Brexit, Parte III, The Shitshow must go on!

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Dov’eravamo rimasti?

Ah, sì, Johnson stava abolendo il parlamento e cercava in tutti i modi di indire elezioni, con sé stesso – aristocratico, diplomato a Eton, laureato a Oxford – rappresentante del popolo contro le élite. Inutile dire che il gioco è riuscito, complice una mossa ingenua da parte di Jo Swinson, ormai ex leader dei Lib Dems, la quale ha pensato bene di costringere l’opposizione ad accettare le elezioni anticipate a dicembre del 2019. Lei, pace all’anima sua, ha giocato la carta remainer ed è stata asfaltata insieme al suo partito nonostante l’appoggio entusiasta della stampa liberale. Da notare che in Gran Bretagna, come anche altrove, la stampa “di sinistra ma non troppo” da vent’anni sponsorizza una politica economica che massacra i ceti più deboli nel nome della modernità per poi rimanere allibita quando questi, invece di ringraziare i loro salvatori, mandano a quel paese i “moderati” e votano per i più beceri populisti della destra.

Naturalmente, anche i laburisti di Corbyn, con il loro programma socio-democratico abbellito con qualche proposta “radicale” come la nazionalizzazione della rete informatica, sono stati presi d’assalto da una stampa più schierata che mai e da una BBC ormai occupata da giornalisti allineati (con qualche valorosa eccezione). Per quanto sia necessario esaminare le cause sociali e politiche della sconfitta dei laburisti, soprattutto il crollo delle radici sociali del laburismo nel nord del paese, cosa più urgente sarebbe chiedersi come sia stato reso possibile a Johnson condurre una campagna elettorale senza mai rispondere a una sola intervista giornalistica seria. Una campagna il cui culmine è stato il momento in cui Johnson – il primo ministro in carica! – si è nascosto in un frigorifero per evitare le domande scomode di Piers Morgan, sostenitore storico delle politiche neoliberali e conduttore di un programma TV stile Uno Mattina. Davvero il dibattito pubblico britannico non era mai caduto così in basso.

Dopo l’inevitabile vittoria schiacciante di Johnson, e l’altrettanto inevitabile epurazione di chiunque non si fosse dimostrato devoto alla causa di Vote Leave e il Vangelo secondo Dominic Cummings (consigliere del primo ministro e vero “cervello” del governo), siamo passati alla realizzazione del suo slogan elettorale: Get Brexit Done! Detto da chi ha fatto più di chiunque altro per evitare che ci fosse un accordo, votando contro la proposta di legge ben due volte su tre, forse uno slogan del genere avrebbe dovuto far ridere; invece così si vincono le elezioni, oggigiorno.

Nuoteremo nell'oro insieme agli unicorni

Nuoteremo nell’oro insieme agli unicorni

Vi ricorderete come la causa principale dell’impasse fosse il famoso Withdrawal Agreement, un accordo di base con l’Unione Europea su come e quando uscire, stabilendo alcuni principi chiave sui diritti dei cittadini e su aspetti economici. L’accordo proposto e poi riproposto da Theresa May è stato scartato subito e Johnson è tornato da Bruxelles in poco tempo con un “nuovo accordo”, prontamente approvato da un parlamento ormai interamente nelle sue mani: la vittoria propagandistica che cercava. In realtà, l’accordo che ha firmato Johnson è quasi totalmente identico a quello proposto dalla May, con una sola differenza, che riguarda l’Irlanda. Vi ricorderete che – in parole semplici – un accordo con l’UE che rispetti il Good Friday Agreement, che garantisce la pace in Irlanda, può funzionare solo se l’Irlanda continua a essere unita. Perciò, i casi sono due: o tutto il Regno Unito continua a far parte dell’UE (per fini doganali, con allineamento degli standard), oppure si crea un “confine doganale” tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. Il primo corrisponde alla soluzione proposta dalla May, il secondo a quella proposta da Johnson. Paradossalmente, il secondo è stato anche la soluzione ideata dalla Unione Europea all’inizio della trattativa, ma bocciata in Gran Bretagna a causa dell’opposizione di Johnson e dei suoi, nel nome dell’unità giuridica del Regno Unito.

Entro la fine del 2020 si dovrà concludere la trattativa per un accordo commerciale tra l’UE e la Gran Bretagna, atto che segnerà il termine del periodo di transizione, dopo di che il Regno Unito sarà davvero libero da qualunque legame con l’Unione Europea, a meno che questo non sia regolato da un nuovo accordo commerciale. Per complicare l’intreccio, Johnson ha fatto approvare una legge parlamentare che vieta (a sé stesso) di chiedere una proroga se la trattativa si fa dura. Alla fine del gennaio 2020 si è svolto il Brexit Day, con tanto di fuochi d’artificio sotto la pioggia e un triste raduno di sostenitori davanti al parlamento a festeggiare la propria liberazione dal giogo europeo.

 

Eravamo a fine gennaio. Come sapete, il resto del 2020 è passato senza avvenimenti degni di nota.

Tralasciando la gestione imbarazzante dell’emergenza COVID da parte di Johnson e dei suoi, ciò che mi preme qui – pensando soprattutto alla Brexit – è osservare come la pandemia abbia reso più che mai evidente che il processo di svuotamento delle istituzioni di professionisti in favore di persone allineate politicamente ha le sue conseguenze: quando c’è da affrontare una questione seria, è bene avere nelle posizioni chiave persone preparate e predisposte ad agire in base al bene pubblico e non solo guardando i sondaggi e i titoli dei giornali. Cioè, la politica sarà, sì, un gioco, ma qualche volta è una cosa piuttosto seria. E Johnson è forse la peggior persona immaginabile per svolgere questo ruolo. È notoriamente incapace di capire i dettagli di un argomento, è pigro, insicuro, vuole solo essere amato, e pensa sempre di ottenere il favore del pubblico con il suo personaggio mediatico, Boris. Ma Boris non fa più tanto ridere quando hai mille morti al giorno, infermieri senza protezione, immunità di gregge sì, immunità di gregge no, un sistema di contact tracing che (ancora!) non funziona, in poche parole una gestione talmente caotica di TUTTO che nemmeno i ministri del governo riescono a spiegare le regole, figuriamoci a farle rispettare.

E se avessimo pestato una merda?

E se avessimo pestato una merda?

Ma la Brexit? Siamo sempre lì, da quattro anni ormai. Una fazione potente del partito conservatore si oppone a qualsiasi accordo commerciale con l’Unione Europea. Preferisce raccogliere i frutti del disastro che seguirà un’uscita senza accordo, in un paese che rimane totalmente impreparato per questo esito e che sogna di poter rimodellare sul modello statunitense, con tanto di rugged individualism per le masse e un bel paradiso fiscale per gli amici gestori di hedge fund. Quindi i britannici insistono per avere dall’UE i benefici di prima, ma senza alcun dovere reciproco, una richiesta che è – ovviamente – inaccettabile per l’Unione. Naturalmente Johnson sa che non può avere un accesso al mercato unico europeo senza accettarne le regole, ma insiste su questo punto proprio per costringere l’UE ad abbandonare la trattativa nonostante nel 2016 lui e Gove abbiano sostenuto che sarebbe stato “l’accordo più facile della storia”. Se finisce male vogliono poter dire: “Amici britannici, ci abbiamo provato ma gli europei sono troppo ostili, cercano di vendicarsi”, magari con tanto di retorica churchilliana e una colonna sonora di Elgar. Se poi, per miracolo, gli europei accettassero di concedere alla Gran Bretagna condizioni speciali, proprio per evitare di trovarsi con uno stato canaglia come vicino di casa, ancora meglio. In tutto questo la Gran Bretagna si comporta come il fidanzato che un giorno sì e l’altro pure sbotta: “Ne ho avuto abbastanza! Me ne vado! Ora me ne vado davvero! Me ne sto andando, eh!”, ma mezzora dopo è ancora lì a chiederti cosa si mangia per cena.

Se vedi tutto grigio, sposta l'elefante

Se vedi tutto grigio, sposta l’elefante

Di recente, i tentativi di far scoppiare la trattativa sono diventati fin troppo evidenti. Il governo britannico ha pubblicato una proposta di legge, chiamata United Kingdom Internal Market Bill,[1] che abolisce gran parte del Withdrawal Agreement appena firmato da Johnson stesso e sventolato come impareggiabile vittoria politica personale. La proposta di legge è un’evidente provocazione che non solo infrange la giurisprudenza internazionale (“in modo limitato”, per ammissione del governo stesso, come se fosse possibile infrangere tutte le leggi internazionali in un colpo solo), nonché il Good Friday Agreement, ma renderebbe praticamente impossibile qualsiasi accordo commerciale con la Gran Bretagna per chiunque. In una delle sue dichiarazioni più surreali, Johnson si è difeso dicendo che non aveva avuto tempo di leggere bene l’accordo, dimenticandosi, forse, che i tempi previsti per l’analisi di un Act of Parliament erano stati ridotti proprio da lui, appunto per evitare domande scomode su argomenti di questo tipo. Tant’è che lo stesso Johnson in campagna elettorale ha liquidato in modo brusco alcuni imprenditori nordirlandesi quando sostenevano che sarà necessario presentare documentazione per il passaggio doganale tra l’Irlanda del Nord e il resto del paese. Ovviamente l’accordo lo prevede, il mare tra l’Irlanda e la Gran Bretagna diverrà di fatto il confine doganale tra il Regno Unito e l’UE. Ma questi sono dettagli e i dettagli, si sa, non sono il suo forte.

Quindi a fine anno la Gran Bretagna uscirà senza accordo, oppure con un accordo base che cercherà solo di evitare le conseguenze più drammatiche di un no deal.

Le ultime misure del governo britannico comprendono la fornitura di bagni pubblici in Kent per i camionisti che saranno costretti a passare giornate intere fermi in autostrada a partire da gennaio, quando scatteranno i controlli doganali portuali (di cosa e come, ancora non si sa nulla, ovviamente) per la prima volta in quasi 50 anni. E meno male, altrimenti avrebbero rischiato di finire davvero nella merda fino a collo.

 

 

 

 

 

 

 

[1] La proposta di legge contiene altre misure ancora più pericolose per il tessuto democratico del paese.

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