Dove si parla di peste bubbonica e delle sua conseguenze sulla storia europea

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L'arcangelo Michele rinfodera la spada

Castel Sant’Angelo. L’arcangelo Michele rinfodera la spada

Roma, anno 590 dell’era cristiana. Una processione disperata, silenziosa e barcollante composta dal popolo della città al completo ,si avviava verso la basilica di San Pietro guidata dal papa appena eletto, Gregorio I detto poi Gregorio Magno e fatto in seguito dottore della Chiesa. Era un omino smilzo e malaticcio ma dotato di un carattere indomabile; quello che ci voleva in un’Italia ancora sotto il dominio longobardo in cui i molti corrotti personaggi laici ed ecclesiastici non si interessavano ai problemi della popolazione, spesso ridotta in stato di estrema indigenza. In testa alla fila si ergeva un’effigie della Madonna che si credeva dipinta da San Luca:  aveva lo scopo di chiedere perdono a Dio per i peccati commessi e puniti dal Padreterno con una terribile epidemia di peste bubbonica, talmente violenta che nel giro di un’ora dall’inizio della manifestazione almeno ottanta poveracci erano caduti a terra fulminati dal morbo. Secondo la “Legenda aurea”, un testo agiografico medievale, man mano che la processione avanzava l’aria diventò più limpida, finché comparve un coro angelico che inneggiava alla Vergine; erano ormai in prossimità della tomba dell’imperatore Adriano – quando in cima all’edificio Gregorio vide l’arcangelo Michele che riponeva la spada sanguinante nel fodero facendo cessare l’epidemia. Da quel giorno in poi il rudere fu soprannominato Castel Sant’Angelo.

Convivenza tra uomini e topi

Uomini e topi convivono da 15.000 anni

Questa pestilenza non era certo la prima nella storia umana: grandi mattanze che decimavano intere popolazioni erano ben note fin dall’antichità, pur se non se ne conosceva l’origine né si riusciva a distinguere tra un tipo di malattia e un altro, finendo per attribuirne la colpa a qualche dio molto, ma molto incazzato: basterebbe ricordare l’episodio dell’Iliade in cui Apollo punisce il campo Acheo con un morbo mortale perché Agamennone aveva preso come schiava la figlia del suo sacerdote, la bella Criseide. Per i greci infatti Apollo non era solo il luminoso simbolo del sole e della scienza, ma anche il dio che presiedeva alle epidemie colpendo gli uomini coi suoi dardi infuocati; uno degli animali a lui dedicati era il ratto – intuitivamente si era capito che il morso delle sue pulci può diffondere pericolose patologie – e per questo motivo era detto anche “Sminteo” o sterminatore di topi. La Grecia aveva subito le ingiurie di una violentissima epidemia durante la Guerra del Peloponneso (non è chiaro se si trattasse di peste, di vaiolo o di qualche altra infezione), ma oltre a Tucidide che la descrive assieme ad altri scrittori antichi come Platone e Aristotele, essa viene raccontata anche da medici quali Galeno e Ippocrate, che – sbagliando in pieno – ne individuano la causa in misteriosi “miasmi” che avvelenavano l’aria peggio di una discarica dei nostri giorni. La teoria miasmatica sarebbe stata in voga fino all’epoca moderna e agli studi sulla microbiologia; a nessuno venne mai in mente di pensare che il contagio potesse essere causato dalla vicinanza degli esseri umani e dalla loro millenaria convivenza coi topi.

Malati di peste in una miniatura del XV secolo

Malati di peste in una miniatura del XV secolo

La prima, orrida ma puntualissima descrizione della peste bubbonica ci viene fatta da Procopio di Cesarea, testimone e cronista della cosiddetta “Peste di Giustiniano” scoppiata a Costantinopoli nella primavera del 542, proprio mentre lui si trovava in città; sembra che il morbo provenisse dall’egizia Pelusium, località sul delta del Nilo, da dove si diffuse lungo tutte le zone costiere: una volta ammazzata la maggior parte degli abitanti si spostava nel porto vicino continuando la sua azione nefasta quasi che il bacillo fosse dotato di intelligenza e volontà. Procopio descrive con dovizia di particolari l’eziologia del male: i bubboni potevano essere saturi di liquido purulento e nei casi gravi spargersi per il corpo, oppure maturare rapidamente e sgonfiarsi di colpo, rendendo nel secondo caso la guarigione più probabile. Forse esagerando lo storico parla di una mortalità giornaliera tra le 5.000 e le 10.000 unità, al punto che non si sapeva più come interrare i cadaveri. Giustiniano, che era stato colpito dalla malattia ma ne era guarito, diede ordine di requisire le tombe private e di trasformarle in fosse comuni; fece rinchiudere i corpi insepolti nelle torri delle mura cittadine, mentre – particolare raccapricciante – gli addetti alla sepoltura erano costretti a saltellare sui cadaveri per schiacciarli e fare posto alle salme degli ultimi arrivati. Alla fine, non bastando nemmeno questo, l’imperatore ordinò di gettare i morti in mare, da cui però la risacca li sospingeva nuovamente verso la riva. Il flagello, che imperversò per circa quattro mesi, ridusse la popolazione di Costantinopoli del 40% causando anche un pesante indebolimento dell’economia locale.

Niklaus Weckmann. Statua lignea di San Sebastiano

Niklaus Weckmann. Statua lignea di San Sebastiano

La peggiore epidemia di peste che l’Europa ha conosciuto, e che ridusse la popolazione tra il 30 e il 60% (i dati non sono certi) è quella descritta dal Boccaccio nel Decameron. Essa comparve alla fine del 1347, provenendo dalla Mongolia e seguendo come un’ombra mortifera le strade carovaniere che portavano al Mar Nero, in Crimea, fino a raggiungere Caffa, ricca colonia della Repubblica di Genova, che in quel momento era accerchiata dai Tartari; in questa città fu sperimentato il primo tentativo di guerra biologica perché gli assedianti anziché  seppellire i loro morti, li caricarono sulle catapulte e li lanciarono oltre le mura infettandone gli abitanti. Da lì la peste si diffuse nei grandi porti del Mediterraneo senza far eccezioni di credo religiosi, sesso o età, ammazzando allo stesso modo cristiani e musulmani, poveri e ricchi, vecchi e giovani. I cronisti dell’epoca ci raccontano di reazioni incontrollabili e opposte: c’era chi si rifugiava in posti inaccessibili o chi, come narra nella sua “Nova Cronica” Giovanni Villani – che fu stroncato dal morbo lasciando a metà una frase – scrive che “gli uomini (…) si diedero alla più sconcia e disonesta vita” che a quel tempo significava fare all’amore come forsennati, bere e mangiare come se quel giorno fosse l’ultimo (e quasi sempre lo era davvero). Il terrore finì per distruggere le convenzioni sociali e i legami più stretti: così genitori e figli fuggivano gli uni dagli altri, i preti si rifiutavano di seppellire i morti mentre ogni gesto caritatevole fu annientato. Papa Clemente VI chiuso al riparo della sua dimora di Avignone, annunciò – tanto per cambiare – che la morte era un flagello divino per punire i peccati degli uomini, mentre i medici dell’Università di Parigi additarono come causa conclamata una “congiunzione astrale di Saturno, Giove e Marte” che generava l’aria miasmatica e corrotta. Per scongiurare il disastro si trovava conforto nella preghiera invocando in particolare San Sebastiano (in seguito la gente si sarebbe rivolta a rivolta a San Rocco) così come gli antichi speravano nella clemenza di Apollo. Nei territori tedeschi processioni di flagellanti percorrevano le strade delle città staffilandosi crudelmente con fruste che terminavano con punte di metallo. Un ulteriore e più concreto capro espiatorio oltre ai pianeti furono – sempre in centro Europa – le comunità ebraiche accusate di avvelenare i pozzi; la voce cominciò a farsi insistente nel pieno dell’epidemia e nonostante che il papa stesso avesse emanato ben due bolle per scagionarne i componenti, in diverse città europee si scatenarono i pogrom, con la conseguenza che gli ebrei preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morire tra le fiamme piuttosto che cadere nelle grinfie della folla inferocita. Quelli che restarono scapparono e trovarono rifugio nei paesi dell’est e nel nord Italia, in particolare a Padova, Venezia, Ferrara e Mantova.

Immagine al microscopio del bacillo Yersinia pestis

Immagine al microscopio del bacillo Yersinia pestis

Oggi sappiamo che la peste di Giustiniano fu causata da un bacillo, lo Yersinia Pestis, come venne denominato dallo scopritore che lo isolò nel XIX secolo, lo scienziato Alexandre Yersin; si tratta di un agente patogeno che può resistere a forti sbalzi di temperatura e infettare anche alcuni animali selvatici e domestici. Come ho accennato la peste è causata dal morso della Xenopsylla cheopis, o pulce dei ratti, ma anche dai pidocchi che – in un’epoca in cui ci si lavava poco - banchettavano allegramente col sangue umano. Il dilagare dell’epidemia era ed è comunque un evento eccezionale, perché di solito rimane limitata alla fauna selvatica in cui è insorta. Il problema (per le pulci) è quello di avere un adeguato mezzo di trasporto, perché se tutti gli animali a sangue caldo muoiono devono trovarne uno con cui nutrirsi: le maledette bestiacce sono così vitali che riescono a digiunare anche per parecchie settimane rimanendo vive e vegete e facendosi centinaia di chilometri tra balle di stoffa o sacchi di granaglie. Ci sarebbe inoltre un’associazione tra la peste ed eventi catastrofici come terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche, forse perché queste calamità inducono i roditori a scappare dal loro territorio per rifugiarsi in aree abitate, trasferendosi così su animali domestici vicino agli esseri umani. Per ultimo la guerra è sempre stata uno straordinario veicolo di propagazione del bacillo: una puntualissima descrizione si trova come è noto nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Il contagio fu portato nel 1630 a Milano dalle truppe germaniche dirette a Mantova per assediarla, e in particolare da un soldato che recava un fagotto di vesti acquistate dai fanti tedeschi. Dopo pochissimo tempo l’uomo si ammalò e in soli tre giorni se ne andò all’altro mondo: si scoprì in tal modo che aveva un bubbone sotto l’ascella, marchio inconfondibile della malattia.

Gaetano Previati. Due monatti

Gaetano Previati. Due monatti

Non si conoscevano cure, se non le preghiere e le processioni che si svolsero anche qui con l’unico risultato di far dilagare il contagio. L’ignoranza e la superstizione fecero il resto. Manzoni racconta la diceria degli untori, personaggi che si pensava cospargessero le porte di sostanze venefiche oleose. Lo scrittore cita due casi emblematici: quello di un vecchio che, colto nell’atto di spolverare una panca in chiesa, fu accusato di propagare il morbo e linciato senza alcuna pietà; più fortunati furono invece tre giovani francesi che accostatisi al duomo per ammirarne i marmi, furono trascinati dalla folla inferocita al palazzo di giustizia e poi scagionati e liberati. Come è noto gli addetti a raccogliere i cadaveri si chiamavano “monatti” ed erano obbligati a segnalarsi con un campanello legato alla caviglia; di ciò approfittarono anche ladri e malfattori, che con questo travestimento entravano nelle case per effettuare ogni sorta di ruberie. La peste bubbonica del XVII secolo colpì oltre la Lombardia anche diverse zone del Settentrione, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera e si stima che su una popolazione complessiva di circa 4 milioni di persone ne morisse un milione e centomila. Insomma – come affermava don Abbondio nel suo gretto egoismo – la malattia fu una “scopa” che aveva spazzato via prepotenti e malvagi (ma, aggiungo io, anche le persone per bene).

Il medico della peste

Maschera del medico della peste

Un mezzo per difendersi – si fa per dire – dalle epidemie era l’usanza di rudimentali maschere protettive attestato a partire dal XIV secolo. Nel 1619 Charles de Lorme, il medico di Luigi XIII, si inventò un’uniforme completa prendendo spunto dalle armature dei soldati: nasceva così il “medico della Peste” una curiosa figura che al giorno d’oggi è diventata uno dei protagonisti del carnevale di Venezia. I sedicenti dottori, peraltro incapaci di curare il morbo, portavano in capo una maschera occhialuta, una sorta di respiratore che terminava in un becco dentro cui erano stipate sostanze profumate, tra cui non mancavano l’aglio e l’aceto, ritenuti una sorta di panacea per ogni male; il resto del camuffamento era composto da un lungo soprabito idrorepellente di tela cerata, pantaloni alla zuava, un cappellaccio, guanti di pelle e un bastone che serviva più che altro per allontanare gli appestati. Lo scopo della maschera era tenere lontani gli odori, ossia i famigerati e inesistenti miasmi pestilenziali.

Una marmotta. I roditori possono essere veicolo d'infezione

Una marmotta. I roditori possono essere veicolo d’infezione

La peste c’è ancora nelle sue forme più comuni: la polmonare, la bubbonica e la setticemica: focolai naturali sono presenti nelle Americhe (perfino in California e in Canada!)  in Asia e in Africa. Negli anni Novanta del secolo scorso violente epidemie si sono verificate in India, in Tanzania e nel Madagascar (Giuseppe Pigoli, I dardi di Apollo, p. 42); uno dei problemi  nell’individuarla è dato dall’insufficienza dei laboratori locali che non sono in grado di effettuare efficaci e tempestive analisi microbiologiche.  Non essendo un medico non entro nel merito, limitandomi solo a riportare i dati dell’Adnkronos risalenti al 6 luglio di quest’anno, con riferimento all’infezione di un pastore della Mongolia cinese. Per fortuna al giorno d’oggi lo Yersinia pestis può essere trattato con dosi massicce di antibiotici, ma il problema può ripresentarsi se si ignorano alcune precauzioni, come il mangiare carne cruda di animali infetti cosa che sembra usi da quelle parti, dove anni fa il rene di una una marmotta si rivelò per due pastori un manicaretto decisamente indigesto, spedendoli entrambi al Creatore.

Fonti:

Giuseppe Pigoli. I dardi di Apollo. Dalla peste all’AIDS la storia scritta delle pandemie, UTET

https://www.storicang.it/a/le-grandi-pandemie-della-storia_14759/7

http://www.iniziativalaica.it/?p=7376

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/storia/peste-giustiniano-impero-romano/

https://promessisposi.weebly.com/peste.html

https://www.nationalgeographic.it/storia-e-civilta/2020/03/il-mistero-della-macabra-maschera-forma-di-becco-dei-medici-della-peste

 

 

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