Moschetto e Shakò – la battagliola della collina

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Si respirava un’atmosfera puzzolente, Saturnino tossiva.

In mezzo al caldo, su quella collina, era stato costruito un trinceramento. Erano stati gli zappatori a scavarlo usando tronchi d’albero abbattuti e incidendo il terreno con le asce.

Qualche stupido rideva degli zappatori, con i colbacchi da granatieri, le barbe lunghe e i grembiuli un tempo candidi, ma questi l’avevano minacciato con le asce. Nessuno più se l’era sentita di ridere di loro, dopo quell’episodio.

La collina restava lì, oppressa dalla polvere, il caldo e i cattivi odori.

Saturnino era sudato. Con il sottogola slacciato beveva un po’ di acqua dalla borraccia. Attendeva.

Dal bosco lì vicino intravide alcune macchie bianche e azzurre. Dopo un attimo diventarono di più, di più, e infine costituirono uno schieramento rigido. Linee e linee di fucilieri austriaci, che sotto l’aquila imperiale stavano muovendosi verso di loro.

«All’armi!» gridò Saturnino, prima in italiano, poi in francese.

Il resto della compagnia si attivò. Tutti corsero alle trincee, si nascosero, spianarono i Charleville allungati dalle baionette. Adesso la collina era un porcospino, e Saturnino era curioso di vedere quanti e chi si sarebbero fatti trafiggere.

Gli austriaci continuarono a marciare. Non sparavano.

Neppure gli italiani reclutati da Napoleone sparavano, semmai attendevano.

C’era una reciproca attesa di morte.

Fra tutti, Aristide si mise a inveire. «Austriaci del cavolo, ma andate all’inferno!».

I fantaccini in blu risero, invece il capitano Chevallier ordinò: «Taci, Alzati!».

«Sì, signore. Agli ordini, signore». Ma invece sotto i baffi se la rideva.

Saturnino lo conosceva, era un grandissimo presuntuoso. Decise di ingannare il tempo fumando un po’ la pipa.

Intanto, gli austriaci continuavano ad avanzare.

Nessuno sparava.

L’attesa iniziava a essere spasmodica, nessuno voleva sparare la prima bordata. Cosa sarebbe successo?

Forse l’idea di Chevallier era di approfittare dell’abbrivio della collina. Era molto ripida e di lì a poco gli austriaci avrebbero perso quella coesione.

«Dobbiamo vincere come a Wagram!» gridò il sergente.

Stavolta tutti annuirono e il capitano fu felice di quell’esternazione.

Certo, Wagram era lontana, ma lì i francesi avevano vinto. Si era parlato della colonna mostruosa di Macdonald, ma Saturnino sapeva anche delle diserzioni e dei saccheggi. In fondo erano soldati di indole medievale e restii alla disciplina.

Adesso gli austriaci erano vicinissimi, ma prima che il capitano o il sergente potessero dare l’ordine fatidico si sentì un coro di urla belluine.

Gli zappatori, sporchi di terra, saltarono oltre i tronchi e agitando le asce calarono come magli sugli austriaci.

Questi ultimi rimasero attoniti, mentre i francesi e gli italiani erano sconcertati. Nessuno aveva dato quell’ordine, ma gli zappatori sembravano pervasi da una furia demoniaca.

Erano sì anche in pochi, solo una mezza dozzina, ma una volta che furono fra gli austriaci li colpirono con le asce, arrossandole, e sparsero molto sangue sull’erba e la terra nuda.

Adesso la compagnia di fantaccini in blu era indecisa. Anzi, in un’impasse. Non potevano sparare se non uccidendo gli zappatori, e pure gli austriaci erano impossibilitati dal sparare perché sennò si sarebbero colpiti fra loro.

Ma un modo per uscirne ci doveva pur essere.

Saturnino gridò: «All’attacco!». Saltò sul tronco, poi scese il pendio stando attento a non cadere in avanti.

Il resto della compagnia lo seguì gridando a squarciagola esultanze. «Viva l’Imperatore!».

Dopo un momento di furia guerresca, Saturnino si pentì di quella scelta. Adesso si sarebbe immerso in un budello pieno di baionette in cui sarebbe stato inevitabile ferirsi. Stando attento a non perdere la pipa corse di lato apposta per non finire addosso agli austriaci e neppure essere trafitto o investito dai commilitoni.

Fu una buona idea, ma non ebbe fortuna perché inciampò e poi fu colpito da tanti piedi. Alcuni inciamparono.

Nonostante quel caos, gli shakò in blu calarono addosso agli austriaci e diedero manforte agli zappatori. Scoppiò una zuffa sanguinosa e i fantaccini sparavano a bruciapelo agli austriaci, i fucilieri in bianco e azzurro reagivano sparando a bruciapelo e poi si cavavano gli occhi, si infilzavano… era un’orgia di violenza.

Saturnino era uscito indenne da quelle botte. Era un po’ dolorante ma confidava che tutto gli sarebbe passato in fretta.

Con orrore si rese conto che aveva perduto la pipa. Gliel’aveva regalata suo padre, lì a Varese, anni prima. Adesso non voleva lasciarla in mezzo a quel groviglio di corpi in movimento.

Tornò indietro e cercò in mezzo all’erba calpestata e la terra smossa. Doveva trovarla, sennò si sarebbe sentito in colpa.

Sotto la pressione degli zappatori e i fantaccini in blu, gli austriaci erano scappati e di fronte a quel disordine i soldati di Napoleone facevano fuoco a volontà colpendo il nemico alla schiena. Il sangue imperava, c’era odore di polvere da sparo e gli zappatori gridavano agitando le asce. Se prima erano sporche di terra, adesso sembravano bastoni di araldi di morte.

Era lì la pipa!

Saturnino corse, si gettò in ginocchio per prenderla, ma degli stivali la ruppero.

Ci rimase male. Alzò lo sguardo con una smorfia, ma vide che era Chevallier.

Il capitano era livido. «Come ti sei permesso, Patrizi. Non dovevi gridare quell’ordine! Non sei tu il comandante».

«Ma… ma… è colpa di Fulminati, signore». Non voleva balbettare, ma era triste e arrabbiato, pure offeso.

«Cosa?! Io? Ma non ho detto nulla!». Aristide era tornato. Aveva un piccolo taglio sul viso, ma quel buon diavolo era uscito indenne da quel corpo a corpo.

Adesso gli austriaci stavano scomparendo fra gli alberi. I francesi avevano vinto, ma il capitano non era soddisfatto.

Il sergente, furibondo quanto e più Chevallier, diede un calcio al costato di Saturnino. «Lo faccio fucilare, signore!».

«No, sergente. Basta solo una piccola punizione». Il capitano sorrise.

In mezzo a quell’atmosfera greve, Saturnino storse la bocca. Quale sarebbe stata la punizione?

«Basta solo che gli ho rotto la pipa, nient’altro. So a quanto ci era affezionato». Il capitano Chevallier andò via, lasciando il sergente a bocca aperta.

Saturnino sospirò e Aristide gli diede un buffetto. «Sei caduto in piedi, eh!».

Invece Saturnino era ancora inginocchiato. «Oh, ma sta’ zitto!». Con occhio critico guardò la pipa rotta, ma forse se l’era cavata veramente a buon mercato.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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