REFERENDUM DEL 20 E 21 SETTEMBRE. No, Sì, BOH!

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All’inizio di ottobre 2019, tutte le forze politiche hanno votato praticamente all’unanimità per taglio dei parlamentari (la Camera dei deputati passa da 630 a 400; il Senato della Repubblica da 315 a 200. Una riduzione di circa un terzo) ma 71 senatori di vari partiti hanno avanzato la richiesta di sospensione rendendo necessario un referendum confermativo.

“I senatori avevano potuto avanzare la loro richiesta perché le riforme costituzionali hanno un iter parlamentare speciale: se una riforma non ottiene una maggioranza di due terzi da ciascuna delle due camere nel voto finale si hanno tre mesi di tempo per chiedere che sia sottoposta a referendum; servono le firme di un quinto dei membri di una delle due camere – per i senatori la soglia è di 64 – 500.000 elettori o 5 consigli regionali. La proposta sul taglio dei parlamentari era stata firmata da 71 senatori, 7 in più del numero minimo richiesto. …
Con l’approvazione della riforma saranno ridotti anche i parlamentari eletti dagli italiani all’estero: passeranno da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4.
Verrà inoltre stabilito un tetto massimo al numero dei senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica: mai più di 5.”
Da Il post https://www.ilpost.it/2020/08/22/referendum-taglio-numero-parlamentari/

Per essere meno oggettivi, in sintesi, i nostri rappresentanti hanno deciso che era necessario un referendum per confermare quello che tutti, in ogni partito, sanno già, cioè quello che l’italiano medio pensa: meno politici ci sono, meglio è (c’è anche chi pensa che ne basti solo uno, ma nessuno all’Undici è tra questi).

Il referendum avrebbe dovuto tenersi il 29 marzo, la pandemia ha scelto per tutti e, a luglio, il governo ha deciso di abbinare la consultazione referendaria alle elezioni regionali il 20 e 21 settembre.

Così, in questa pazza estate, durante queste vacanze forzatamente all’interno dei patri confini, fra proclami billionari e contagi in discoteca, nelle segreterie hanno iniziato a preoccuparsi.

E se il taglio dei parlamentari non fosse una cosa saggia?

Il timore trasversale ha colpito un po’ tutti, dal PD (dove, come recita un proverbio ebraico, ogni due persone ci sono tre opinioni e – aggiungo io – 4 preoccupazioni), alla Lega (che pure ha votato a favore, quando era al governo ma adesso vuole dare la spallata, senza mascherina, al Conte 2). Ma anche i 5Stelle, padri/padrini di questa riforma, non hanno nulla per stare sereni, perché, come fu per Matteo Renzi, rischiano che il tutto si trasformi in un boomerang.
Diventa più nebuloso, quindi, capire le ragioni del sì e del no, capire che cosa fare, come informarsi e anche solo decidere se andare a votare.  All’Undici avremmo  voluto aiutarvi, proponendo un pezzo classico in 11 punti che elencasse la diverse ragioni, ma non è stato possibile: non abbiamo trovato nessuno che volesse scrivere 5 motivi per votare sì.

Inoltre questo referendum sarà confermativo. “… servirà cioè a confermare l’approvazione di una riforma costituzionale che non ha ottenuto almeno due terzi dei voti in ciascuna camera. Chi vota “sì” sostiene il taglio, chiede che la riforma sia confermata e che entri in vigore. Chi vota “no” ne chiede invece l’abrogazione. Nei referendum costituzionali non si tiene conto del quorum, come nei normali referendum abrogativi. Indipendentemente dal numero di votanti, il risultato quindi viene sempre preso in considerazione.” Da Il post https://www.ilpost.it/2020/08/22/referendum-taglio-numero-parlamentari/

Ora, che sappiate o meno se votare no oppure sì, proviamo a darvi qualche contenuto in più sulle posizioni più condivise all’Undici.

Cinque ragioni per votare No, di Paolo Agnoli
Tis the time’s plague when madmen lead the blind, William Shakespeare
L’improvvisata legge costituzionale sul ‘taglio’ dei parlamentari finirà solo per rendere più marginali le istituzioni della democrazia rappresentativa nel rapporto con il resto della società, facilitando pericolose derive populiste. La nostra democrazia rappresentativa ha sicuramente problemi, ma la soluzione non verrà certo da questa riforma demagogica – ispirata anche dall’ignoranza della storia costituzionale italiana – che svilirà il ruolo stesso delle nostre massime Assemblee, sacrificando i nostri principi fondativi sull’altare della propaganda integralista. Non dobbiamo essere rappresentati meno, ma meglio. Provo in questo breve scritto ad argomentare tali tesi.
Pochi giorni fa Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, ha dichiarato: “Il Pd darà l’indicazione di votare Sì al referendum”. Ricordo, solo come esempio significativo, che il Pd prima delle elezioni si era solennemente pronunciato in tante occasioni contro questo taglio dei parlamentari. “Per tre volte in Parlamento abbiamo votato No” ha ricordato proprio Orlando in un post su Facebook. “Poi però abbiamo votato a favore. Era del resto la condizione per far nascere il Conte bis”. Così, solo per accontentare il M5S, il PD ha infine deciso di sostenere il Sì, insieme appunto ai massimalisti grillini, ma anche ai sovranisti di Salvini e Meloni, a Forza Italia e al resto delle formazioni politiche presenti in Parlamento.
Questa riforma appare così sempre più la bandiera ideologica del M5S, un partito in declino ma a cui tutti gli altri stanno consegnando di fatto una vittoria annunciata, o quale prezzo per continuare a governare assieme, o per paura di lasciare indisturbata questa formazione a cavalcare l’attuale e diffusissimo sentimento dell’anti-politica (tutto ciò dovrebbe anche farci riflettere sull’inconsistenza attuale di tanti partiti e sul nostro stesso rapporto con la politica). Questa riforma sancirà in questo modo, ve ne fosse bisogno, l’attuale supremazia del populismo sulle corrette dinamiche democratiche: il populismo non è certo una cultura di massa, ma una élite che interpreta le posizioni più negative dell’elettorato, rifiutando la mediazione politica, i corpi intermedi, la rappresentanza appunto. E i populismi, lo mostra la Storia, usano sempre espedienti emotivi per affrontare problemi complessi: questa ‘strategia’ non ha portato mai nulla di buono, ma indubbiamente facilita la comunicazione con la ‘pancia’ di tante persone, soprattutto di quelle che la sentono mugugnare.

Discuterò ora, in particolare, 5 punti per argomentare con qualche dettaglio il mio pensiero.

1. La riforma svilisce il ruolo del Parlamento perché riduce la rappresentatività, senza altresì offrire vantaggi sul piano dell’efficienza o su quello del risparmio.
I fautori del Sì invocano la riduzione di spesa che si determinerebbe con questa modifica costituzionale. Si tratta, però, di un argomento inammissibile, come è stato da davvero innumerevoli commentatori sottolineato: non soltanto per l’entità irrilevante dei tagli (0,007% della spesa pubblica, circa un euro all’anno per ciascun italiano), ma anche perché gli strumenti democratici fondamentali (come le istituzioni parlamentari) non possono essere sacrificati per semplici esigenze finanziarie. Meno parlamentari vuol dire meno rappresentanza e più potere ai segretari di partito. Ciò che diminuirà è solo il prestigio delle istituzioni stesse, laddove aumenterà il peso dei funzionari e burocratici politici. Con la nuova proposta il rapporto fra elettori ed eletti aumenterà, e i nuovi eletti di conseguenza gestiranno un potere maggiore.
Il Parlamento, cioè, tenderebbe a diventare ancor di più uno strumento di puro potere e non di giusta rappresentanza popolare: e oggi già lo è, in parte, proprio secondo le critiche dei suoi più brutali detrattori. A fronte di una riduzione della democrazia non solo rimarrà, ma si accentuerà, il solco opprimente tra una élite ancora più possente e il resto del paese: a discapito del dissenso, dell’autonomia, dell’originalità, della libertà di pensiero. Quando il Parlamento diventerà, voglio dire, segnato da una maggioranza e da una opposizione non più sufficientemente ricche e variegate, sempre più distanti dalle esigenze, dal sentire, dalle tendenze della società, il senso di impotenza degli elettori e dunque il sentimento di anti-politica diventeranno ben più seri di quanto lo siano già oggi. È così il nostro avvenire quello che si deciderà fra pochi giorni. La vera posta in gioco non è il numero dei parlamentari, ma la difesa del Parlamento, del suo ruolo, del suo significato, della sua funzione in una democrazia avanzata. Io vedo il rischio molto serio di una deriva oligarchica, strettamente legata ad una chiara delegittimazione della nostra rappresentanza. Un Senato formato da solo 200 persone potrebbe decidere il destino di 60 milioni di italiani! I deputati e senatori saranno sostanzialmente rappresentati dalla cerchia dei fedelissimi dei capi partito e, non avendo alcun necessario rapporto col territorio, non avranno più alcun legame organico con gli elettori. “È ovvio che un Parlamento ridotto in termini di numeri è anche un Parlamento che può essere controllato meglio”, ha candidamente affermato in queste ore Manuel Tuzi, deputato del M5S, a SkyTg24, e proprio per pubblicizzare il suo Sì! Affermando che questa sarebbe una riforma contro la ‘casta’. Ma tutti i partiti (M5S, PD, Lega, FdI, FI, Leu, IV, et…) stanno dando indicazioni per il Sì (anche per ciò che argomentavo sopra), e così si sono espressi infine in Parlamento! Il pericolosissimo messaggio dunque è che meno sono i parlamentari, tanto meglio è!
E se allora si sopprimessero tutti, non sarebbe il massimo? Così, al dunque, è la sostanziale inutilità del sistema rappresentativo la prospettiva che ora si sta, con questo provvedimento, sciaguratamente affermando.

NON è UN PAESE PER GIOVANI

NON è UN PAESE PER GIOVANI

2. Il taglio dei parlamentari penalizzerà soprattutto i giovani.
Le campagne elettorali, vista la vastità dei collegi, saranno prerogativa solo di chi ha ingenti risorse economiche o ha già il suo pacchetto di voti garantito. In particolare diventerà impossibile portare in Parlamento idee e bisogni dei più giovani tra noi, con riferimento soprattutto al rispetto di un minimo di vera equità generazionale. Ci sarà sempre meno possibilità di opporsi a scelte politiche e economiche sconsiderate, su questo tema, che andranno a influenzare – ancora più negativamente di disgraziate e ben note decisioni odierne – il futuro della nostra nazione.

3. Questa modifica rinnega lo spirito della nostra Costituzione: la scelta di un taglio irrazionale del numero dei nostri rappresentanti è in contrasto con lo spirito con cui i padri costituenti hanno redatto la Carta.

Un lungo e approfondito dibattito sul numero dei parlamentari animò la commissione, presieduta da Umberto Terracini, per il progetto della nostra Costituzione. Come si può leggere nei verbali, l’Assemblea Costituente decise infine che il numero dei parlamentari dovesse variare con il variare del numero degli abitanti, eleggendo un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000 (fu solo una legge costituzionale del 1963 a trasformare poi quel numero variabile in un numero fisso, vista la forte accelerazione demografica di quegli anni). Il 18 settembre 1946, in particolare, il democristiano Giuseppe Fuschini propose l’elezione di “un deputato per non più di 80.000 abitanti”. E’ istruttivo leggere cosa riassunse e sostenne personalmente Umberto Terracini nel concludere la discussione:
“ … la diminuzione del numero dei componenti …. va interpretata come un atteggiamento antidemocratico, visto che, in effetti, quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti … Quanto all’osservazione …. circa l’alto costo di un’assemblea parlamentare numerosa, rilevo che, se una nazione spende un miliardo in più per avere buone leggi, non si può dire che la spesa sia eccessiva, specie se le leggi saranno veramente buone ed anche se si considera l’ammontare complessivo del bilancio in corso…. il problema in questione non si sarebbe nemmeno dovuto porre… Si sarebbe dovuto accettare ciò che poteva essere suggerito dall’attuale vita politica del Paese, vale a dire che esso assai opportunamente ha sentito la necessità di adeguare nelle ultime elezioni il numero dei suoi rappresentanti alla aumentata massa della popolazione. Per queste considerazioni un’eventuale diminuzione del numero dei componenti … costituirebbe un grave errore politico”.
Palmiro Togliatti (l’allora segretario del P.C.I. e dì lì a poco leader del Fronte Democratico Popolare) fece una dichiarazione – a nome di tutte le forze di sinistra e che, in questo caso, ritengo istruttiva – di sostegno alla mozione proponente la cifra più bassa possibile di abitanti per parlamentare:
“In primo luogo una cifra alta distacca troppo l’eletto dall’elettore; in secondo luogo l’eletto, distaccandosi dall’elettore, acquista la figura soltanto di rappresentante di un partito e non più di rappresentante di una massa vivente, che egli in qualche modo deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti”.

4. La riforma è comunque incompleta: a questa riforma andrebbero in ogni caso accompagnate immediatamente altre serie riforme che ridefiniscano le funzioni delle due Camere, i lavori e il modo di operare delle commissioni, i rapporti con le Regioni, i rapporti fra Parlamento e Governo, la disciplina elettorale.

Questa riforma riduce in misura irragionevole la rappresentanza di interi territori. Analizzando il caso del Senato, nella sua nuova composizione alcune Regioni finirebbero con l’essere sottorappresentate rispetto ad altre: l’Abruzzo, per esempio, con più di un milione e trecentomila abitanti avrebbe diritto a quattro senatori, mentre il Trentino-Alto Adige, con una popolazione complessiva di meno di un milione di abitanti, avrebbe ben sei senatori! Con questa modifica sarà grave, inoltre, il problema che si verrà a determinare relativamente alla formazione di un esecutivo. Infatti non si avrà congiuntamente – a quanto pare – una modifica della legge elettorale, con essa coerente, tale da assicurare – nei limiti del possibile – la rappresentatività delle Camere e, allo stesso tempo, agevolare la formazione di una maggioranza relativamente stabile di governo. Molto probabilmente così aumenterà il rischio di avere maggioranze diverse, o squilibrate, tra Camera e Senato, di andare quindi in cortocircuito e perfino in una grave paralisi politica. Una riforma auspicabile sarebbe quella relativa al superamento del bicameralismo perfetto, che consentirebbe non solo maggiore efficienza e risparmi, ma anche una giusta e allora non più pericolosa riduzione del numero dei parlamentari. Ma su questo il popolo italiano, lo sappiamo, si è già recentemente espresso. Inoltre, da ultimo ma non certo di poca importanza, voglio segnalare il problema dei delegati regionali che parteciperanno all’elezione del Capo dello Stato: oggi sono 60 su circa mille parlamentari, ma quando questi diventeranno 600 il loro ruolo avrà un peso spropositato, e comunque senza alcun precedente nella nostra Storia (e ciò avverrà già nella scelta del successore di Mattarella, agli inizi del 2022).

5. Alcuni sostenitori del Sì affermano che dopo il taglio l’Italia avrà un rapporto tra parlamentari e abitanti in linea con gli altri grandi paesi europei: ma ciò non è vero.

L’affermazione in questione deve infatti, scorrettamente, presupporre che Camera e Senato siano un’unica assemblea. L’Italia oggi ha effettivamente 16 parlamentari per ogni milione di abitanti, numero tra i più alti d’Europa. Innanzitutto andrebbe tenuto a mente, in ogni caso, che non è il numero l’elemento determinante a garantire la qualità del Parlamento: potrebbe darsi il caso di uno stato con venti deputati per milione di abitanti (più del doppio dei nostri oggi) ma tutti scelti con una legge elettorale che esclude le minoranze o alcuni territori. E potrebbero tutti essere di bassa qualità, per esempio perché scelti male dai partiti e di fatto imposti con liste bloccate. Detto questo, il rapporto tanto pubblicizzato è stato fatto sulla base dei parlamentari a tempo pieno e con i pieni poteri. Cioè, nel nostro caso dove abbiamo un bicameralismo paritario, deputati e senatori. L’Italia è tra le pochissime nazioni al mondo che ha e mantiene un sistema di due camere elettive con gli stessi identici compiti: nel caso di tutti gli altri paesi il conteggio dei parlamentari viene fatto solo sui deputati. Quindi, si vorrebbe mettere a confronto il numero dei deputati e senatori italiani con quelli dei soli deputati di tutti gli altri paesi! Ciò non è evidentemente corretto. Perché il rappresentante è tale quando viene votato. E deputati e senatori vengono votati da noi con due schede diverse: si tratta quindi di due elezioni diverse! Siamo in presenza di due corpi elettorali distinti. Noi non eleggiamo il Parlamento, ma la Camera e il Senato!

Concludo ricordando che più di 200 costituzionalisti invitano a votare No.
L’appello, pubblicato dall’Huffington Post, continua a raccogliere consensi tra tanti studiosi di diritto costituzionale che mettono in guardia dai rischi di questa riforma. “La materia costituzionale non può essere svilita fino a diventare argomento di mera propaganda elettorale. La Costituzione è il portato della civiltà di un popolo”,
la conclusione del loro appello. In ogni caso, secondo molti autorevoli sondaggi, il Sì dovrebbe stravincere. Purtroppo credo infatti che il voto sarà soprattutto una espressione di un diffusissimo intento vessatorio nei confronti dei parlamentari – visti solo come esponenti di una ‘casta’ parassitaria, colpevole di attività losche e riprovevoli, da combattere con ogni mezzo – e il segno di una pericolosa confusione tra quella che è la qualità dei rappresentanti e il ruolo dell’organo parlamentare, da cui invece dipende la tutela delle nostre libertà fondamentali. E ciò accade proprio quando il sistema democratico rappresentativo, sicuramente perfezionabile ma di inestimabile valore, è aggredito in tutto il mondo da autoritarismi di differente tipo (persino negli Usa, che nella loro storia non hanno mai sperimentato un solo giorno di dittatura, c’è chi a mio avviso – come lo stesso attuale presidente! – ne minaccia le fondamenta). Non credo quindi che da questa consultazione uscirà una Italia migliore. Come ha scritto la senatrice Bonino, “votare Sì a questo referendum è come abbattere la trave portante della nostra casa”. Ma sono del parere che purtroppo molti tra noi non se ne rendano affatto conto. E’ per questo che agli inizi di questo scritto mi permettevo di citare, senza voler sinceramente offendere nessuno, un famoso pensiero del più grande poeta (insieme a Omero), ma anche il più grande psicologo (insieme a Dostoevskij), di ogni tempo e di ogni paese:
Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi, William Shakespeare, replica da Re Lear, Atto IV, Scena 1, 1606. 

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5 RAGIONI RAGIONEVOLI PER VOTARE Sì di Marina Flamigni

Ripeto ancora quanto già affermato: nessun autore dell’Undici si è offerto di scrivere per il sì. Per questo ho deciso di provare a trovare qualche motivo per il sì che non fosse un’indicazione di partito. Mi sono fatta forte della mia formazione scolastica e universitaria, quando venivo valutata sulla mia preparazione, attraverso un’interrogazione, redigendo una tesina o sostenendo un esame in cui mi veniva chiesto NON di spiegare una mia posizione o un pensiero o un’ipotesi personale, ma di sostenere tesi di filosofi, sociologi, storici, attraverso argomentazioni corrette e ragionevoli, a prescindere dall’essere d’accordo o meno con esse.

Ho faticato molto a reperire materiali su cui documentarmi. Grazie a un’amica che ha condiviso un link, sono venuta a conoscenza di questo portale, Medium, che è un servizio di blogging nata grazie al co-fondatore di Twitter, Evan Williams, nell’agosto 2012 e che può essere considerata una piattaforma che raccoglie pubblicazioni amatoriali e professionali, la sua base di partenza è la semplicità. Qui ho individuato un pezzo che faceva al caso mio ed ho cercato di sintetizzarlo.

Il dato conforta la nostra opinione?

Il dato conforta la nostra opinione?

Il pezzo che ho analizzato è il seguente: “Perché voterò sì al referendum. Una scelta basata sui dati” di Simone Piunno.
Senza dati, sei solo un’altra persona con una opinione. — W. Edwards Deming

L’autore, Simone Piunno, un ingegnere, ritiene che decidere quale sia il numero necessario di parlamentari, sia un problema di ottimizzazione che vada risolto con metodi matematici.

Dopo aver studiato approfonditamente un articolo del 2008 dal titolo On the Optimal Number of Representatives di Emmanuelle Auriol e Robert J. Gary-Bobo, spiega il tema della rappresentatività attraverso le parole dei Padri Fondatori americani, che esprimono che, in una democrazia rappresentativa, “il numero ottimale dei rappresentanti in parlamento è un compromesso tra due esigenze contrastanti:

- da una parte, si vuole che i rappresentanti siano tanti, per rappresentare in maniera efficace la ricca varietà di posizioni che stanno nella società, e che non sia troppo facile per loro mettersi in combutta per cospirare alle spalle dell’elettorato;

- dall’altra, si riconosce che un rappresentante comporta un costo e che se sono tanti è più facile fomentare la confusione, quindi è bene limitare il numero il più possibile.

Dalla disanima ho tratto 5 punti a favore per la diminuzione dei parlamentari, quindi 5 motivi per cui votare sì al referendum.

1) In base a coefficienti matematici e analisi empirica, Il numero ottimale dei parlamentari Italia sarebbe 570, mentre ne abbiamo 945 (più i Senatori a vita). Con una differenza di +375 siamo il paese che ha, in valore assoluto, il maggiore eccesso di rappresentanti al mondo.

2) Non ci sono motivi per credere che il nostro Paese sia diverso dagli altri, quindi non abbiamo basi per sostenere che un taglio dei parlamentari rappresenti un pericolo per la democrazia; il nostro elettorato non risulta così diversificato per i parametri classici considerati nelle altre nazioni. Ad esempio in Italia non sono presenti:
uso di lingue diverse tra la popolazione,
dispersione geografica nel territorio,
radici culturali o religiose di matrice diversa,
differenze economiche estreme.
Per quanto riguarda questi fattori il nostro paese è posizionato meglio di tanti altri.

3) Forse il costo per gli stipendi dei nostri rappresentanti non è così pesante, ma l’analisi di Aubriol e Gary-Bobo mostra come ci sia una correlazione fra un numero eccessivo di parlamentari e una sovra-produzione di leggi e regolamentazioni che fanno aumentare la burocrazia.

4) Anche se non possiamo dire con certezza che l’eccesso di parlamentari in Italia sia uno dei fattori che causa i noti problemi di malagestione e corruzione, sembra ragionevole pensare che, a causa della maggiore burocrazia spiegata al punto precedente, sia più facile trovare appigli per la corruzione. L’autore fa riferimento ad uno studio svedese del 2017, intitolato More politicians, more corruption: evidence from Swedish municipalities, di Andreas Bergh, Günther Fink e Richard Öhrvall.

Belle forme, ma che confusione!c

Belle forme, ma che confusione!

5) Conseguenza di tutto questo potrebbe essere una minore efficacia dei processi legislativi.

Fonte: https://medium.com/@simonepiunno/perch%C3%A9-voter%C3%B2-s%C3%AC-al-referendum-a733dc2b1ffa

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Aggiungo un ultimo punto che dovrebbe essere il primo, sia che si voglia mantenere la riforma, sia che la si voglia abrogare.

Fra le motivazioni più importanti per presentasi alle urne, resta solo il senso civico, anche se sembra un valore un po’ deprezzato ultimamente.

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Chi lo ha scritto

marina

Marina Marinda Flamigni. Donna, con occhiali e rughe d’espressione, sorriso verso il mondo e cervello in fuga da fermo. Mi interessa tutto e non mi intendo specificamente di nulla. Ho lavorato in comunità per tossicodipendenti e ho letto tutto "Infinite Jest". Maneggio male la realtà ma provo a gestirla scrivendoci sopra.

Paolo Agnoli

Paolo Agnoli è dottore, con lode, in fisica e in filosofia, sempre secondo il vecchio ordinamento. E’ risultato uno dei vincitori del premio "Enrico Persico", bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Attualmente dirige anche una azienda (Pangea Formazione, riconosciuta come istituto di ricerca dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca), composta in larga maggioranza di fisici e matematici, che progetta algoritmi e modelli probabilistici a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico.

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