Moschetto e shakò

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«Ho una tale fame».

«Coraggio, Saturnino, che adesso si mangia».

Saturnino guardò il commilitone, Aristide. Questi era ancora fresco nonostante la marcia. Il battaglione si era svegliato alle cinque e mezza del mattino e aveva marciato fino a mezzogiorno. Adesso era da qualche parte della Boemia e di austriaci non se n’era vista neppure l’ombra.

I fantaccini iniziarono a fare legna mentre le tende venivano erette. Quello era un prato selvaggio, fra file di alberi e c’era qualche sentiero deserto. Saturnino volle concedersi un po’ di riposo con la pipa, un oggetto che gli aveva regalato suo padre.

«Patrizi, che stai facendo? Va’ a coordinare lo scarico dei bagagli». Il sergente era rosso in faccia, più per il continuo urlare che perché beveva tanto. Ma Saturnino l’aveva visto spesso ubriacarsi.

«Sì, signor sergente». Saturnino si avviò e, intanto, si accese la pipa.

Di lì a poco Saturnino aiutò i commilitoni che scaricavano dai carri le casse e i bauli con gli effetti personali degli ufficiali. Parlavano di Wagram e che era un’estate torrida.

«C’è qualcuno di là!».

Saturnino interruppe quei pensieri e stette a guardare con quella cassa ancora fra le mani. Tra i cespugli di robinie c’erano alcune piccole macchie bianche.

«Guardie, guardie!». Il sergente urlò ancora.

Alcuni fantaccini si misero a correre. Erano più leggeri senza lo zaino, ma quelle piccole macchie bianche si dileguarono e si trasformarono in una macchia più grande, anzi, più grande in senso relativo.

«È una vedetta austriaca!» realizzò Aristide.

«Catturatela!…». Il sergente prese il suo Charleville.

«La vogliamo viva» disse uno dei tenenti.

Le macchie blu con gli shakò inseguirono la macchia bianca condotte dal sergente e Saturnino non volle certo mettersi a correre, più che altro si concentrò sullo scarico dei bagagli.

Se prima c’erano state tutte quelle urla, adesso c’era più calma. Nell’aria non si diffuse alcuno sparo.

Dopo dieci minuti i fantaccini tornarono. Aristide disse: «A qualche miglio da qua ci sono gli austriaci».

Il sergente si rivolse agli ufficiali. «Una fattoria fortificata, signori. Ci sarà all’incirca una compagnia austriaca».

«Non credo abbiate catturato quella vedetta». Il capitano Maxim Chevalier era arcigno.

«No, signor capitano. Purtroppo no».

Il maggiore si mise a riflettere, poi disse: «La compagnia del capitano Chevalier andrà lì e darà battaglia. Ci siamo persi Wagram, ma ora recupereremo un po’ di sana battaglia».

Chevalier annuì. «Compagnia, prepararsi. Lasciate gli zaini qua, portate più cartucce possibili».

Il maggiore diede una pacca a Chevalier. «Mentre voi darete battaglia, noi vi sosterremo. Fate un attacco frontale».

«Agli ordini».

La compagnia di Chevalier fu ligia agli ordini. Un centinaio di uomini si mossero in fila e puntarono verso la direzione in cui era svanita la vedetta al suono di un flauto.

Ripercorsero le orme dell’austriaco, quindi Saturnino giunse in vista di una serie di mura. Se era una fattoria, adesso era una piccola fortezza.

I soldati austriaci notarono subito le uniformi blu e gridarono: «Die Franzosen! Die Franzosen!».

Ma Saturnino invece era italiano, veniva dal Regno d’Italia e anche se era un anno che si era arruolato nella Grande Armata, restava un italiano.

«Disporsi in linea». Il capitano sguainò la sciabola.

I fantaccini uscirono dalla boscaglia e da che erano in ordine sparso si disposero in tripla linea. Era lunga all’incirca una quarantina di metri.

Tutti avevano i Charleville già carichi.

«Fuoco» disse Maxim Chevalier abbassando la sciabola. Accanto a lui c’era il tamburino che suonava.

«Fuoco!» riverberò il sergente.

Più di centoventi Charleville esplosero le biglie di piombo e un paio di austriaci scomparvero oltre il parapetto.

Gli austriaci reagirono con piccole bordate di fuoco con i loro moschetti mentre invocavano san Giovanni Nepomuceno.

Alcuni fantaccini bestemmiarono, mentre altri furono colpiti.

«Ricaricare» ordinò il capitano.

«Ricaricare!» gli fece eco il sergente.

Saturnino strappò con i denti la cartuccia di carta e infilò il contenuto nella canna dello Charleville, poi spinse tutto con lo scovolo.

Sulle mura iniziarono ad affollarsi gli austriaci da quel poco che Saturnino poté vedere visto che c’era una fitta nebbia provocata dal fumo delle armi.

La compagnia di Chevalier continuò ad aprire il fuoco, ma dal campo arrivarono alcune scale e il capitano sbraitò: «Innestare le baionette e partire all’attacco!». Il tamburino cambiò il ritmo della musica.

Saturnino corse verso le mura ed era vicino a una scala. Intorno, tutti palleggiavano verso l’alto i Charleville come picche.

I primi fantaccini iniziarono a scalare le mura, fra loro c’era Aristide.

Saturnino aveva conosciuto Aristide al centro di reclutamento di Varese, durante il viaggio verso il campo di addestramento in Francia aveva scoperto che aveva undici fratelli, mentre Saturnino solo sette.

Alcuni austriaci caddero per opera dei Charleville che esplodevano colpi e se non erano già morti, morirono infilzati dalle baionette. Anche se fu divertente vedere quella scena, togliere i cadaveri fu un impaccio.

Adesso Aristide e gli altri fantaccini erano in cima alle mura e si davano da fare con il corpo a corpo.

Saturnino andò a una scala – più che altro trascinato dalla foga generale – e iniziò a salirla. Era di un legno robusto, rigido, quale Saturnino non lo riconobbe perché non era un contadino né tanto meno un boscaiolo, ma riuscì a restarci attaccato seppur gli austriaci cercassero di spingerla via.

Quando di austriaci ce n’erano pochi, Saturnino scavalcò il parapetto e per poco non scivolò sul sangue. Ebbe una visione prima di cadaveri in bianco e altri in blu, poi di una serie di casolari in cui invece che gli animali si muovevano i soldati nemici. Avrebbero preferito ci fossero animali da razziare, con quella fame.

Aristide in prima linea, gli italiani della Grande Armata discesero giù e Saturnino li seguì. Adesso era il turno di arrampicarsi sulle mura di tutti gli altri.

Saturnino, spinto dalla pressione, scese dagli spalti e vide i commilitoni darsi al corpo a corpo contro gli austriaci. Le baionette infilzarono e strapparono brani di tessuto e pelle, intanto il tamburino si era unito a quella mischia e sembrava disorientato.

Alcuni soldati austriaci avanzarono senza più armi. «Wir geben auf…».

Furono accolti come prigionieri, intanto le altre compagnie del battaglione attaccavano il lato contrario da cui Saturnino era arrivato e dilagarono nella fattoria fortificata spazzando via ogni anelito di resistenza austriaca.

Dopo pochi minuti l’assedio era finito, la battagliola si era conclusa e circa venti austriaci si erano arresi. Fra loro un piccolo tamburino, un dodicenne dalla faccia di tedesco. Era lui la vedetta e il tamburino in blu gli fece la linguaccia.

Maxim Chevalier si consultò con gli altri ufficiali, allora disse ad alta voce: «Propongo il soldato Aristide Fulminati per un’onorificenza. È stato lui l’anima dell’attacco, colui che ha trascinato tutti i fantaccini».

Il sergente era rosso in faccia, ma applaudì.

Saturnino invece aveva ancora fame e si dedicò alla sua pipa senza alcuna invidia.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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