Moschetto a shakò: carne da cannone

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La marcia continuava, e a parte marciare non si faceva altro.
La compagnia di fantaccini proseguiva per quei sentieri impolverati, tra boschi e acquitrini.
Saturnino era sudato, avrebbe voluto riposare, ma il sergente prendeva a calci chiunque accennasse a volersi fermare.
Non voleva essere malmenato, così sopportò e attendeva un momento migliore.
La compagnia giunse in prossimità di un castello abbandonato. Sembrava il maniero dei fantasmi… Saturnino, quando era piccolo, si spaventava quando i suoi fratelli maggiori raccontavano di spettri nelle segrete di ruderi misteriosi.
Adesso marciavano nel giardino del castello e le avanguardie gridarono: «All’armi!».
Il sergente dispose la compagnia su tre file.
Saturnino vide passare il capitano Chevallier, poi osservò una postazione di artiglieria. Erano soldati con giacche marroni, pantaloni bianchi e bicorni. C’era chi aveva lo scovolo, chi portava a due braccia le palle di cannone, altri raccoglievano sassi.
«Austriaci! Pronti all’attacco? Pronti, all’attacco, per l’Imperatore!». Il capitano fu risoluto.
Marciarono in formazione verso la postazione di artiglieria. Erano una manciata di cannoni e i serventi avevano finito qualcosa.
«Fuoco!» gridò Chevallier.
Le tre file obbedirono, molti artiglieri finirono fulminati da quella bordata di Charleville, ma di lì a poco, gli artiglieri diedero fuoco alle micce e i cannoni esplosero a raggiera delle pietre.
Mitraglia.
Le pietre, tirate a folle velocità, martoriarono le file e molti fantaccini caddero in terra.
«All’attacco, all’attacco!». Chevallier era arrabbiato.
Ma non solo lui, pure Saturnino.
I fantaccini sciolsero i ranghi e corsero verso quella postazione di artiglieria.
Qualcuno fra i serventi mise mano al proprio moschetto e sparò un colpo.
Gli italiani gridarono indignati. Se loro avevano sofferto dei morti, adesso il turno era degli austriaci.
Così, gli italiani in blu calarono addosso agli artiglieri e ne fecero strage. Saturnino uccise, trafisse e poi combatté gli austriaci in bicorno.
Avevano tutti lasciato l’Italia per marciare dalle parti di Wagram. Era un buon alleato, Napoleone, ed era da ricordare che era di origini italiane per parte di madre.
Dopo pochi minuti, in mezzo al fumo delle armi, calò un silenzio orribile. Il sangue era ovunque, c’erano cadaveri e feriti che gemevano – solo in maniera ovattata.
Il sergente sorrideva. «Bene, bene. Abbiamo versato un po’ di sangue per quello austriaco. Bene».
«Siamo carne da cannone, sergente!». Aristide Fulminati era più lezioso e adulatore del solito, ma Saturnino lo lasciò perdere in fretta.
«Guardate! Da quella parte!».
La carne da cannone si voltò e vide arrivare degli ulani austriaci, gli czapki evidenti. Gridavano e stavano per calare su di loro.
L’intera compagnia si riparò dietro i cannoni e gli ulani arrivarono cercando di trafiggerli, ma la presenza delle bocche da fuoco li intralciarono e la carica perse il mordente.
Saturnino vide davanti a sé una lancia avida di sangue e la deviò con la canna del moschetto. La bandierina con i colori giallo e nero si agitò.
Aveva sempre la baionetta innestata, e colpì il cavallo fra il collo e le zampe, ma la spinta dell’animale fu così esagerata che il moschetto gli sfuggì di mano come se fosse un proiettile.
Il cavallo nitrì, si rovesciò, e rimase l’ulano che, veloce, si era distaccato dalla staffa e adesso stava sguainando la sciabola.
Non perse tempo, Saturnino. Si tuffò su di lui e iniziò a strangolarlo.
Saturnino provò a uccidere quell’ulano, ma questi reagì in fretta con una testata e Saturnino cadde all’indietro.
La sciabola lo sovrastava.
Ma l’ulano incespicò, Saturnino gli aveva fatto lo sgambetto, e allora prese una palla di cannone e la sbatté contro il volto dell’austriaco. Gli sfondò il volto e lo czapka rotolò via. Saturnino l’aveva sempre considerato un copricapo curioso.
Intorno era tutto un caos di voci che si inseguivano, rabbia, gemiti. Forse quel castello avrebbe accolto molti fantasmi, di lì a poco.
Allora gli ulani demorsero in fretta. Si ritirarono e lì rimasero i morti, i feriti, e tanta disperazione.
Solo che Aristide non era della stessa idea. Questi si arrampicò su un cannone, sventolò una bandiera asburgica e gridò: «Evviva il Regno d’Italia! Evviva l’imperatore!». Quel giorno era sul serio molto adulatore.
Da oltre la cortina di fumo provocata dalle esplosioni, si sentirono nuovi nitriti e ci furono anche degli spari.
Una biglia di piombo sibilò e dopo un attimo Aristide crollò per terra.
Sarebbe stato un altro fantasma?
Dal fumo sbucarono nuovi ulani, alcuni avevano le pistole spianate.
Lo scontro esplose di rinnovata violenza e Saturnino dovette difendersi.
Era un’atmosfera lugubre, perché si respirava soltanto polvere da sparo e pure il sangue. Saturnino si dibatteva, cercava di sopravvivere agli assalti degli ulani i quali non solo usavano le lance con le bandiere bicolori o le sciabole ma sparavano.
Non c’era pace, in quel giardino.
Ma non c’era pace neppure per la carne da cannone.
Saturnino passò accanto al cadavere di Aristide, ci inciampò, tornò in piedi per stare attento a nuovi, eventuali assalti, poi si allontanò.
Dopo alcuni minuti in cui il combattimento aveva continuato a divampare, Saturnino passò per quello stesso punto e non vide Aristide. Ebbe paura che il suo corpo fosse sparito e fosse diventato un fantasma.
«Ritiriamoci! Dietro ai cannoni!» ordinò Chevallier.
Il sergente riverberò quell’ordine.
Obbedirono tutti. Anche Saturnino voleva obbedire, ma si ritrovò circondato da tre ulani. Uno con la pistola, uno con la sciabola, uno con lancia; tutti e tre erano a cavallo.
Saturnino poteva essere stritolato da quella morsa.
Agitò il Charleville, così quello con la pistola sparò, ma forse per colpa del fumo mancò il colpo.
Saturnino colpì il cavallo di quello con la sciabola e la lancia dell’altro per poco non lo ferì.
I tre ulani cozzarono, poi tutti e tre cercarono di ucciderlo, ma qualcuno esplose un colpo e quello con la pistola si rovesciò all’indietro, giù dalla sella.
Ne rimasero due, e Saturnino gridò: «Aristide! Ma non eri morto?».
«No». Il commilitone si gettò con il Charleville allungato dalla baionetta e azzoppò uno di quei cavalli, Saturnino non capì quale fra le dodici zampe.
«Al contrattacco!» esplose quel coro di voci.
I fantaccini tornarono con forza rinnovata. Avevano preso un respiro e adesso erano più ardimentosi.
Quel reparto di ulani austriaci fu ricacciato indietro e dopo non si ebbe tempo di gioire che bisognava rinserrare i ranghi e proseguire nella marcia.
Saturnino salutò il castello con i suoi fantasmi, uscirono tutti dal giardino verso nuove battaglie.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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