La cattedrale nel deserto

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Il vento soffiava ma non era una tempesta di sabbia.
C’era caldo ma non lo si soffriva troppo, tutti ci si erano abituati.
L’orizzonte era ondulato a causa delle dune, ma ogni occhio aspirava ad avvistarla.
La cattedrale nel deserto.

La colonna marciava a piedi, i cammelli erano carichi di bagagli e i gladiatori di armi.
Massimino indossava l’elmo da mirmillone e portava lo scudo rettangolare. Il gladio era nel fodero e camminava impettito. Voleva vederla per primo.

Dopo alcune dune, mentre il sole era alto nel cielo, Leto vide qualcosa. «Eccola, è di là!».
Tutti i gladiatori mugugnarono delusi. Era stato Leto ad avvistarla.
La cattedrale nel deserto era lì, con le pareti, le guglie, i rosoni color sabbia. Era un edificio cotto dal sole e più che un’idea di sacralità a Massimino diede la parvenza di un masso un po’ troppo grande e ben modellato.

La carovana accorciò la distanza dalla cattedrale, ma più da vicino la porta era chiusa. Con le sue borchie e i battenti stretti in teste di demone era inaccessibile.

I gladiatori gemettero delusi, stavolta tutti quanti. Loro volevano entrare per salvare la loro anima, per questo si erano incamminati nel deserto e per fare ammenda dei loro peccati si erano rifiutati di viaggiare sulle gobbe dei cammelli.

«Cosa facciamo?».

Massimino osservò il portone. Era solo una misera frazione della cattedrale, la quale era un mastodonte di pietra. «Il legno non sta bene qua, la pietra sì. È legittimo sfondarla».

«Come potremmo fare?». Leto era scettico. «Non abbiamo un ariete».

«Più che sfondarla potremmo fare forza sulle cerniere con i nostri gladi». Lo sguainò, sotto l’elmo un sorriso. Era quella, era sempre quella la soluzione, prima o poi ci andavano a finire tutti. Loro, abituati alla violenza, non sapevano fare altro. Che poi, la cattedrale non era un essere vivente, avrebbero soltanto giocato di prepotenza.

Leto e gli altri si scambiarono delle occhiate. Dopo un attimo, Rufo fece spallucce. «Ma sì, che ce ne importa».

Tutti quanti sguainarono i gladi e aggredirono le cerniere del portone. Infilarono i gladi negli interstizi e fecero leva.

Le ante del portone gemettero stridule, il legno si spostò un poco, si scheggiò, ma Massimino strabuzzò gli occhi al vedere la pietra cotta dal sole sanguinare. «Non ci posso credere!».

Mentre tutti si bloccavano, i cammelli lanciarono versi di terrore e scapparono.

«Ehi, ma i nostri bagagli!… Qualcuno li fermi!». Rufo era stupito, tutti erano stupiti, ma poi lo stupore prese il posto alla disperazione.

Massimino notò delle ombre volanti sulle dune.

«Guardate!». Rufo si sbracciò.

Dalla cattedrale nel deserto si erano staccati dei gargoyle, degli autentici demoni con musi animaleschi.
Un gargoyle con la testa di cinghiale assalì Leto, ma invece di fare scempio del suo corpo gli soffiò in faccia il proprio fiato.

Leto cadde sulla sabbia, ma attorno all’elmo comparve della polvere e di lì a poco la testa del gladiatore era stata sostituita da un cubo di pietra.

Tutti gli altri gargoyle fecero lo stesso con Rufo e i gladiatori. Pure costoro ebbero i capi sostituiti da dei cubi di pietra.

Invece Massimino si difese, ferì la roccia di un gargoyle con il gladio fino a farlo sanguinare, ma intervennero Leto e Rufo che, invece di aiutarlo, lo presero per le braccia.

Massimino si divincolò, ma un gargoyle con il volto di scimmia gli volò incontro e gli alitò addosso un sapore di sale e secchezza.

Massimino non provò dolore, ma si sentì la testa diventare più pesante. Vedeva lo stesso bene e allora mise le mani sull’elmo e trovò delle superfici lisce e levigate. Pure lui aveva al posto della testa un cubo.

I gargoyle volarono via, tornarono in cima alla cattedrale nel deserto, poi il portone si aprì da solo.

I gladiatori entrarono nell’edificio e trovarono altri uomini con al posto della testa un cubo di pietra. Massimino e gli altri si unirono a loro poi, quando il portone si richiuse sempre da solo, Massimino fu colto dall’istinto di avvicinarsi alle pareti della cattedrale e una volta lì accanto unì la testa al muro. Adesso la sua testa era parte della cattedrale nel deserto.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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