Perché il nudo di Ren Hang è ciò di cui abbiamo bisogno oggi

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La mostra in Italia dei lavori di Ren Hang, la censura del nudo, la messa in discussione del significato di pornografia, e la storia che ci ha portato fin qui. Bonus track: Marcuse che parla di sesso.

Si potrebbe dire non ci sia niente di più banale del nudo per catturare l’attenzione, ma è una interpretazione scorretta per leggere il successo di Ren Hang. Nudi è il titolo della mostra che lo ha portato in Italia, prima al Centro Pecchi e adesso a Milano, ed è il titolo giusto, nella sua semplicità senza aggettivi: “nudo e basta” è esattamente il modo in cui Ren Hang immaginava e ritraeva la nudità.

È un nudo a cui non siamo abituati e per questo risulta ipnotico: è sensuale senza essere sessuale (non è Nobuyshi Haraki) ed è conturbante senza essere disturbing (non è Sally Mann). Non si può definire nudo innocente – non perché facciano ampia comparsa falli e vulve, e peli e liquidi, ma perché si basa su un’idea di nudità che non prende nemmeno lontanamente in considerazione i concetti di vergogna e di pudore: se fosse innocente, dovrebbe ammettere l’esistenza di un nudo “colpevole”, e non è proprio cosa da Ren Hang.

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La mostra di Ren Hang a Milano

Perché vedere Ren Hang e questa mostra: come minima motivazione può bastare sapere quanto sia ancora amato, discusso e compianto; dopo la morte c’è stata la mostra postuma Love, alla Maison de la Photographie di Parigi, e di lui si è continuato a parlare e a scrivere, soprattutto dimostrando la sua mancanza, e che del suo lavoro c’era ancora voglia e bisogno. Poi: la riflessione sul nudo oggi è tra i temi più urgenti e necessari che abbiamo sul tavolo, perché intrecciata o collaterale ad altre riflessioni su cui siamo sensibili come società – la più recente e vicina a noi è quella della copertina di Vanessa Incontrada su Vanity Fair, che dimostra come non esista in effetti un nudo che non faccia parlare, e che la lezione delle femministe è ancora vera, “il personale è politico”, specie quando si parla di corpo.

Il politico include una dimensione altrettanto rilevante – ovvero la definizione dell’erotico, laddove connotato come pornografico. La pornografia non è il mondo proprio di Ren; la sua esibizione della carne, dei falli, delle vagine, dello sperma, non sembra votata alla sessualizzazione del corpo o quantomeno non ne fa il messaggio, bensì al massimo un “effetto collaterale” che viene accettato di buon grado e con leggerezza. Non è una banalità: l’associazione immediata tra corpo nudo e pornografia è parte della nostra cultura di radice cattolica e puritana, e permea la nostra dimensione sociale anche nei suoi aspetti più quotidiani e concreti. La sessualizzazione del nudo, quello femminile in primis, è alla base della censura dei capezzoli delle donne – #freethenipple è una battaglia ancora in corso, da vincere. La concezione del corpo nudo come rimando o come diretta provocazione sessuale è il motivo per cui tutti i principali social network – fa eccezione Twitter - negano la possibilità agli utenti di mostrare la propria nudità, in quanto immediatamente tacciata per “contenuto pornografico”.

Free nipples

Free nipple

Contro questo tipo di concezione abbiamo già almeno un paio di secoli di cultura antagonista. La de-sessualizzazione della nudità è cardine di alcune espressioni del femminismo, una riappropriazione che non contrasta – a quanto pare serve dirlo – con la denuncia della strumentalizzazione patriarcale e discriminatoria del corpo e del nudo stessi, anche nell’arte (lo fecero le Guerrilla Girls con il poster “Do women have to be naked to get into the Met. museum?”, per citarne uno).

Il corpo inizia ad essere mostrato in modalità inedite da quando l’arte occidentale ha accolto istanze, pensieri e critiche nuovi rispetto a quel passato che lo ho ha visto rappresentato in modo “severo ed educato”, cartesiano, cristiano, ideologico. Manet conoscerà la censura per il nudo di Dejeuner sur l’herbe, scoprendo che sono sempre gli occhi a scandalizzare più del seno: la modella guarda dritto lo spettatore con la stessa naturalezza che ritroviamo in moltissimi degli scatti di Ren Hang. L’operazione è la stessa dell’Oympia di Manet: la sua nudità, come scrive Marcuse citando Leirs, “è visibile ai nostri occhi perché siamo noi a renderla nuda. Ogni spettatore si trova dunque implicato in questa nudità. Ecco come una trasformazione estetica può provocare uno scandalo morale”.

Il nudo di Ren Hang non ha comunque la dimensione della denuncia – se per denuncia non si intende la mera attestazione che il corpo porta della vita, dell’essere umano e della sua natura. “Fianchi, cosce, sessi, braccia, volti: il corpo è esposto non per scandalizzare, ma per testimoniare l’esistenza”, in questo sottraendosi in un certo senso alla dimensione critica che serve al regime cinese – e a chiunque voglia censurare la nudità – per giustificare la censura stessa: “Le mie immagini non hanno niente a che fare con la politica cinese – disse Ren – È la politica cinese che interferisce con esse. Non è mia intenzione sfidare i limiti, faccio semplicemente ciò che mi viene naturale.” 

Marcuse scriveva, in merito a Meat Joy (happening degli anni 50 in cui i corpi nudi messi in scena da Carolee Schneemann diventavano strumento di liberazione collettiva) che quel nudo “effervescente, gioioso, sensuale, anarchico”, prima di qualsiasi messaggio, è espressione di vita, che non ha bisogno di altra connotazione per annullare il senso di colpa, e che nella sua emancipazione si libera sia dal puritanesimo che dalla strumentalizzazione e dalla commercializzazione. In questo senso possiamo leggere il paradosso del nudo “non politico” di Ren Hang, alternativo alla proposta del corpo come bandiera o come veicolo di un messaggio. La sua forza sta nella normalizzazione del corpo, nella sua piena accettazione estetica – accettazione implicita, non richiesta allo spettatore, già molto più avanti del “nessuno mi può giudicare” di Vanity Fair, che contiene e veicola un punto di rottura, ma anche una richiesta di accoglienza. Per Ren Hang qualsiasi corpo è già accolto, sta immerso nella natura e intrecciato ad altri corpi, è habitat più che abito, non chiede attenzione, si dà perché è già dato. La mancanza del messaggio imposto (“Se ha qualche significato, è perché io gli do un significato”) è il lascito di Ren Hang e del suo lavoro – forse il punto di partenza che possiamo immaginare per ripensare il senso del nudo nel nostro linguaggio, nella nostra comunicazione e in definitiva nel nostro specchio.

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Carolee Schneemann – Meat Joy

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