L’ultimo viaggio di İbrahim Gökçek

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Quartiere di Sultangazi, Istanbul. È tardo pomeriggio, ma le strade sono pressoché deserte. All’orizzonte, un piccolo drappello di individui, non ancora distinguibili, aggira Gazi Park e si incammina lungo Ismet Paşa.

Un dolce profumo di fiori, portato da una brezza gentile, lo strappò dall’incoscienza. Mentre apriva con fatica le palpebre, inspirò a lungo quell’aroma, lo stesso che molte volte aveva apprezzato durante le sue passeggiate notturne, quando non riusciva a dormire, strangolato dal caldo o dall’ansia. Tanto amava quel profumo, che piano piano le passeggiate erano diventate un pretesto per andarne alla ricerca, per respirare, finalmente, lontano dagli odori e dai fumi del vecchio quartiere. 

Una volta aperti gli occhi, fu strabiliato dalla situazione che si offrì al suo sguardo. Era adagiato su quella che avrebbe definito una lettiga, seppur priva di fregi o decorazioni, sollevato dal terreno di circa un paio di metri. Si sporse istintivamente a guardare giù. A tenerlo sollevato erano le mani di diversi uomini e donne, che risposero al suo sguardo con sorrisi e facce ammiccanti. Qualcuno gridava, ma Ibrahim non riuscì ad afferrare il significato delle parole. Ogni suono arrivava al suo orecchio ovattato e distorto, come se provenisse da sotto l’acqua; un misterioso brusio, di cui era impossibile localizzare la fonte, confondeva sotto di sé ogni altro suono, compreso il lamento lontano dei muezzin, che invitavano alla preghiera del tramonto.

Ibrahim era turbato. Sentiva di dover riconoscere i volti di quegli uomini, che loro si aspettassero questo, ma una grande confusione regnava sui suoi pensieri, come un pesante strato di polvere sopra vecchi ingranaggi. Dove accidenti sono, chiese a nessuno in particolare, mentre quei familiari estranei continuavano a incitarlo con applausi e pugni alzati verso il cielo. 

La carovana, cresciuta di dimensioni, occupa ormai tutta la carreggiata. Alcuni uomini tengono sollevata sopra la testa una cassa, abbastanza lunga da contenere un uomo. Molti altri uomini e donne camminano affiancati mano nella mano. Qualcuno piange, molti gridano; talvolta la folla si ritrova a cantare lo stesso coro, alzando i pugni al cielo e battendo le mani. I pochi curiosi si allontanano, o rimangono a scattare foto e video.

Ibrahim vide arrivare altre persone, e poi ancora e ancora, finché non fu più in grado di contarle; allora richiuse gli occhi, concentrandosi sul canto che da minuti accompagnava il corteo. “Gelip geçenler diyecek merhaba…”

Merhaba ey güzel çiçek!” rantolò Ibrahim, mentre lacrime grosse e scure gli inondavano le guance senza preavviso, e cercò di issarsi sulla lettiga. Ancora, ancora, ripeteva, e la folla, ubbidendo alla sua silenziosa richiesta, ricominciò con voce terribile.

GRUP YORUM

GRUP YORUM

Così il gruppo avanzava insieme al sole verso l’orizzonte; Ibrahim ora riconosceva i volti, o perlomeno buona parte di essi. I nomi non affioravano quasi mai alle sue labbra, ma i volti sì, quelli era importante ricordarli, perché non sai mai chi può essere tuo amico o tuo nemico, e i volti mentono con molta meno facilità rispetto ai nomi. Gliel’avevano sempre detto in tanti, di stare attento alle persone, che quelle hanno mille facce e odiano soprattutto i coraggiosi e gli spiriti liberi, ma Ibrahim sapeva di aver scelto bene quelle da tenersi accanto. Erano quasi tutti lì, ora, ad accompagnarlo verso chi sa dove, e a Ibrahim Gökçek venne voglia di unirsi al coro. Che storia, pensava, ero convinto che non avrei mai più cantato di fronte a un pubblico, e ora eccomi qui a cantare Çav bella – come quella volta allo stadio di Istanbul, quando sessantamila persone si fusero in una sola voce – e ad alzare il pugno!

Quando la carovana, ulteriormente ingranditasi, è giunta all’altezza del vecchio ospedale Hastanesi, le prime sirene della polizia cominciano a risuonare nell’aria, salutate da grida, sputi e cori di scherno. Una parte del corteo si allontana rapidamente, ma molte persone rimangono, stringendosi attorno agli uomini che trasportano la cassa. Il gruppo accelera il passo, temendo di non arrivare a destinazione in tempo. Mancano ancora alcune centinaia di metri al Cemevi di Sultangazi.

Qualcuno scandiva il suo nome più forte degli altri, e sempre più vicino. Ibrahim non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che quella voce era quella di Helin Bölek; ancora prima di metterla a fuoco, nella sua testa si formò la sua immagine, con tutto il resto di ciò che le apparteneva: i capelli nerissimi dai riflessi violacei, il volto serio e ordinato, ancor giovane eppure indurito, plasmato dalla lotta. Altre immagini accompagnavano il suo ricordo, immagini che in qualche modo gliela ricordavano: un grande campo di fiori azzurri, il suono di quelle piccole campanelle che si suonano nei giorni di festa, un fazzoletto rosso al collo di una bambina. Helin si fece largo tra la folla, gridando il suo nome finché non fu a poca distanza dalla lettiga. Lo stesso grande sorriso le apriva la bocca e illuminava gli occhi, che brillavano di gioia perduta e ritrovata. 

Un sorriso tremolante apparve anche sul volto dello sdraiato, ma contemporaneamente un lampo squarciò il velo che ottundeva la sua mente; il bisogno di urlare sostituì la voglia di ridere e cantare, una rabbia cieca gli annebbiò la vista fino quasi a farlo svenire.
Adesso era sicuro di essere in un sogno, se sogni si potevano chiamare le confuse allucinazioni che da qualche tempo, di notte come di giorno, lo accompagnavano lontano dal suo letto di morte, verso mondi distorti e completamente indifferenti alla realtà.

Ibrahim sapeva con certezza di stare sognando, perché Helin Bölek se n’era andata il 3 aprile, erano passati a dirglielo perché non aveva forze sufficienti nemmeno a fare i pochi passi che separavano le loro stanze. “Helin è morta, Ibrahim.” Era il 288° giorno di digiuno. I pochi amici che il governo lasciava ancora liberi di muoversi erano venuti da lui, per piangere insieme forse per l’ultima volta, ma Ibrahim non aveva pianto ed era rimasto in silenzio, guardando fuori dalla finestra. Per lui, le parole avevano già cominciato a perdere consistenza, nella vertiginosa corsa verso la fine che attirava ormai verso di sé, come un buco nero, ogni senso e significato. 

IBRAHIM, com'era prima e dopo lo sciopero della fame.

IBRAHIM, com’era prima e dopo lo sciopero della fame.

Una notte, poco tempo dopo, rimasto solo nella stanza, il pensiero di Helin era diventato talmente insopportabile da fargli bruciare la testa.  Aveva preso una penna e scritto come non scriveva da molto tempo, finché la sua mano ridotta a un fascio di tendini non fu troppo debole per continuare. Aveva apposto la data, 26 aprile 2020, e il suo nome. “La battaglia che si sta consumando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?”

Cemevi di Sultangazi. I camion della polizia circondano l’edificio da ogni parte; una squadra in tenuta antisommossa si dirige verso l’ingresso sul retro, barricato dai ribelli ammucchiando sedie e tavoli, mentre altri poliziotti mandano via la gente rimasta per strada. Alcuni uomini vengono arrestati; due di loro hanno una bandiera su cui è scritto DHKP-C e tentano di resistere alla polizia, finché non vengono sopraffatti e immobilizzati. Fuori dal campo visivo, a 500 metri da lì, un folto gruppo di giornalisti è tenuto ostaggio da un cordone di poliziotti, per impedire che raggiungano il centro dell’azione.

Stavano ora percorrendo le strade di Gazi, dove Ibrahim, sua moglie Sultan, Helin, Mustafa e tanti altri amici musicisti erano cresciuti; quella parte della città che più di tutte le altre aveva visto turchi, curdi, aleviti integrarsi e vivere uno accanto all’altro. Ogni strada portava con sé un momento particolare, un filo che annodandosi insieme agli altri formava quel disastro che è il presente. Qui facemmo un concerto bellissimo, ricordò Ibrahim, improvvisato per strada insieme a ragazzi e bambini; poco più avanti, Okmeydani, il centro sociale che Grup Yorum aveva voluto e aveva tenuto in piedi finché i blitz della polizia non erano diventati troppo frequenti e intimidatori.

Da lì è stata la fine, pensò, da quel momento siamo diventati dei terroristi e degli assassini, dei rivoltosi senza morale e senza religione che mettono in pericolo la democrazia, dei moscerini che basta ignorare e nascondere dentro una cella, aspettando che la forza delle loro convinzioni li porti a dissolversi, a scomparire da soli. Senza bisogno di muovere un dito. 

Qualche giorno prima, Abdulhamit Gül, ministro dell’Interno, aveva accondisceso a una sola delle condizioni che Ibrahim aveva posto per l’interruzione del suo digiuno: permettere al Grup Yorum di suonare di nuovo in pubblico, dopo il divieto imposto nel 2016. Non aveva liberato i membri del gruppo imprigionati da mesi, né aveva tolto i loro nomi dalla lista dei più pericolosi terroristi turchi.

Ibrahim sapeva che non sarebbe stato tra coloro che, chissà quando, sarebbero tornati a cantare su un palco le “sue” canzoni. “Il mio corpo è il mio strumento adesso, uno strumento che può farsi simbolo ed esempio, che può mostrare al mondo che le ferite di una democrazia lasciano il segno, che una democrazia offesa, ferita, morente ha l’aspetto di un uomo di quarant’anni con i capelli bianchi e la morte negli occhi.”

La polizia ha sfondato il cancello. Ha cominciato a lanciare fumogeni e lacrimogeni dentro il luogo di culto, mentre la gente asserragliata grida e cerca una via di fuga. Le strade attorno all’edificio sono completamente occupate da mezzi blindati, attorniati da una folla di curiosi. Qualcuno riprende di nascosto con una videocamera. Dopo circa venti minuti, gli uomini della Polis che hanno fatto irruzione escono dall’edificio. Trasportano sulle spalle una cassa di legno nero, che viene portata verso un grande camion blindato e caricata. La folla radunata comincia a fischiare e a urlare. Il camion parte, insieme alla sua scorta.

Appena il sole scese oltre l’orizzonte, una luce accecante esplose nell’aria, facendo scomparire le strade, le case e tutto il corteo. L’infermiera, dopo aver aperto la tapparella, si diresse verso il letto del signor Gokcek, come tutte le mattine lottando con sé stessa per non mostrare il suo disagio. Signor Gökçek, mi sente? È ora di svegliarsi. Signor Gökçek …mi sente? Ibrahim…? 

Era l’8 maggio 2020. 

La salma di Ibrahim Gokcek è stata consegnata a suo padre Ahmet e portata nella città natale di Ibrahim, Kayseri, dove è stato sepolto. Sultan Gokcek, moglie di Ibrahim, e numerosi altri membri del Grup Yorum sono ancora prigionieri nel carcere di Silivri, il più grande in Europa, insieme a migliaia di oppositori di Erdogan, attivisti e presunti sostenitori del  DHKP-C, incarcerati in modo arbitrario a partire dal 2016. 

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