Il signor Malalan viaggia sulle ali di Gennarino (8)

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C’è chi viaggia per lavoro, chi per studio, chi addirittura per motivi di salute e naturalmente, c’è chi viaggia per piacere, ma c’è anche chi, come il signor Malalan, viaggia per necessità. A dire il vero, la necessità che spinge il signor Malalan a viaggiare è qualcosa che va al di là di un “banale” bisogno capace di rendere sopportabile la quotidianità… è qualcosa che sfiora la stessa importanza insita nell’ossigeno per la vita sulla terra, qualcosa che rende l’intera faccenda una questione di sopravvivenza! Senza ossigeno le cellule cerebrali muoiono, senza viaggi le avventure del signor Malalan restano ai blocchi di partenza, incastrate nel presente che esprime il tempo sospeso tra un passato già visto e un futuro solo ipotizzabile!

Di conseguenza, quando la realtà è disallineata rispetto alle aspettative che il signor Malalan ripone in essa, scatta il piano B: affogare le perplessità in una vaschetta di gelato. Tale accorgimento consente al signor Malalan di apportare una quantità di proteine, lipidi e glucidi nelle giuste proporzioni e di mantenere l’equilibrio psicofisico indispensabile per affrontare il disagio della situazione contingente.

Capita, infatti, che bizzarre alleanze tra traffico cittadino, pedoni dal fascino di spettri senz’anima, animali disorientati, giardini incolti e meteo vendicativo, segnino in maniera precisa e sleale il confine entro cui è lecito muoversi in un dato momento storico –sia esso un giorno, una settimana o un periodo più lungo. In ogni caso, ciò che si appalesa chiaramente è un confine tangibile troppo limitante per l’esuberanza del signor Malalan il quale, immancabilmente, al verificarsi delle suddette condizioni, inizia a coltivare una sana insofferenza per il qui e ora, alimentando invece con rinnovato fervore l’idea di cimentarsi in una nuova avventura. Quando poi, l’agenda degli appuntamenti galanti risulta fitta di ore libere e il piano B ha sortito il risultato atteso, scatta il famoso piano C: viaggiare, anche se “C”, sta per calzino!

Prima di intraprendere un viaggio, infatti, qualunque cosa possa significare viaggio, il signor Malalan ha bisogno di una pausa di riflessione, durante la quale spegne il cellulare, la televisione, i vecchi rancori e il gas –la prudenza non è mai troppa-, si infila un paio di calzini puliti e procede con l’ispezione di tutte le stanze della casa verificando con precisione chirurgica, lunghezza, direzione, spessore, e profondità delle crepe nei muri. Proprio così. Controllare lo stato di salute di malte e fessure delle pareti che sostengono la casa, favorisce nel signor Malalan un rilassamento generalizzato tale da indurlo, poco a poco, in una sorta di trance creativa. É proprio in questo stato alterato di coscienza, paradosso di estrema fermezza e raziocinio, che il signor Malalan vaglia con la lucidità e la fantasia di un illusionista suggestionato dall’effetto di una sostanza psicotropa, la meta del suo prossimo viaggio. Allora, progettare un itinerario diventa una necessità non procrastinabile!

Quando, infatti, la realtà nella quale è immerso viene meno al ruolo ad essa affidato di fucina di idee perché non è attrezzata per soddisfare i suoi propositi, è opacizzata dalla routine o sembra porre limiti invalicabili al suo innato desiderio di conoscenza, fa le valigie e parte. Se la meta è lontana e tangibile, come la Patagonia, il Messico o casa di Bruna in Calabria a Isola di Capo Rizzuto, il signor Malalan viaggia sulle ali di un aereo. In questo caso, una volta atterrato a destinazione, esplora usi e costui locali tra un selfie con donne procaci, notti insonni, imbarazzo intestinale e idiomi sconosciuti. Se, al contrario, la meta è sempre lontana, ma astratta, come la felicità, l’equilibrio emotivo o l’estasi, viaggia sulle ali della fantasia e delle sostanze lecite –alcol, fumo, sesso, cioccolato…. Allora, arrivato a destinazione, dorme. Quando, invece, la meta è inaccessibile, come un’area militare, un concerto sold out, oppure una proprietà privata, il signor Malalan viaggia sulle ali di Gennarino e arrivato a destinazione senza essere colto in flagrante dal proprietario, dal cane da guardia, da un attacco cardiaco, dalla polizia o da un brusco risveglio, si gode lo spettacolo, reso ancor più magico dal fascino del proibito.
A proposito, Gennarino è il corvo che ogni mattina, verso le cinque, si presenta sul traliccio dell’alta tensione posto nelle vicinanze della sua abitazione, prodigandosi a dare il buongiorno a tutto il circondario con un “canto” che, pur essendo assai discutibile, suscita in lui riflessioni intime sul mistero della vita, infondendogli, puntualmente, una sorta di nostalgia per il divino, l’inafferrabile e il sublime dell’esistenza umana.

C’è da dire che in più occasioni il signor Malalan, complice una debordante fantasia, si è avvalso del punto di vista privilegiato di Gennarino, o meglio, si è idealmente messo a cavalcioni dell’uccello per curiosare al di là di una recinzione o di un muro, come quella volta, per esempio, in cui decise di scommettere sui lineamenti umani del demonio che protetto dalla siepe di gelsomino e dall’ambaradan di una culla con visiera extra large urlava come un ossesso disturbando la quiete pubblica del rione, oppure quella volta in cui “volò” sopra un terrazzo-solarium, giusto il tempo per dare un’occhiata tra lettini, ombrelloni, barrette ipocaloriche, tisane diuretiche e cosce abbronzate e raddrizzare così una giornata nata storta, oppure ancora, quella volta in cui s’incapricciò di voler “conoscere” Pamela, la nuova vicina, oltrepassando, senza chiedere permesso, la linea di demarcazione del confine con il suo giardino…

Quest’ultima storia è interessante. All’epoca, infatti, era già trascorso qualche mese, da quando, nella casa accostata a quella del signor Malalan si era intuita la presenza di una giovane donna -solo intuita dal momento che nessuno, in ben sessantatré giorni di permanenza, era riuscito a vedere in faccia tale Pamela Colussi. Il cognome prometteva bene… Colussi, come i biscotti che il signor Malalan rubava da piccino al supermercato accanto alla scuola quando la mamma gli imponeva, per merenda, una mattonella di pietra pomice sotto le mentite spoglie di una polentina fatta in casa! La polentina della mamma aveva la capacità di indurirsi con la velocità della malta a presa rapida e di assumere, in pochi giorni, un aspetto inquietante come quello di uno strumento per l’esfoliazione delle cellule morte o la rimozione dei calli! Per non parlare del sapore indefinibile, ma sgradevole e della consistenza che prima di diventare coriacea come il cuoio di un sandalo francescano, era gelatinosa come la bava di una lumaca epilettica!
Fatto sta che tutti, nel rione, amanti dei biscotti Colussi e non, erano rimasti piacevolmente sorpresi dalla voce della donna. Ogni mattina, verso le sei, quasi fosse un Gennarino umano, Pamela dava il buongiorno al mondo intero, accordando il suo dolce canto alla melodia dell’universo. Il suono era talmente soave e lieve da far credere a chiunque lo udisse che l’origine fosse la bocca carnosa di una giovane fanciulla. Il signor Malalan, ovviamente, era andato ben oltre a quanto avevano fatto i vicini, immaginando non solo l’insidiosa giovinezza della nuova arrivata, ma anche le forme di un corpo acerbo e, allo stesso tempo, generoso e un carattere vivace. Fu proprio sfruttando il dorso di Gennarino che il signor Malalan, oltrepassata la rosa rampicante avvinta alla recinzione tra le due proprietà e il limite della veglia, conobbe Pamela.
Certo, la prospettiva offerta dalla sua immaginazione e dalle ali di Gennarino era alquanto parziale, oltre che suggestionata dal desiderio di fuggire, per qualche istante, dalla realtà, ma il risultato fu straordinario. D’altra parte, a volte, il sogno è tutto ciò che abbiamo a disposizione per combattere la noia e la monotonia della quotidianità o semplicemente gli impacci di una giornata fastidiosa.

Quando, infatti, il signor Malalan, professionista di avventure oltre il visibile e avvezzo a questo tipo di escamotage per ingannare il tempo e sdrammatizzare i momenti di lockdown interiore che la vita elargisce democraticamente agli esseri pensanti, si trovò al cospetto di Pamela, vide realizzarsi ogni sua più audace fantasia.
Ad ogni modo, una volta deciso il viaggio da intraprendere, attese l’indomani mattina e non appena Gennarino comparve sul traliccio dell’alta tensione, iniziò a fare ginnastica nudo, sui gradini della propria abitazione per intercettare l’attenzione del pennuto e convincerlo, poi, a farsi dare un passaggio per esplorare la proprietà attigua. Questo, almeno, era il rituale che il signor Malalan metteva in atto, regolarmente, quando decideva di volare sulle ali del corvo. Gennarino, da parte sua, planava volentieri nel giardino del signor Malalan, attirato, ovviamente, non dall’esibizione ginnica dello stesso, ma dal sibilo che usciva dalle sue narici. Evidentemente, quel sibilo inquietante, dettato dalla fatica, rappresentava qualcosa di mistico e ancestrale o forse, più banalmente, era una questione d’intesa tra simili… uccello diurno moderatamente sociale l’uno, “uccello del paradiso” l’altro! Fatto sta che una volta chiamato a rapporto Gennarino, il signor Malalan attendeva paziente che questo ripartisse dopo aver interagito con insetti, arbusti, ciottoli e bacche, per viaggiare assieme a lui.
Quel giorno, Pamela si era svegliata prima del solito. Non erano ancora scoccate le sei che il signor Malalan, poté vederla, o meglio intuirla, dietro la tenda del soggiorno, elegantemente drappeggiata. Come aveva immaginato, il corpo che il tessuto complice della tenda lasciava intravedere, era esuberante e le sue forme armoniose, al pari della voce. I capelli erano lunghi e indisciplinati come anemoni di mare, le spalle massicce come quelle di un lottatore di sumo, i fianchi accoglienti come cuscini imbottiti di una sedia a sdraio, le natiche vaste come una pianura coltivata a broccoli, i polpacci appetitosi come stinchi di maiale e il seno… beh, il seno poteva solo presumere che fosse in linea con quei tratti da dea velata, essendo Pamela girata di schiena alla portafinestra che dava sul giardino. In realtà, il signor Malalan, forte delle sue conoscenze in fisica e matematica applicata, fatto un rapido calcolo tra l’ombra prodotta dalle poppe della donna sul pavimento, la distanza con quella prodotta del capo, dalle spalle, dalle ginocchia e dai piedi, azzardò una stima, a suo dire, quasi esatta, sulle dimensioni e pure sulla consistenza. Il seno di Pamela doveva riempire una sesta misura e avere la densità di una bevanda a base di solfato di bario, come quella che gli era stata prescritta qualche giorno prima per eseguire una radiografia al tubo digerente! Naturalmente, in merito all’odore di tanta grazia, non potendo contare sull’aiuto della matematica, si era accontentato della realtà che lo circondava… il seno di Pamela profumava, senz’altro, di rosa selvatica, -guarda caso il rampicante tra le due proprietà sul quale si era appollaiato insieme a Gennarino.

In poche parole, Pamela aveva le tre caratteristiche della sua donna ideale, era bionda, prosperosa e prosperosa! Anche se il fatto che i capelli fossero davvero biondi lo aveva dedotto da un concetto pseudo matematico che rispolverava in casi del genere: “quando il secondo e il terzo aggettivo avvicinano un assunto alla perfezione, il primo aggettivo non può che annullare il gap residuo”. Di conseguenza, Pamela era bionda!

Inizialmente, però, c’era stato un dettaglio in quella figura quasi divina che lo aveva vagamente turbato: l’altezza della dea non corrispondeva a quella che lui, mettendo insieme, in maniera certosina, una serie di indizi, speranze e illusioni aveva supposto. Il signor Malalan, infatti, si era fatto l’idea che Pamela fosse una specie di vichinga addolcita da un’aura fatata. Nel suo immaginario Pamela era alta e possente, mentre in realtà, dietro la tenda del soggiorno, sembrava l’ottavo nano della fiaba di Biancaneve. Spesso, addirittura, l’aveva disegnata nel suo libretto “Pillole di riflessioni “scorrette” per esaltare la sapidità dell’esistenza” con l’aspetto di una specie di Bronzo di Riace al femminile, accompagnando, ogni volta, l’immagine con una didascalia “coraggiosa”, tipo “Pamela contro tutti conquista il pubblico che la inneggia a Sindaco della città”, “Pamela vince su Nettuno e salva quindici migranti”, “Pamela sfida Luca, campione di pesi massimi, in una gara di muffin alle carote”, “Pamela solleva cento chili di applausi”… Naturalmente, dopo quella scoperta, i disegni avevano assunto un’altra portata, così come le didascalie “Pamela si intrufola sotto il letto per recuperare un calzino con l’abilità di un contorsionista lillipuziano”, “Pamela fa trekking passando le recinzioni elettrificate per il contenimento degli animali in posizione perfettamente eretta, senza piegare la schiena o alzare le gambe”, “Pamela vince con estrema facilità una gara di Limbo”…

Ad ogni modo, un simile dettaglio non offuscò l’immagine che il signor Malalan si era fatto di Pamela, diciamo che la ridimensionò in maniera quasi impercettibile, nulla più. Quella donna restava, comunque, un sogno e così avrebbe dovuto continuare a essere, anche quando la tenda si scostò leggermente, sospinta da un alito di vento e il signor Malalan poté scorgere effettivamente parte del polpaccio che poco prima, completamente avvolto nelle pieghe del tessuto drappeggiato, gli era apparso appetitoso come uno stinco di maiale. Allora, il sogno rischiò di infrangersi. Il pezzo di carne colpito impietosamente da un raggio di sole, sembrava veramente uno stinco di maiale arrosto… era piccolo, tozzo, coperto di macchie, protuberanze e al signor Malalan parve persino emanare un vago odore di bruciato.
A quel punto, per creare un fermo immagine ideale, che escludesse gli ultimi secondi raccapriccianti, il signor Malalan chiuse immediatamente gli occhi e spronò Gennarino a riprendere il volo. Dopo alcuni istanti, però, fu costretto a riaprirli solleticato, in principio, dalla voce melodiosa di Pamela e poi, invece, dal suono dell’allarme antincendio che proveniva dalla sua abitazione. D’improvviso ricordò… quella mattina, prima di viaggiare sulle ali di Gennarino alla ricerca della felicità, aveva viaggiato su un canale YouTube di cucina alla ricerca del piatto perfetto per il pranzo domenicale e si era lasciato convincere da tale Franco chef per uno stinco di maiale cotto in pentola. Così dopo aver massaggiato lo stinco con il sale, pelato e affettato la cipolla, lavato le erbe e preparato il mix di spezie, aveva messo il tegame sul fuoco. La ricetta indicava due ore per la cottura, un tempo sufficiente per fare un breve viaggio al di là della siepe. Il viaggio, ahimè, era durato ben oltre le due ore… I liquidi nella pentola erano evaporati, lo stinco sembrava un pezzo di carbone e in casa si era diffuso un fumo fitto e denso che aveva innescato l’allarme, spaventato i vicini e provvidenzialmente, svegliato il signor Malalan!

Angosciato dal suono della sirena, infatti, dalle urla dei vicini e dal puzzo di bruciato, il signor Malalan dimenticò completamente lo stinco di Pamela, frutto, evidentemente di un’intrusione abusiva della realtà nel sogno e quando ebbe risolto la questione del rilevatore di fumo, rasserenato i vicini e imbastito un’insalata di cavolo cappuccio e semi di cumino per il pranzo, si lasciò cullare dal ricordo del fermo immagine che aveva impresso nella mente e dal desiderio di un altro viaggio… Gennarino, intanto, era nuovamente sul traliccio dell’alta tensione, pronto, come sempre, a rispondere in maniera tempestiva al richiamo dell’uccello del signor Malalan!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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