltello, che rende la prosa tanto affilata da entrare nella carne di chi legge e suscitare emozioni senza descriverle, senza sperpero di aggettivi e lunghe locuzioni. Pagliaro aveva però anche abituato lettori e lettrici a storie di finzione, sebbene corredate di riconoscibili riferimenti a fatti di cronaca e a particolari condizioni politiche e sociali che conosciamo e spesso preferiamo non vedere. Dal primo romanzo, “Il sangue degli altri” (Sironi 2007), a tinte cupe ma pervaso da uno humour sottile grazie al cronista Lo Coco cui ci si affeziona subito e che ritroviamo nel secondo romanzo, “I cani di via Lincoln” (Laurana 2010), le sue trame si sono fatte sempre più nere, dure. Nel terzo romanzo, “La notte del gatto nero” (Guanda 2012), Pagliaro aveva esplorato il baratro in cui precipita una famiglia onesta e modesta il cui figlio viene incarcerato, trasformando così tre vite in un vortice di dolore e impotenza che non lascia scampo.

Nato a Palermo nel 1968, Antonio Pagliaro è laureato in fisica.

Nato a Palermo nel 1968, Antonio Pagliaro è laureato in fisica.

Con “Il bacio della bielorussa” (Guanda 2015), le tinte si erano fatte ancora più cupe mentre i percorsi della mafia palermitana si incrociavano con la mafia russa nella grigia città olandese di Utrecht. Avevamo però sempre potuto contare su un’ironia sottile, che sfiora lo humour in diverse pagine. Potevamo soprattutto contare sul disclaimer iniziale che non è mai mancato nei i romanzi di Pagliaro, a ricordarci che la storia che stiamo leggendo, pur così cruda e verosimile è frutto della fantasia dell’autore, che i personaggi non sono mai esistiti e ogni riferimento a fatti o persone è da ritenersi casuale.

In quest’ultimo lavoro tutto cambia. “Storia terribile delle bambine di Marsala” (Zolfo, 2020) non presenta nessun disclaimer iniziale, tutto il contrario: il libro è corredato di immagini delle prime pagine dei giornali che riportano le notizie di cui si racconta. Del resto questo ultimo lavoro di Antonio Pagliaro non è affatto un romanzo. La lingua inglese possiede un termine utile a descrivere questo tipo di opere: non-fiction novel. Un romanzo che non è romanzo perché non è frutto di invenzione o finzione, che non ha la struttura del romanzo perché non ha un eroe, non racconta solo una storia, ma racconta i fatti allo scopo di rappresentarli.

O forse, in questo caso, si dovrebbe dire che è raccontato dai fatti. Sì, perché quello stile affilato cui Pagliaro ci aveva abituato qui viene ulteriormente scarnificato, a togliere ogni emotività da lessico e sintassi per lasciarla ai fatti, che da soli danno i brividi, fanno sussultare, battere il cuore. La storia che Pagliaro indaga è quella del Mostro di Marsala, che attirò su di sé l’attenzione della stampa per diversi mesi all’inizio degli anni ’70. Il libro si apre nell’autunno del 1971 quando, tornando da scuola, le due sorelline Ninfa e Virginia, di 7 e 5 anni, e la loro amica Antonella di 9 anni, scompaiono.

1571644917-2-marsala-anni-tragedia-bambine-antonella-ninfa-virginiaMarsala è sconvolta e tutta la città aiuta nelle ricerche aiutando polizia, carabinieri, militari e vigili del fuoco coordinati dal giudice Cesare Terranova. I corpi vengono ritrovati e dopo poche settimane ad andare in carcere è lo zio di Antonella che, accusato del triplice omicidio, diventa il Mostro di Marsala, e che nel 1979 la Corte di Messina condanna a 29 anni di carcere.

“Storia terribile delle bambine di Marsala” è il frutto di anni di ricerche che Pagliaro ha condotto in archivi giudiziari, intervistando e ascoltando testimoni, leggendo verbali, ricostruendo le vicende tramite la stampa per restituire il quadro di una vicenda giudiziaria chiusa ma che fa acqua da più parti, le cui prove si reggono a stento, le cui perizie psichiatriche si contraddicono. La bravura di Pagliaro è quella di essere riuscito a ricostruire una vicenda drammatica e terribile senza patetismi ma con la lucidità di un ricercatore scientifico – del resto questo è Antonio Pagliaro quando non scrive – riuscendo però a scatenare nell’animo di chi legge tutte le forti emozioni che i fatti richiedono. Così, chiudendo un’ultima volta il libro non troviamo risposte, ma continuiamo a interrogarci, a ripercorrere gli eventi, a ripensare ai testimoni e alle dichiarazioni. Continuiamo a riflettere, e farci riflettere è uno dei compiti principali della letteratura

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