Bava di rospo e piume di civetta: la caccia alle streghe – parte prima

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Unguento, unguento / mandame a la noce de Benivento / supra aqua et supra ad vento / et supra ad omne maltempo”
Piastrina in metallo con scritta di maledizione

Piastrina in metallo con scritta di maledizione in greco

Ricordate la maga Circe che nell’Odissea trasforma i compagni d’Ulisse in porci? La credenza nell’esistenza e nel potere dei fattucchieri quasi certamente risale a periodi in cui l’uomo non conosceva ancora la scrittura. Oltre ai greci ne erano convinti perfino gli antichi romani, che noi immaginiamo come un popolo pragmatico e concreto: il poeta latino Orazio nei suoi “Epodi” descrive il raccapricciante rito sacrificale di un fanciullo da parte di quattro streghe allo scopo di preparare una magia d’amore, utilizzando – oltre al fegato del bambino – fico selvatico “divelto dai sepolcri, uova di rospo viscido sporche di sangue, piume di civetta” e “ossa strappate ai denti di una cagna”. L’orrido intruglio faceva già da allora parte dei filtri magici, e lo ritroveremo citato con monotonia nei verbali dei processi alle streghe che si sarebbero tenuti nei secoli successivi. La strega, in latino “strix”, era per la cultura romana una donna pratica di fatture e di predizioni del futuro, capace di assumere la forma di un uccello notturno nutrendosi di sangue e carne umana; una pericolosa avvelenatrice che fin dall’epoca di Silla la legge puniva con la morte. Secondo Plinio le streghe “tempestarie” erano capaci di influenzare il tempo, esponendosi all’aria nude durante il periodo mestruale. Che i romani ricorressero a pratiche magiche è certo: il primo processo contro le avvelenatrici risale all’epoca repubblicana quando circa centosettanta donne furono mandate a morte per questo reato. L’aggressione poteva avvenire non solo direttamente tramite filtri e veleni, ma anche indirettamente con maledizioni incise su piastrine di piombo (defixiones) sepolte sotto terra, possibilmente in un cimitero.

Il piccolo popolo: fate, elfi, gnomi

Il piccolo popolo: fate, elfi, gnomi

Con l’avvento ufficiale del cristianesimo furono formulate una serie di leggi volte all’estirpazione dei culti pagani. Nel 439 entrò in vigore il “Codice” voluto dall’imperatore Teodosio II che in particolare affermava il divieto totale di ricorrere a pratiche magiche, proibendo radicalmente l’adorazione degli antichi dei – da allora in poi detti demoni – i sacrifici e la frequentazione di altari o templi, anzi sollecitandone la distruzione o la trasformazione in luogo di devozione della nuova religione. Non fu un intervento senza conseguenze: non per nulla la parola “pagano” deriva dall’etimo latino “pagus” che significa villaggio, e proprio nelle campagne si erano e si sarebbero conservati per secoli i valori propri del mondo precristiano, se pur trasformati ingenuamente in pratiche magiche. Questo fenomeno fu particolarmente diffuso in Occidente, che dopo la caduta dell’Impero aveva iniziato un percorso storico suo proprio rispetto a quello d’Oriente. A causa della mancanza di una tradizione scritta, relativamente all’Europa sappiamo ben poco dei culti barbarici e dei Druidi, e quello che ci è giunto racconta che la loro religione era di tipo naturale, in cui si adoravano gli astri, le sorgenti e gli alberi sacri e si praticavano il rito del solstizio, la divinazione, la guarigione con erbe magiche. Si credeva inoltre nell’esistenza di un invisibile “piccolo popolo” di fate, elfi, folletti, goblin che si nasconde nella natura, idea che è  arrivata fino a noi ed è rientrata – seppure in modo distorto – anche nei processi per stregoneria.

Ecate triforme

Ecate triforme

Uno dei primi testi sull’argomento, il “Canon episcopi”, fu varato verso il Mille come istruzione per i vescovi sul come comportarsi di fronte al fenomeno: l’importanza del documento è dovuta al fatto che per la prima volta descrive i comportamenti di alcune “donne scellerate” che diventeranno un classico motivo di accusa nella persecuzione delle streghe. Facendo confusione il documento menziona da parte loro l’adorazione di Diana, Minerva, Ecate ed Erodiade, la principessa ebraica che secondo i Vangeli chiese ed ottenne tramite la figlia Salomè la decapitazione del Battista; per la prima volta parla della pratica del volo magico, una cavalcata notturna in groppa a un animale verso un luogo di raduno lontanissimo e con l’aiuto di una dea malefica. Il Canon però aggiunge che queste riunioni stregonesche sono opera di fantasia, condannando il modo tutto sommato lieve le colpevoli, tramite penitenze a pane e acqua o il bando dalla parrocchia di appartenenza: punizione non priva di conseguenze se la donna era sola e con scarsissimi di mezzi di sostentamento, ma leggera rispetto a sentenze posteriori che commineranno la tortura e la morte. Altre sanzioni comportavano l’imposizione di croci colorate sulle vesti o pellegrinaggi in Terra santa; la peggiore era la confisca dei beni, che diede luogo a non pochi abusi.

Rogo di eretici

Rogo di eretici

A partire dal X secolo si diffuse in Europa l’eresia catara che dilagò dalle Alpi ai Pirenei, comprendendo anche la Pianura Padana e la Germania del sud. I Catari erano un movimento nichilista persuaso che il mondo e l’uomo fossero suddivisi in due entità distinte, una fatta di luce e bene, l’altra di tenebra e dannazione, e che la Chiesa cattolica con le sue ricchezze e il suo potere fosse un’organizzazione satanica. Proprio per sradicare il catarismo papa Gregorio IX istituì, dal 1231 e nelle principali città del continente, i Tribunali dell’Inquisizione che all’inizio vennero affidati ai frati domenicani, e in seguito estesi ai francescani coadiuvati da notai e altri commissari scelti tra individui allo stato laicale, il cosiddetto “Braccio secolare”. Quest’ultimo rendeva esecutivi i provvedimenti dei tribunali ecclesiastici, applicando concretamente le pene da essi inflitte; per la Chiesa, che dichiarava di aborrire il sangue, era un ipocrita sistema per avere le mani pulite dalle centinaia di omicidi che in realtà commise per interposta persona.  L’antica bonomia ecclesiastica era infatti andata scemando e ci voleva poco per cascare nelle grinfie inquisitorie: bastava una denuncia e perfino la voce pubblica per essere convocati davanti ai giudici, e se l’accusato negava la confessione era estorta con la prigione o la tortura, autorizzata nel 1252 dalla bolla di Innocenzo IV “Ad extirpandam”.

Gatto che fa pulizia, Miniatura medievale

Gatto che fa pulizia. Miniatura medievale

Ma cosa c’entrano le eresie con la caccia alle streghe? Il primo inquisitore a cui dobbiamo la denuncia di un culto diabolico in Germania fu Corrado di Marburgo: un frate fanatico che non esitava a prendersela anche con i potenti e che al giorno d’oggi è perfino diventato il personaggio principale di un fumetto francese. Finì assassinato per vendetta, ma il pontefice lo dichiarò comunque difensore della fede ed emanò la bolla “Vox in Rama” che contiene la prima descrizione di una riunione diabolica: gli adepti – che arrivavano in volo alla presenza di un rospo e di un gatto nero grande come un cane – dovevano baciare il deretano dei due animali lasciandosi in seguito andare ad accoppiamenti sessuali di ogni genere. Gettato questo primo seme, altri decreti papali formalizzarono il rapporto tra eretici e adorazione del diavolo, mentre nel 1320 nasceva il primo manuale ad uso degli inquisitori redatto da Bernard Gui, uno dei protagonisti del romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

Il leggendario nice di Benevento

Il leggendario noce di Benevento

Durante i primi anni del Trecento le accuse di stregoneria toccarono i Templari, incolpati tra l’altro di adorare il diavolo sotto forma di un idolo chiamato Bafometto; si trattava di una persecuzione voluta dal re di Francia Filippo il Bello, che aveva contratto con l’ordine enormi debiti senza intenzione di pagarli. Era inoltre l’epoca del “Dolce stil novo” e della donna angelicata, ma nonostante poeti e trovatori ne cantassero le lodi, oltre ai sentimenti di venerazione non mancò una convinta recrudescenza di antifemminismo: un odio che nella religione cristiana risaliva al Vecchio Testamento e non certo alla misericordiosa predicazione di Cristo. Stando alle confessioni delle indagate il diavolo veniva adorato sotto forma di caprone durante orridi incontri notturni, in cui si mangiavano cibi insipidi e carne di neonato e si bevevano liquori che facevano schifo. Queste pessime e indigeste abitudini furono ribadite nei due secoli che noi etichettiamo come Rinascimento, un periodo meraviglioso per l’arte ma colorato a tinte fosche per la caccia alle streghe; proprio nel Quattrocento fu inventato il termine “sabba”, che deriva dall’ebraico “shabbat”, il sabato sacro degli ebrei, cosa che rispecchia i pregiudizi contro queste comunità. Ad opporsi alle fattucchiere ci si misero anche i santi, in particolare Bernardino da Siena che predicava “di streghe e di malie” senza averle mai viste. A lui dobbiamo la persecuzione di Matteuccia di Francesco, una “erbaiola” umbra che procurava ai suoi pazienti intrugli guaritori come quello suggerito a una donna percossa e tradita dal marito: conservare l’acqua che il fedifrago usava per lavarsi i piedi, per poi dargliela da bere insieme a una pietanza a base di polvere di rondini inzuccherata. Per farla confessare la donna fu tenuta sveglia per giorni e giorni e torturata con tratti di corda, operazione dolorosissima  perché aveva come conseguenza la disarticolazione delle ossa. Alla fine e ormai semi delirante, la sventurata parlò: nella sua deposizione spicca per la prima volta il riferimento al volo magico verso il noce di Benevento, un leggendario e frondoso albero venerato in epoca longobarda ma abbattuto ormai da secoli,  e che diventerà un “topos” della stregoneria. Matteuccia – di cui non conosciamo lo stato familiare né l’età – fu condannata al rogo. Come estremo insulto fu trasportata al luogo deputato per l’esecuzione della sentenza con le mani legate dietro alla schiena,  a cavallo di un asino e con una mitria in testa: era il 20 marzo 1428.

Malleus maleficarum

Malleus maleficarum

Nel giro di circa tre secoli un centinaio di persone furono incriminate e ammazzate nello stesso modo. In passato si è esagerato parlando di milioni di vittime, ma il dato è storicamente inesatto: è certo invece che l’uso sempre più frequente della tortura per strappare le confessioni si portò dietro altri processi, perché alla richiesta di indicazioni sui complici ben poche persone riuscivano a tacere e facevano anche nomi a casaccio pur di far cessare il martirio. C’è inoltre da aggiungere che – nonostante il generale clima di diffidenza nei riguardi del mondo femminile – in alcuni paesi come la Russia a finire sul rogo furono molti uomini, e perfino bambini e adolescenti. Alla fine del Quattrocento si cominciò a considerare blando e superato il Canon episcopi; al suo posto fu redatto un nuovo e delirante testo, il “Malleus maleficarum” o “Martello delle streghe”, scritto da un domenicano tedesco, Henrich Institor von Kramer con l’aiuto di un confratello, Jacob Sprenger, e che fino a metà del Seicento rimase il più consultato manuale sulla caccia alle streghe sia in ambito cattolico che protestante. Institor non era certo uno stinco di santo, in quando si era appropriato indebitamente di denaro, argenterie e beni preziosi derivati dalla vendita delle indulgenze. Ma era furbo ed era riuscito a farsi perdonare dal pontefice Innocenzo VIII ed in seguito ad avere incarichi prestigiosi dal papa successivo, Alessandro VI, proprio quel Borgia che conduceva in Vaticano una vita licenziosa ed aveva elevato a cariche di prestigio i suoi figli. L’apertura del testo è lapidaria: chi afferma l’esistenza degli stregoni è cristiano, chi la nega è un eretico. Continuando con questo tono il micidiale trattato rivela la sua totale misoginia: le femmine, avendo un intelletto inferiore ai maschi, sono predisposte a cadere nelle tentazioni di Satana con cui hanno rapporti sessuali che vengono descritti con compiacimento morboso. Le più esposte sono le ragazze vergini, le vedove e le levatrici. Qualsiasi accidente della normale vita umana è causato dalle streghe, che oltre ad ammazzare bambini, procurano aborti e ogni sorta di disgrazia, e rendono impotenti gli uomini addirittura privandoli dei genitali, o facendoli ammalare e trasformandoli in bestie. I due domenicani credono nel volo magico e consigliano la pratica della tortura col ferro infuocato al fine di trovare lo “stigma diaboli” un segno corporeo insensibile al dolore che – qualora scoperto – provava la colpevolezza delle imputate. Il Malleus non fu l’unica pubblicazione contro la stregoneria, e soprattutto non l’unica scritta da persone di cultura: più di un secolo dopo Jean Bodin, filosofo, giurista e considerato universalmente dagli storici come l’autore della prima compiuta definizione dello stato moderno, dette alle stampe “La  Demonomanie des sorcier” in cui affermava senza ritegno che nessuna punizione era troppo blanda per le streghe: “Bisogna arrostirle e cuocerle a fuoco lento”.

Due streghe e un diavolo in una xilografia

Due streghe e un diavolo in una xilografia

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, la Spagna e lo Stato della Chiesa non furono terre di feroci fenomeni inquisitori: in Spagna si erano perseguitati ebrei e musulmani che erano stati obbligati a convertirsi al cristianesimo, mentre in Italia poche furono le condanne a morte, preferendo a volte esporre le le donne al pubblico ludibrio. Un caso, che val la pena di ricordare tanto per dipingere il clima assurdo (e nella tragedia persino comico) dei processi tutti più o meno simili, è quello di Lucrezia Geminiani, una settantenne di Fontanelice vicino a Imola. La donna era una guaritrice: era usanza nelle campagne – e lo è stato fino al Novecento – curare con le erbe o “segnare” malattie come il fuoco di Sant’Antonio, i vermi o altre affezioni dermatologiche. Trascinata in giudizio e posta alla tortura, fu obbligata a raccontare che assieme a un’altra donna era stata portata a un sabba in groppa a un montone, ma quando il domenicano che la inquisiva le chiese del noce di Benevento, la poveretta, che non si era mai allontanata dal suo paese, cascò dalle nuvole. E alla domanda come le apparisse il diavolo rispose che aveva un abito da frate, con evidente indirizzo allo spietato persecutore che aveva di fronte. Lucrezia non fu giustiziata, ma morì di malattia all’ospedale di Imola.

Triora, monumento alle streghe

Triora, monumento alle streghe

Il più grande processo per stregoneria nell’Italia del Cinquecento si tenne a Triora, un borgo della Liguria. Le donne, chiamate con voce dialettale “bagiue”, all’inizio erano una ventina, ma con le confessioni estorte si arrivò a duecento indagate, senza risparmiare famiglie influenti della zona. Due disgraziate morirono, una per le torture, l’altra precipitando da una finestra nel tentativo di fuggire; Franchetta Borelli, una donna benestante e di nobile casata, resistette a 23 ore filate di tortura senza mai confessare e ridendo persino in faccia ai suoi aguzzini. Preoccupato per l’andazzo che stava prendendo la cosa, il Doge genovese volle avere spiegazioni dall’inquisitore che fornì le seguenti, assurde risposte: con la donna torturata c’era andato pesante perché sembrava robusta, quella cascata dalla finestra era stata istigata dal diavolo, aveva le piante dei piedi ustionate, ma era riuscita a tornare in cella da sola, e infine il lavoro non era stato eseguito a puntino perché la stanza della tortura era troppo piccola. La condanna al rogo fu in seguito annullata e gli imputati furono trasferiti a Roma da dove si persero le loro tracce.

Fonti:

Giordano Berti, Storia della stregoneria. Origini, credenze, persecuzione e rinascita nel mondo contemporaneo. Mondadori

http://www.giornopaganomemoria.it/streghemedioevo.html

https://www.spaziofatato.net/wp-content/uploads/2017/07/Storia-della-Stregoneria3.pdf 

https://www.esserealtrove.it/contenuti/borghi-e-storie-d-italia/triora-il-lamento-delle-streghe/

http://www.lundici.it/2018/11/monaci-guerrieri-e-banchieri-nascita-fine-e-resurrezione-dei-templari-bufale-comprese/

 

 

 

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?