Viaggio negli abissi di una sindrome

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Che la vita non sia uguale per tutti è un dato nel quale, prima o poi, ogni essere umano dovrà imbattersi – seppur inconsciamente –, sperimentando iniquità di diversa origine ma raggruppabili in due macrocategorie: iniquità causate dall’uomo e quelle prodotte dalla natura.
I più fortunati si troveranno a vivere per contrastare le prime; i più sfortunati, a lottare contro entrambe. Fra questi ultimi, vi sono gli individui affetti da una sindrome ma che, loro malgrado, divengono a volte destinatari di comportamenti molto dannosi – da parte di chi li incontra o li circonda –, tutti pressoché ricadenti nello spettro del pregiudizio che, fra i peggiori effetti, annovera di certo la discriminazione sociale la quale, se associata alla mistificazione della realtà, rischia di divenire irrimediabile.
Tuttavia, c’è più di qualcuno che non si rassegna a questa idea, ponendo competenza e umanità a disposizione di tutti, nessuno escluso.
In Italia e nel resto del mondo, infatti, le sindromi non sono sottovalutate. Esistono associazioni molto impegnate che si occupano delle svariate problematiche e di coloro che necessitano di essere seguiti; tutti interventi che, però, non possono essere imposti ma forniti solo su richiesta.
È proprio quest’ultimo il punto più importante e delicato che, trasversalmente a tutte le sindromi, si traduce nel primo passo da compiere: riconoscere i segnali trasmessi, spesso in tenera età, e di conseguenza chiedere aiuto ad uno specialista che, con precisione scientifica, diagnosticherà il caso particolare e le relative terapie.

IMG_0302 (2) - CopiaSolitudine e disperazione

L’effetto più deleterio di un mancato o intempestivo intervento genera tendenzialmente un vuoto esistenziale che, nel peggiore dei casi, si tradurrà in una condizione di solitudine frammista a disperazione che pervaderà tutta la vita della persona affetta da una sindrome.
Il ruolo-chiave, in questo scenario, è ricoperto dalla società, da un lato ricca di risorse e di ancore di salvataggio, dall’altro piena di insidie, sull’onda di retaggi culturali inveterati, tali da generare, soprattutto in alcuni contesti, giudizi che prendono quasi sempre la forma di stigmi immobilizzanti, per smantellare i quali si può ricorrere ad una sola azione, chiedere aiuto in vista dell’unico obiettivo possibile: la salute e la consequenziale serenità di quella fragile persona in divenire.

Fra le tante storie di bambine e bambini affetti da una sindrome, mi ha colpito quella di Alessio, sintetizzabile in questo scambio tra lui e la mamma:

“Alessio, perché non parli con i tuoi amici?”
“Perché non ho amici”.

Sara attribuì la risposta di suo figlio alla timidezza, anche se quella frase, così netta, le rimbombava spesso nella testa. Tuttavia, lasciò correre molte volte.
Fu soltanto dopo cinque anni che decise di rivolgersi ad uno specialista, e seppe la verità: Alessio era affetto dalla sindrome di Asperger.
Oggi ha trent’anni e può contare sull’affetto di tante persone, ma quegli anni di “assenza” non l’hanno mai abbandonato.

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