Tutankhamon: la scoperta della tomba e la “maledizione”

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Howard Carter e lord Carnarvon all'apertura delle tomba

Howard Carter e lord Carnarvon all’apertura delle tomba

Il nome per esteso era Nebkheperura Tutankhamon più un’altra sfilza di titoli onorifici che spettavano ai sovrani egizi. Il giovane e famosissimo faraone della XVIII dinastia salì al trono tra i nove/dieci anni, si sposò con una bambina poco più grande di lui e condusse la sua breve vita in un periodo difficile della storia egiziana, morendo diciottenne senza lasciare un erede maschio. Non ebbe quindi il tempo di compiere epiche e guerresche imprese come aveva fatto un suo predecessore, Tuthmose III, né di costruire alcunché come un altro ben noto successore, Ramses (o Ramsete) II. La fama attuale del reale giovanotto è dovuta esclusivamente al rinvenimento della sua tomba, composta da pochi vani nemmeno tanto curati, ma in compenso stracolma di tesori di inimmaginabile bellezza, e che per un colpo di fortuna non era stata completamente svuotata dai ladri. Il nome originario di Tutankhamon che significa “immagine vivente di Amon” (il più importante dio egizio) era Tutankhaton: era nato infatti durante il periodo della cosiddetta eresia amarniana, quando il faraone Akhenaton – quasi certamente suo padre – aveva instaurato una sorta di pseudo-monoteismo in cui il disco solare Aton era la principale divinità, trasferendo anche la sede regale in una nuova città lontana da Tebe, nel sito dell’odierna Amarna. Alla morte di Akhenaton era poi succeduto un periodo oscuro durante il quale aveva governato lo sbiadito Smenkara seguito da Tutankhamon, che essendo troppo giovane era stato associato a un consiglio di reggenza. Sotto di lui i vecchi dei e le usanze religiose furono ripristinati, il clero di Amon riacquistò potere e la capitale ritornò a Tebe, mentre i governanti successivi cercarono di eliminare ogni riferimento all’odiato regime eretico. Dopo di che si tentò di cancellare le tracce e il nome del faraone adolescente ma – per ironia della sorte – proprio questo occultamento avrebbe portato quasi tre millenni dopo la morte, alla più grande scoperta archeologica di tutti i tempi.

L'anticamera con gli oggetti accatastati

L’anticamera con gli oggetti accatastati

Ritorniamo ora all’era moderna: alla fine del XIX secolo l’Egitto era diventato un protettorato britannico pur restando formalmente sotto l’impero Ottomano. Dal 1822 la neonata egittologia aveva preso slancio con la decifrazione dei geroglifici, e le nuove scoperte avevano favorito diverse spedizioni archeologiche eseguite con rigore scientifico da scienziati francesi e inglesi. Purtroppo la Valle dei re dove erano stati seppelliti più di una trentina di faraoni, era stata largamente saccheggiata in epoca remota, nonostante la sorveglianza e le pene severissime comminate ai ladri: alla fine si era deciso di traferire tutte le mummie in un nascondiglio sicuro, una tomba svuotata dove finalmente i corpi dei sovrani avrebbero riposato in pace, almeno fino alla riscoperta della grotta nell’Ottocento. E’ storia nota e commovente che la chiatta che percorse il Nilo con i cadaveri regali per approdare al Cairo, fu accompagnata da un funerale improvvisato durante il quale gli uomini del posto spararono in aria colpi di fucile mentre le loro donne piangevano e urlavano strappandosi i capelli come le prefiche egiziane del passato.

Testata di uno dei letti funerari

Testata di uno dei letti funerari

Nel mucchio mancava tuttavia il corpo di Tutankhamon di cui si conosceva l’esistenza anche se se ne erano smarrite le tracce. E qui entra in scena un giovane inglese, Howard Carter: proveniva da una famiglia modesta in cui il padre Samuel si guadagnava da vivere facendo illustrazioni, in specie di animali. Il ragazzo aveva ereditato il talento dal genitore ed era riuscito a farsi assumere per tre mesi dal British Museum, dove il suo lavoro era stato molto apprezzato. Negli anni successivi e per conto dell’Egypt Exploration Fund, Carter fu mandato a Tell el-Amarna. la città di Akhenaton, dove il direttore degli scavi gli assegnò il compito di tracciare la planimetria e di assumersi anche l’onere di catalogare i disseppellimenti. In tal modo si accostò alle tecniche dell’archeologia e fu coinvolto in ulteriori lavori, in particolare nel tempio funerario della regina Hatshepsut – una delle meraviglie dell’architettura egiziana – oltre che in altre importanti necropoli. Howard era metodico, attento e appassionato, e non si accontentava solo di disegnare, ma esplorava con attenzione e rigore le zone in cui operava, innovando anche alcuni sistemi per copiare i motivi decorativi che aveva davanti.

Cofano in oro massiccio

Cofano in oro massiccio

Covava però in testa un altro progetto ben più ambizioso: quello di trovare  una tomba reale intatta nella Valle dei re, impresa non semplice perché all’epoca tutti erano convinti che il luogo, situato nei pressi dell’odierna Luxor, non riservasse più alcuna sorpresa. Scavarvi sotto l’implacabile sole africano si presentava come un’avventura faticosa e snervante, oltre che estremamente costosa. Il Paperone che avrebbe finanziato la ricerca si materializzò nella persona di un lord britannico appassionato di egittologia, e che aveva un nome interminabile: George Edward Stanophe Molyneux Herbert, V conte di Carnarvon, un uomo ricchissimo e autoritario con cui Carter, inghiottendo qualche boccone amaro, avrebbe dovuto lavorare. Il collezionista miliardario e il disegnatore squattrinato non si piacquero subito, anche perché il primo, con la tipica boria di chi sta seduto su un mucchio di quattrini, pretendeva di dirigere le operazioni senza ascoltare l’esperienza e le intuizioni del suo più giovane collaboratore.

Testa del dio Anubi

Testa del dio Anubi

La campagna di scavi durò infruttuosamente alcuni anni durante i quali sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale e Carter fu richiamato al Cairo come corriere diplomatico per il suo paese. Finito il conflitto le ricerche ripresero con Carnarvon sempre più convinto che avessero spremuto anche troppo la Valle; si era arrivati al 1922 e il lord era ormai giunto alla decisione di interrompere i finanziamenti quanto Howard – indicandogli una mappa del posto – gli fece notare che sotto l’ingresso della tomba di Ramses IV esisteva ancora una piccola zona triangolare che non era mai stava sgomberata e dove c’erano tracce di antiche abitazioni edificate per gli operai della necropoli. Aggiunse inoltre che era disposto a pagare di tasca sua gli scavi. Carnarvon si commosse davanti a tanta entusiastica tenacia, si disse che non poteva permettere di addossare all’altro i costi e se ne fece carico.

Pugnale in ferro meteoritico

Pugnale in ferro meteoritico

A novembre dello stesso anno – mentre il lord era in Inghilterra – la squadra di Carter rimosse tutte le scorie che intralciavano ancora la ricerca portando alla luce il primo gradino di una scala che si inoltrava nel sottosuolo: lavorando come forsennati gli uomini disseppellirono dodici scalini e un portale che recava impressi i sigilli della città dei morti ancora intatti. Frenando la sua impazienza Howard telegrafò a Carnarvon la sua scoperta, fece chiudere l’ingresso e ci mise davanti delle guardie armate aspettando che l’aristocratico e sua figlia Evelyn lo raggiungessero. Il 24 novembre 1922 i due archeologi inglesi liberarono finalmente la porta, trovandoci sopra il nome di Tutankhamon ma anche evidenti tracce di scasso, se pur intonacate in epoca successiva. Possiamo immaginarci l’ansia con cui passarono la nottata, chiedendosi se il vano nascondesse una vera e propria sepoltura o un semplice deposito privo di valore, come era già accaduto in passato. Dovette trascorrere un altro giorno di scavi (oltre il primo ingresso c’erano un altro corridoio e un secondo muro) ma il 26 novembre, a metà pomeriggio, giunse il momento cruciale che lo stesso Carter definisce “il più bello della mia vita”: praticato un foro nella parete, con le mani tremanti, infilò una candela nel vuoto vedendo: “animali dall’aspetto strano, statue e oro, ovunque il luccichio dell’oro”. E quando l’ansioso Carnarvon gli chiese:”Riuscite a vedere qualcosa?” L’altro rispose:”Sì, cose meravigliose”.

Due braccialetti trovati addosso alla mummia

Due braccialetti trovati addosso alla mummia

Lo svuotamento e la catalogazione dei quasi 5500 oggetti stipati della sepoltura fu un lavoro di pazienza certosina che richiese diversi anni e che si concluse nel 1930. La tomba era molto piccola – forse per la prematura morte del sovrano – e composta da un’anticamera, da una camera sepolcrale murata e da altre due stanzette. Lo stesso Carter descrive lo sgombero come una gigantesca partita di Shangai: i reperti – tra cui spiccavano i carri smontati del re e tre letti funerari coronati da teste zoomorfe di divinità – erano tanti e talmente ammucchiati che gli archeologi temevano di urtare qualcosa e far crollare tutto. Nel 1923 si aprì la camera sepolcrale, l’unica affrescata del complesso, in cui erano contenuti uno dentro l’altro come in una matrioska, tre sacrari lignei e il sarcofago di quarzite, che a sua volta racchiudeva tre bare antropomorfe di cui due in legno dipinto e l’ultima in oro massiccio. La mummia del faraone, con la testa ricoperta dalle celeberrima maschera d’oro, era fasciata da un grande lenzuolo di lino e da bende doppie, ma era completamente intrisa di unguenti che l’avevano incollata al fondo; fu necessario tagliare col bisturi la stoffa per rivelare il corpo e i tratti del volto che Carter descrive come “un giovane raffinato, di aspetto gentile, con lineamenti ben delineati, e le labbra piuttosto pronunciate”.

Barca sacra in alabastro

Barca sacra in alabastro

Tra i tessuti erano sparsi amuleti e simboli sacri di grande valore che avevano lo scopo di proteggere il defunto re durante il suo viaggio nell’aldilà, nonché i suoi gioielli personali: pettorali, fermagli, catenelle, bracciali e anelli e un rarissimo pugnale in ferro di origine meteoritica che non recava tracce di ruggine; un metallo caduto dal cielo e lavorato su questa terra, perché all’epoca per fabbricare armi si usava solo il bronzo. Nella stanza attigua a quella della sepoltura, sorvegliata da una statua del dio Anubi in forma di sciacallo, oltre ad altri tesori era contenuto il tabernacolo che conteneva i quattro vasi canopi dove erano conservate le viscere del faraone. C’erano inoltre due piccoli feti femminili contenuti in due sarcofagi, le figlie precoci che Tutankhamon non era riuscito ad avere dalla moglie Ankhesenamon. L’ultima stanzetta che in origine doveva ospitare cosmetici, profumi, unguenti, cibo e vino, era anch’essa zeppa di oggetti ma in grande disordine, probabilmente perché era stata visitata dai ladri e richiusa dai funzionari della necropoli che vi avevano riposto frettolosamente la refurtiva che erano riusciti a recuperare.

Statuetta col dio falco Horus

Statuetta col dio falco Horus

L’eccezionale scoperta archeologica fece il giro del mondo e influenzò l’arte, il cinema e la moda contemporanei. Ma fece anche scalpore la leggenda che coloro che avevano profanato l’ultimo e sacro riposo del faraone sarebbero stati colpiti da una terribile maledizione. Il primo essere vivente a subire lo spirito vendicativo del re fu l’innocuo canarino dorato di Carter, divorato da un cobra; il secondo ad andarsene fu – con maggior logica omicida – lord Carnarvon, punto su una guancia da una zanzara, ferita che si infettò e si trasformò in una mortale polmonite. In realtà a scatenarsi più che l’ira del sovrano fu quella dei giornali che vennero esclusi dall’anteprima del formidabile ritrovamento data in esclusiva al Times di Londra. La maggior parte degli europei che avevano scavato nella valle, morirono di vecchiaia: lady Evelyn era ottantenne, mentre il dottor Derry che eseguì l’autopsia dell’augusto defunto se ne andò alla veneranda età di 87 anni. Howard Carter fu ucciso a 64 anni da un tumore mentre si trovava nella sua casa di Londra: seguendo il detto che “la vendetta è un piatto che va servito freddo” l’anima infuriata del faraone se l’era presa con comodo e ci aveva messo ben dodici anni per scovarlo, attraversando tutta la l’Europa e il canale della Manica. Gli ultimi anni dell’archeologo furono solitari: era un introverso e non ebbe relazioni femminili, anche se mantenne un rapporto epistolare affettuoso con lady Evelyn. Quando morì erano presenti al suo funerale poche persone. Sulla sua lapide fece iscrivere due frasi, di cui la seconda era tratta da una coppa in alabastro di Tutankhamon: “Possa il tuo spirito vivere, che tu possa trascorrere milioni di anni, tu che ami Tebe, seduto con il viso al vento del nord, mentre i tuoi occhi contemplano la felicità.” e “Oh, notte, spiegami sopra le tue ali come le stelle imperiture”.

Manico di uno dei bastoni da passeggio

Manico di uno dei bastoni da passeggio

Qualche anno fa si è tornato a parlare di Tut e delle cause della sua morte, che fino ad allora si credeva dovuta a un colpo alla testa. La mummia è stata sottoposta a vari e modernissimi esami, in particolare la TC (tomografia computerizzata), la risonanza magnetica e l’analisi del DNA. Si è scoperto così che il ragazzo era molto malandato: era nato col piede equino, ossia un’estremità piegata verso l’interno e verso il basso, mentre l’altra estremità presentava una necrosi ossea. Era facile alle cadute e perciò obbligato a camminare appoggiandosi a dei bastoni, centotrenta dei quali sono stati rinvenuti della sepoltura con chiari segni di utilizzo. E’ noto che gli antichi egizi si sposavano tra consanguinei, cosa che aumenta il rischio di sviluppare malattie genetiche. La mummia aveva inoltre una frattura a una gamba mentre – per completare il quadro – nel suo DNA sono stati trovati diversi ceppi del parassita della malaria nella sua forma più grave. Forse, come per Carnarvon, una micidiale zanzara aveva spedito tra gli dei il troppo fragile faraone egiziano.

Fonti:

Howard Carter, Tutankhamen, Garzanti

http://spazioinwind.libero.it/isidei/carter.htm

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/185393

https://www.nationalgeographic.com/magazine/2010/09/tut-dna/

 

 

 

 

 

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