Moschetto e Shakò – Sporchi diavoli

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«Cantiamo l’inno!».
All’ordine del sergente, la compagnia iniziò a intonare la Marsigliese.
Saturnino cantava, ma lui non era francese, veniva dal Regno d’Italia.
Mentre la colonna procedeva e i tamburini e i flauti eseguivano l’inno francese, Saturnino si guardò intorno. Non indossavano le ghette e le uniformi da campagna erano sporche. Erano ricoperti di polvere, dove ci doveva essere il bianco era tutto appannato e macchiato. Gli shakò erano a pezzi. Solo i Charleville erano puliti e pronti all’uso. In fondo loro non erano modelli per la sfilata militare, come quelli del pittore Carle Vernet, loro erano sporchi diavoli.
Sporchi diavolo, appunto.
Saturnino sputò, poi proseguì la marcia.
Negli ultimi tempi si era fatto un gran parlare di Wagram. La colonna mostruosa di Macdonald, i feriti bruciati vivi in mezzo all’erba secca. Era stata una vittoria contro gli austriaci, in quell’estate che faceva venire sete, ma tutti la vivevano con indifferenza. Quella compagnia non aveva preso parte alla battaglia, aveva avuto solo un ruolo secondario per parare il posteriore al comandante in capo, Napoleone.
In fondo erano sporchi diavoli a cui nessuno interessava alcunché di loro. Che fossero vivi o morti, l’importante era sconfiggere gli austriaci.
Nonostante il canto, Aristide stava parlando con un commilitone e Saturnino sentì che parlavano delle cavallerizze nude.
Saturnino provò interesse. Non vedeva una donna da tempo e l’idea di una ragazza senza vestiti che cavalcava verso di lui gli fece piacere. Anzi, non una, ma più di una.
Ridendo si rivolse ad Aristide. «Dimmi, dimmi pure».
Prima che Aristide potesse rispondergli suonò la tromba dell’allarme.
La Marsigliese si interruppe e da dietro alcune macchie di alberi Saturnino vide degli ussari austriaci spuntare con pistole e sciabole pronte a reclamare sangue e dispensare morte. Le giacche adagiate su una sola spalla li rendevano inconfondibili. Pure loro avevano gli shakò, ma le uniformi erano azzurre e certo più pulite.
«Allarme, allarme! Da quella direzione…». Il capitano Chevallier avvertì tutti dell’arrivo di quei cavalieri.
La colonna si sciolse e andò a formare una piccola fortificazione, solo molto abbozzata.
I primi spari furono esplosi dalle pistole austriache e qualche fantaccino cadde a terra bestemmiando.
«Fuoco!» ordinò il capitano.
I Charleville spararono e fra gli ussari alcuni caddero in terra, altri volteggiarono e poi si immersero nella fortificazione.
Quella fortificazione era appunto abbozzata e si sciolse. Scoppiò la zuffa con fantaccini e ussari a circondarsi gli uni con gli altri, a contorcersi come indiavolati e a inseguirsi e a spararsi come se fosse la fine del mondo.
Saturnino aveva lasciato apposta il colpo in canna e adesso aveva un ussaro davanti. Prese la mira e premette il grilletto.
L’ussaro perse la faccia e quel sorriso sotto i baffi regolamentari esplose in uno sprizzare di denti e altro ancora che prima componeva il suo capo. Lo shakò dell’ussaro cadde in terra.
Urla in tedesco e Saturnino si girò. Un ussaro stava calando su di lui con la sciabola che brillava alla luce del sole.
Saturnino fece quel che avrebbe fatto chiunque. Posizionò in avanti il Charleville come una picca e la baionetta trafisse il cavaliere, o meglio gli graffiò il fianco lacerandogli uniforme e carne. L’ussaro sbandò, si mise a sputare, ma la sciabola andò addosso a Saturnino.
La lama colpì lo shakò di Saturnino e il sottogola rimase saldo, quasi lo strozzò.
«Che tu vada all’inferno!». Fu più un rantolo. Poi Saturnino si ricompose e cercò di ferirlo ancora, ma l’ussaro si fece avanti di prepotenza e il cavallo colpì Saturnino che per poco non cadde.
Adesso l’ussaro poteva ucciderlo. Non con la sciabola o la pistola, ma con il cavallo stesso, calpestandolo.
Saturnino avrebbe preferito una cavallerizza nuda.
Prima che l’ussaro potesse fare qualcosa si alzò sulle staffe e inarcò la schiena all’indietro, poi il cavallo andò via con ancora sopra il cadavere.
Aristide rise dopo aver fulminato quell’ussaro. «Mi devi…».
«Sì, sì». Saturnino si sistemò lo shakò, poi corse dove c’era la zuffa più violenta. Era una sua sensazione o gli ussari stavano aumentando? In effetti dalla boscaglia uscivano tanti altri ussari che gridavano in tedesco e si facevano ingoiare da quella bolgia di sangue e polvere.
Saturnino non aveva il tempo materiale per le venticinque mosse, non poteva sparare di nuovo, doveva limitarsi a usare il Charleville come picca neanche fosse un soldato medievale.
Ma non aveva alcuna corazza.
La compagnia iniziò a essere sopraffatta. Saturnino vide il sergente consultarsi con il capitano Chevallier mentre neanche il tamburino poteva suonare. Dopo un attimo, sergente e ufficiale gridarono: «Cantate! Cantate la Marsigliese!».
Obbedirono, ma Saturnino non voleva morire. Non che avesse un problema con l’inno francese, ma che fosse cantato o meno non desiderava bagnare del suo sangue la terra di Austria o che la sua anima andasse all’inferno.
Così Saturnino si dibatté, ferì e uccise con la baionetta, disarcionò ussari, azzoppò cavalli, linciò gli austriaci e questi invece di chiedere pietà sputavano su di loro perché sapevano che erano italiani in uniforme francese.
Ma nonostante il canto e la combattività, gli ussari erano troppi.
«Arrivano, arrivano!». In quelle parole c’era gioia.
Da nord si videro altri shakò e uniformi blu e bianche sporche. Avevano Charleville ed erano una marea.
Erano le altre compagnie. Stavano arrivando in loro soccorso.
Adesso le urla e il canto e i nitriti furono sommersi dal rullare dei tamburi del resto del battaglione. Le altre cinque compagnie calarono sullo scontro e spazzarono via gli ussari austriaci. Ne rimasero alcuni che caddero prigionieri, pochi poterono scappare.
Aristide diede una pacca a Saturnino. «Be’, anche stavolta ce l’abbiamo fatta».
«Ma non l’hai capito che siamo stati un’esca?». Saturnino era forse più intelligente del commilitone?
«Cosa? Che vai dicendo?». Aristide era perplesso.
Saturnino per contro fece un gesto di sufficienza. «Non fa niente». Prese la sua pipa perché voleva rilassarsi mentre il capitano Chevallier litigava con i suoi parigrado.
Adesso le uniformi di tutti erano ancora più lerce, ma gli sporchi diavoli erano sopravvissuti.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato il 13 novembre 1990 a Varese (è italiano, nonostante il nome giapponese). Nel 2008 il suo racconto “Visite dall’aldilà” è stato segnalato al concorso indetto dalla Giulio Perrone Editore. Nel 2018 si è diplomato sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano, nel 2020 si è laureato in scienze della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria e sempre nel 2020 è arrivato finalista al concorso “Pergamene stellari” indetto dall’associazione culturale Yavin4 con il racconto “Un dinosauro tra quanta confusione”. Dal 2018 pubblica ebook con Delos Digital tra i quali l’antologia da lui curata “Dark Graffiti” e il saggio sulla Guerra Iran-Iraq “La primissima guerra del Golfo”. Nella primavera del 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, “1572”, con “L’Undicesimo Libro”. Solitamente pubblica racconti brevi su Wattpad, Inksection, Edizioni Open, L’Undici, Braku, IlMioLibro, L’Infernale, Racconticon e Writers Magazine Italia. Lavora come sceneggiatore di fumetti per Ilmiofumetto.it e articolista per Leggimela.

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