11 MOTIVI PER RIVALUTARE LA MUSICA DEGLI ANNI ’80.

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Quante volte è capitato di parlare e discutere di musica, di band, di album, di canzoni e le persone con cui si intavolava il discorso consideravano gli anni ’80 il male assoluto? Questo perché, a onor del vero, negli anni ’80 c’è stata tanta tanta musica brutta, proprio brutta, inascoltabile e non c’è altro modo per definirla. 

Dopo gli anni ’60 ricchissimi di qualità, quantità e stupore, e dopo gli anni ’70, i meravigliosi ’70, pieni di Rock, Disco, Black music, Funky, Punk, cantautori e gente incazzata, sono arrivati gli anni ’80, con quegli orribili sintetizzatori, con quel pop insulso o con quella dance made in Italy proposta da italiani con improbabili nomi inglesi. 

Quando pronunci le parole “anni ’80″ vedi Madonna con le sopracciglia scure e folte, Simon Le Bon che guida i Duran Duran cantando Wild boys. Senti i Righeira che cantano “No tengo dinero”, che “L’estate sta finendo” ti pare un capolavoro.

Ecco, pur considerando che la musica è un fatto di gusti, e che ognuno crede che la musica orribile sia sempre quella che ascoltano gli altri, rimane il fatto che il decennio che va dal 1° gennaio 1980 al 1° gennaio 1990, sia stato un decennio relativamente pacifico e che noi, nati negli anni ’60, ci siamo trovati ad essere una generazione numerosa, senza nessun problema economico apparente, con qualche soldino per comprare i dischi, andare ai concerti e tanto tempo per ascoltare musica. Io di musica ne ho ascoltata proprio tanta, fra amici e cugini, fratelli maggiori di amici e mio fratello con cui dividevo cameretta e stereo. Eravamo  gente fra cui ci si scambiava vinili, si facevano cassette e si passavano pomeriggi ad ascoltare questo e quello. In quegli anni sono nate le prime emittenti radiofoniche nazionali e sono iniziati i primi programmi televisivi in cui si parlava di musica mostrando i video musicali. Carlo Massarini, col suo appuntamento fisso Mister Fantasy, ci ha educato e fatto conoscere tanta buona musica. Ecco il punto a cui volevo arrivare. Negli anni ’80 c’è stato anche una quantità di musica che val la pena ricordare, magari per qualcuno non sarà imperdibile, ma io la metterei fra le cose che bisogna assolutamente conoscere.

Vi propongo un percorso lungo 11 anni, dal 1980 al 1990. L’idea iniziale era di individuare un brano e un album all’anno, non seguendo classifiche, indicazioni di esperti, ma i miei gusti. La discriminante che mi sono autoimposta è che io abbia scoperto ed ascoltato quel brano, quell’album, proprio nel periodo in cui era uscito, negli anni ’80, il decennio della mia adolescenza e giovinezza.

Ecco allora 11 motivi (e forse più) per rivalutare la musica degli anni ’80

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Una volta nella vita …

1980
Il primo motivo per rivalutare gli anni ’80 è l’incipit fluido come acqua che scorre e ipnotico come la voce di David Byrne di Once in a lifetime, da Remain in Lights dei Talking Heads. 
Questo album è stato pubblicato l’8 ottobre 1980, cioè 40 anni fa e, secondo me porta benissimo la sua età. La canzone è stata scritta da David Byrne, Chris Frantz, Jerry Harrison e Tina Weymouth, le 4 teste parlanti, ma anche da Brian Eno che produsse l’album.  Da non a smettere mai di ascoltare, per continuare ripetere il famoso monito “Same as it ever was” come un mantra. E se preferite le domande alle asserzioni … And you may ask yourself, “Well… how did I get here?”
Già, come siamo arrivati a questo punto? 

 1981
Se è stato immediato pensare a La voce del padrone di Franco Battiato come ad uno dei migliori album, non solo del decennio, ma della musica italiana in genere, poi sono entrata in crisi: quale brano, tratto dall’album, scegliere? 
Sono 7 capolavori, originali e snob, ma pop, orecchiabili, immediati ma pieni di parole che sembrano abbinare tutto e niente. Ma suonano perfette. Alla fine ho scelto “Centro di gravità permanente”: “Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese e neanche la nera africana”. 
Ancora oggi, chi non vorrebbe trovare un centro di gravità permanente che non faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente?

1982
Esaltarsi  con i Clash di Combat Rock o struggersi con Night and Day di Joe Jackson? Should I stay or Should I go, o Steppin out? Chitarre punk rock o pianoforte a coda? 
Nel 1982 non c’era bisogno di fare nessuna scelta. E nemmeno oggi, ogni volta che passa uno di questi brani improvvisamente alla radio, l’istinto è alzare il volume.

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Un CD pieno di dettagli grafici

1983
Nel giugno del 1983 esce Synchronicity, quinto ed ultimo album dei Police: Every Breath You Take è un successo planetario.
L’album riesce addirittura a superare Thriller di Michael Jackson, che è comunque stato l’album più venduto di tutti i tempi. eppure i 3 (Sting, Steward Copland e Andy Summers) si lasciano. Lasciandoci a cantare la sincronicità di Jung e l’assillante osservazione della persona amata e di ogni suo singolo respiro e movimento.

1984
Troppa grazia Sant’Antonio: l’anno dell’abbondanza e dell’esubero delle uscite che ho ascoltato all’inverosimile. Scelgo gli U2 di Unforgettable fire, quando Bono era rock, con la coda di cavallo e la rabbia irlandese dentro ed esplodeva sul finale di Pride cantando “They took your life, they could not take your pride”.  Gli U2 per me erano questi, e quando hanno avuto la svolta elettro pop, io ho smesso di ascoltarli. Nel 1984, però di album ne ho acquistati e ascoltati molti altri. Tralasciando Sparkle in the rain dei Simple Minds o Born in the USA di Sringsteen, sento la necessità di  mettere in questa lista “Caffè Bleu” degli Style Council. Scelgo My ever changing mood, con un messaggio molto in linea con i tempi in cui viviamo. “I wish we’d come to our senses and see there is no truth, In those who promote the confusion, For this ever changing mood”. Non c’è verità per chi promuove la confusione.

1985
Ho molto ballato negli anni ’80 e The Cure  c’erano sempre, per farci muovere nei locali in cui andavo nell’1985/86. In between Days 
dall’album The Head on the Door, non mi ha più abbandonato È il primo album dei The Cure a raggiungere la top 20 della hit parade ufficiale italiana, complice probabilmente il video di Close to me, con la band chiusa in un armadio che precipita in mare dopo una caduta da rupi scoscese.

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Hang the Deejay,

1986
In quest’anno esce “The Queen is dead” degli Smith, non ricordo chi mi avesse fatto una bella cassettina, ma l’ho consumata a forza di sentirlo. Che bei tempi, quando si andava a ballare e partiva Bigmouth Strikes Again.
Un tempo magico, in cui Morissey non era ancora una persona insopportabile e non pago di aver messo in uno stesso album 10 pezzi, fra i quali l’immortale There’s a light and it never goes out, faceva uscire un singolo che ho amato tantissimo, “Panic”. “Hang the blessed dj because the music that they constantly play, it says nothing to me about my life” Appendete ‘sti dj, la musica che continuano a mettere non dice niente delle nostre vite!

1987
Questo è il momento di Prince, che ho scoperto nel 1984 con Purple Rain, ma che non ho più abbandonato per tutti gli anni ottanta Sign o’ the Times (stilizzato come Sign “” the Times). 
Ad ascoltare il testo di Sign o’ the times, il brano che dà il titolo all’album, c’è da chiedersi dove fosse finito il superficiale edonismo degli ’80. Sicuramente è stato spazzato via dall’AIDS e dalle droghe, di cui si parla nel testo. Lo stile anni ’80 poi è assente da questi arrangiamenti tutt’altro che semplici e pop. “In France, a skinny man died of a big disease with a little name, By chance his girlfriend came across a needle and soon she did the same”. Prince Live è stato un vera esperienza. Certo che che la grande malattia dal nome breve ci ha proprio cambiato la vita.

1988
Perchè menzionare la breve carriera degli Housemartins? Perchè mi hanno fatto divertire e perchè le loro canzoni sono legate a doppio filo al mio amore per l’Inghilterra,
in particolare Hull, la loro città natale dove ho trascorso il mio periodo di Erasmus. Ho deciso di citare Now That’s What I Call Quite Good perchè è un album raccolta e dentro c’è Caravan of Love quel pezzo a cappella che me li ha fatti conoscere. Norman Cook, finito il progetto Housemartins è diventato Fat Boy Slim. Ma tutta la club Culture degli anni’90 non mi ha mai preso.

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1989
“New York” di Lou Reed Uno dei migliori dischi rock n’ roll degli anni ’80. C’è tutto quello che apprezzo in Lou Reed: attitudine, intelligenza deviata, uno stile newyorkese, un album unico. Dirty Boulevard 
è un brano bellissimo, un nuovo Walk on the wild side. finisce con queste parole: “I wanna fly - Fly away”, un saluto e un augurio a tutti di allontanarsi dagli anni’80. L’anno dopo Lou Reed avrebbe pubblicato Songs for Drella, un intero concept album dove ogni brano raccontata un momento diverso della vita di Andy Warhol. Celebrando con parole e musica la morte di un personaggio, di un amico e la fine di un’era di edonismo. ” now all that’s changed, but I have some resentments that can never be unmade … Goodbye Andy”  Addio anni ’80

1990
Entriamo negli anni ’90 del grunge, del Trip Hop, della tecno, dei rave. E ci voglio entrare con i Depeche Mode, con il loro album Violator e il pezzo Enjoy the Silence. Chiudo con l’augurio di godersi il silenzio, soprattutto quando le parole non sono necessarie. “Words are very unnecessary, they can only do harm”. Benvenuti anni ’90.

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