Il signor Malalan e l’albero genealogico (9)

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Quando il signor Malalan sentì parlare, nell’arco di una settimana, per ben tre volte, in tre situazioni diverse e da tre persone diverse, di un albero genealogico, non poté fare finta di nulla e iniziò a riflettere sui suoi antenati. Pensò ai genitori, agli zii, ai nonni, ma prima di addentrarsi nell’aldilà più buio, prese un’altra strada che lo portò, come al solito, a divagare.
L’idea di un albero genealogico rappresentato, nell’immaginario collettivo, da un albero enorme con decine di ramificazioni e altrettante silhouette di mele in cui inserire i nomi dei parenti, ricondusse il signor Malalan al periodo dell’infanzia. Tra le molte fiabe alle quali era affezionato, c’era “Giacomino e il fagiolo magico”, dove protagonista indiscusso, era proprio un grande vegetale. Il signor Malalan, però, da piccino, non amava leggere e nemmeno osservare le illustrazioni cartacee. Preferiva fantasticare sul ritmo della voce narrante della mamma, o meglio ancora, sul timbro vocale di uno sconosciuto che, in poche battute, era capace di trasportarlo in un’altra dimensione, quella onirica, alla quale da grande sarebbe rimasto tanto legato. Così, al calar del sole, nel momento di andare a dormire, se la mamma non poteva prestargli attenzione, perché impegnata nelle faccende domestiche o coniugali, il signor Malalan inseriva una cassetta nel mangianastri, premeva play, alzava il volume e partiva per un viaggio chimerico.

Nella fiaba di Giacomino, il fagiolo magico si metteva presto in luce, dando vita a un’enorme pianta che si perdeva oltre le nuvole con un tronco tortuoso e gigantesche foglie color verde pisello. Dall’istante in cui la cima della pianta non era più visibile da terra, la storia subiva una svolta dando inizio alla vera avventura. Lì, infatti, oltre le nuvole, viveva un orco che Giacomino scoprì presto essere molto ricco. Quando, infatti, si arrampicò sul tronco, curioso di esplorare l’atmosfera terrestre, venne sorpreso dalle immense ricchezze dell’omone e intuì, immediatamente, la possibilità di riscattarsi da un destino gramo. E’ proprio allora, di fronte a tanto sfarzo e abbondanza, che Giacomino decide di programmare, in modo coerente e metodico, delle incursioni a casa dell’orco, al fine di rubare qualche denaro per sé e per la sua povera mamma. La storia, naturalmente, ha un lieto fine. Tra carambole, fughe e scene al cardiopalmo, infatti, si risolve nel migliore dei modi: l’orco muore, la pianta viene divelta “e vissero tutti felici e contenti”.

Il signor Malalan aveva sempre ammirato lo sviluppo straordinario del legume magico, il coraggio, l’audacia e l’astuzia del ragazzo. Quando crebbe, invece, dimenticato il fagiolo, l’orco, gli altri dettagli della storia e pure il mangianastri, concentrò la sua ammirazione sul nome del ragazzo… Giacomino. Quel nome, secondo lui, grazie al suffisso –ino- era un vero passepartout per aprire tutte le porte blindate dell’esistenza: suscitava immediata simpatia tra i conoscenti, empatia tra gli estranei e desiderio sessuale tra le donne. In realtà, il signor Malalan aveva notato che le donne maggiormente attratte dall’-ino- erano soprattutto quelle in sovrappeso, probabilmente perché –ino- alludeva a qualcosa di contenuto, tipo piccino, bilancino, pochino, brodino, misurino, dunque in linea con una dieta ipocalorica, ma anche a qualcosa di gustoso, tipo sofficino, tramezzino, panino, tacchino e pasticcino, in linea con una dieta più realistica, e ancora, a qualcosa di ambiguo e stuzzicante tipo baldacchino, bacino, lecchino, piedino e pompino, in linea con una dieta per la felicità!

Un caro amico d’infanzia, infatti, tale Nicola, detto Nicolino, grazie a quel suffisso –secondo il signor Malalan capace di intenerire un nemico come fosse un batticarne su una bistecca di manzo- aveva collezionato decine di successi nella sua breve esistenza, sia professionali che personali. Unico neo, la morte precoce per disidratazione durante un safari in Africa -no Alpitour (Ahi! Ahi! Ahi!). I fatti, parlavano chiaro: era stato il cocco di tutti gli insegnanti, dalla scuola materna all’università; era diventato account manager di un’azienda che produce borracce a zero emissioni e poi, prima di morire, amministratore delegato di un’azienda che opera nel settore metallurgico. Aveva collezionato amici in tutto il mondo e nemici solo nell’azienda metallurgica; era stato sposato con due donne stupende, una cubana e l’altra anche –sorella gemella della prima-; aveva assaporato l’ebbrezza dei giochini erotici in chat, del sesso estremo e delle orge promiscue. Peccato per quella fatale leggerezza che lo aveva portato, prima in Africa e poi, alla morte. Tuttavia, proprio grazie a quella leggerezza e alle conseguenze funeste che ne derivarono, il signor Malalan riuscì, finalmente, a mettere da parte l’ossessione verso il suffisso –ino- e a prendere consapevolezza dell’indiscutibile eleganza del proprio nome, iniziando ad avvertire, pure, un sincero affetto e compiacimento… “signor Malalan”, tutto sommato, era musicale.
Come accennato, nella memoria del signor Malalan adulto, rimase solo il ricordo un po’ sfumato di Giacomino e del fagiolo magico, oltre che una grande passione per i legumi. Di Nicolino, invece, rimase una lapide e il relativo epitaffio, alquanto curioso: “Ero un principino, con la faccia da cherubino” -la parola cherubino, però, fu presto cancellata e sostituita, con quella di “cretino”.

Ad ogni modo, lasciati i pensieri su fiabe, suffissi ed epitaffi nel lavabo insieme ai piatti sporchi della colazione, a un ragno azzoppato e a un frammento di otturazione, il signor Malalan tornò a riflettere sul suo nome e sull’albero genealogico. Pensò nuovamente all’ipotetica rappresentazione grafica dello stesso e alla silhouette delle mele che decise, per sfizio, sarebbero state nespole –senza dubbio più esotiche, colorate e nutrienti.
Facendo una ricognizione molto approssimativa dei potenziali parenti, il signor Malalan si accorse che tra gli antenati c’era un tale Robertino. Questa volta, tuttavia, non si fece distrarre dal suffisso del nome, bensì dalla radice, Robert.
Il primo pensiero andò immediatamente a Robert Redford… per lui, il signor Malalan, in gioventù, aveva osato passare, qualche istante, sull’altra sponda -con l’unico scopo di un’esplorazione interlocutoria. Poi pensò a Robert Capa, alla sua vita tormentata, alle fotografie che avevano reso immortali intense scene di vita e agli aforismi rimasti celebri, come quello che aveva incorniciato e affisso alla porta d’ingresso del suo pensatoio: “Non è sempre facile stare in disparte e non essere in grado di fare nulla, se non registrare le sofferenze che stanno intorno.” Dopo Capa si imbatté in Robert De Niro, nello specifico, in quel neo gigante che campeggia spudorato sulla guancia destra dell’attore, tante volte protagonista degli incubi del signor Malalan e, infine in Robert Winkler, proprietario di un meraviglioso Hotel -Sport & Spa Resort- in Alto Adige. E’ lì, tra i monti e le mani sapienti di Afet, massaggiatrice turca pluridiplomata, che il signor Malalan ama trascorrere qualche giorno di relax -quando decide di aprire la pancia a Guendalina, la scrofa salvadanaio, prima che lo facciano i ladri. Una volta, ahimè, era capitato che rientrato a casa, avesse scoperto il corpo di Guendalina a terra, con la pancia squarciata e una gamba rotta. Da allora, onde evitare denunce imbarazzanti, adotta, in via prudenziale, due specifiche precauzioni. In primo luogo, ogniqualvolta si allontana per una vacanza, nasconde la scrofa nei posti più improbabili. Secondariamente, quando la scrofa si appesantisce eccessivamente le svuota i budelli, con tatto e sensibilità.

Lasciata sfumare la suggestione evocata da Robertino, l’attenzione del signor Malalan fu catturata da un altro nome. Questa volta si trattò di una donna, una certa Germana, che poi venne a sapere essere stata la seconda moglie di Robertino. Di lei non sapeva nulla e non ricordava nulla, come per la maggior parte degli antenati più antichi, se non una fotografia che la ritraeva in cantina. Nel momento in cui quel ritratto tornò alla luce, a casa Malalan scoppiò il putiferio… Iniziarono a volare brutte parole tra mamma e papà, rimpalli di responsabilità e discussioni su chi dei due avrebbe dovuto bruciare la traccia di un passato che, a quanto, pareva, nessuno voleva ricordare.
Effettivamente, la fotografia era alquanto scabrosa. Germana ciondolava nuda e sghemba da una trave, dov’era appesa con una corda attorno al collo, a mo’ di cappio, insieme a salami, prosciutti, salsicce e soppressate. Si era tolta la vita quando il signor Malalan aveva pochi mesi e fino al giorno in cui l’istantanea era casualmente riapparsa -tra tante cianfrusaglie e le mutandine della prima fidanzata del signor Malalan- nessuno si era mai premurato di chiarire quella brutta storia. Anzi, d’improvviso, la fotografia sparì un’altra volta e sebbene fossero passati quindici anni dalla tragedia, sull’accaduto regnava unanime il no comment.
Da una parte, infatti, Germana era irraggiungibile, perché nell’aldilà in compagnia del marito Robertino e di altri parenti. Dall’altra, i genitori nicchiavano. Poco male, al signor Malalan non importava granché delle motivazioni che avevano indotto Germana a suicidarsi. Ciò che contava davvero, per lui, era l’aver mantenuto un ottimo rapporto con ogni tipo di insaccato e l’aver ritrovato, qualche giorno dopo, la fotografia di Germana. Questa volta, lo scatto riapparve casualmente nell’immondizia, tra avanzi di cibo, assorbenti odorosi e tetrapak di latte. Grazie a quello scatto, il signor Malalan si aggiudicò il primo premio di cinquecento euro partecipando a un concorso fotografico dal titolo “I parenti che cambiano la vita”.

A quel punto del pomeriggio e delle riflessioni il signor Malalan sorrise compiaciuto e un bagliore malizioso illuminò la sua memoria e l’immagine dell’antenata suicida. Ricordò i cinquecento euro come un tesoro che aveva investito per comprare l’abbonamento annuale a una rivista sul fai da te, una veste da camera in sofficissima maglia di ciniglia, un tascapane dotato di ben tre scomparti interni, un set di boxer all’ultimo grido e un paio di bretelle in puro cuoio. Ma, soprattutto, ricordò che era riuscito ad acquistare preservativi per molti mesi, senza doversi prodigare in un mestiere. All’epoca, infatti, il signor Malalan era uno dei pochi ragazzi del quartiere a tirare avanti senza una paghetta gratuita. Per poter campare dignitosamente, come un adolescente qualunque, infatti, si era sempre arrangiato improvvisando lavoretti più o meno remunerativi e divertenti, tra volantinaggio, accompagnatore di donne anziane, pulizie cantine, soffitte e armadi.
Era chiaro che quella parente, quel concorso, la vincita e tutte le cose che ne erano conseguite avevano davvero cambiato la sua vita, in particolar modo, la veste da camera in ciniglia con la quale condivideva gran parte del tempo libero. Sicuramente, Germana, nell’ipotetico albero genealogico del signor Malalan, avrebbe avuto una nespola assai grande!

Lasciato l’aldilà agli antenati e tornato al presente, il signor Malalan, abile stratega e ancor più abile gaudente e libertino, considerò quanto fosse difficile risalire cronologicamente agli antenati, in assenza di documentazione accertata, e quanta fame gli fosse venuta. Così, abbandonate le elucubrazioni su probabili parenti e i loro nomi -anche se Estanislao e Zorislava, indicati come avi Malalan da un amico impiegato all’anagrafe, gli avevano solleticato la fantasia- si concentrò sul pasto, prima di definire i dettagli grafici del suo albero genealogico. In fondo, il signor Malalan era un esteta, pertanto, l’albero, oltre a essere una rappresentazione del parentado, avrebbe dovuto essere stiloso, elegante e armonico, una vera opera d’arte.

Quel giorno, però, il signor Malalan mangiò disordinato e gli effetti furono sorprendenti. Cenò con un filetto di pangasio alla griglia, alcuni bastoncini di surimi in insalata, un sofficino prosciutto e funghi, mezza salsiccia e due bocconcini di pollo fritto, il tutto dopo aver provveduto a sbrinare il freezer. Purtroppo, un avanzo delle pietanze era scaduto da troppo tempo, così, trascorsa un’ora piegato sul water -prima in un senso, per vomitare il cibo, poi nell’altro, per evacuare sali minerali e vitamine- modificò la rappresentazione grafica dell’albero genealogico in una forma assai stravagante.
Se in principio, aveva pensato a un nespolo, dopo un fulmineo pensiero al classico melo, la nausea e la dissenteria gli fecero cambiare ancora prospettiva. D’altronde, le nespole maturano in autunno, e poiché era solo primavera, il signor Malalan decise che i tempi non erano quelli giusti. In realtà, non erano giusti nemmeno per altri alberi da frutto. Molti frutti, per l’appunto, hanno un effetto lassativo. Di conseguenza, vanno evitati kiwi, prugne, arance, pere, fichi, fragole, more, mirtilli, ciliegie… le banane e i cachi acerbi avrebbero potuto fare al caso suo, come i limoni. Tuttavia, il signor Malalan ritenne che sarebbe stato poco elegante inserire il nome di una fanciulla nella silhouette di una banana o di un caco, e decisamente “acido”, invece, inserirlo in quella di un limone. Allora che fare? Fu così che ebbe l’intuizione.

Il signor Malalan stabilì che il suo albero genealogico avrebbe avuto le sembianze, pur sempre di un albero, ma non di un vegetale, bensì di un motore. Un albero motore era la soluzione ideale! L’elemento fondamentale di un propulsore sarebbe stato perfetto per rappresentare la vita, proprio perché quell’albero, assieme alle bielle, trasforma il moto rettilineo alternato dei pistoni in moto rotatorio, ovvero, nella visione del signor Malalan, proprio nel ciclo continuo e rinnovato della vita stessa.
All’interno delle bielle il signor Malalan immaginava dipinti, con calligrafia svolazzante, i nomi degli antenati, collegati tra loro dai pistoni, mentre per sé, pensava al ruolo di Deus ex machina, nel vero senso della parola, machina, ovvero… Nell’arco di qualche minuto, riacquistò gagliardo la posizione eretta, lavò il pavimento, gli abiti e le narici dai residui di vomito e diarrea, saltò in macchina e sfrecciò in direzione del pronto soccorso. Gli fu diagnosticata un’intossicazione alimentare da stafilococco.

La volta successiva che il signor Malalan sentì parlare di un albero genealogico fece orecchie da mercante, o meglio da Adelina, domestica del vicino, cioè si finse parzialmente sordo e trasformò il genealogico in gemmologico e tutto, improvvisamente, sbrilluccicò al pensiero di pietre preziose come diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi, ametiste… anziché di nespole acerbe o, peggio ancora, di mele marce che, per assioma inconfutabile, sono sempre presenti, in natura così come in famiglia!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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