L’enigma delle sabbie

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«Non siamo lontani, signore».
«Bene, bene, Ibrahim». Giovanni Neri dondolava sul cammello e alzò lo sguardo al cielo. Il sole del Sahara picchiava forte ed era sudato.
Ibrahim ridacchiò in maniera molto levantina.
I cammelli continuarono la marcia al cospetto del massiccio roccioso, poi Ibrahim indicò un’apertura sulla parete davanti a loro. «Dobbiamo andare lì».
«Ottimo». Giovanni fissò quella sezione di ombra. Forse avrebbe avuto un po’ di fresco.
Il Sahara era lì, e mentre in Europa si combatteva nelle trincee, Giovanni era in Algeria per conto dell’università di Milano.
Ibrahim smontò dal cammello, Giovanni fece lo stesso. Il berbero annodò le briglie del cammello a una pietra sporgente e di nuovo Giovanni lo imitò. Giovanni allora lo guardò con aspettativa.
Ibrahim annuì e dalla sacca del suo cammello estrasse una torcia elettrica. «Se volete, andiamo».
«Sì, andiamo» gli fece eco Giovanni.
Si insinuarono nella spaccatura e Giovanni vide una galleria di cui non sapeva quanto fosse lunga. Avanzò con Ibrahim. Avanzò, avanzò, avanzò… poi si mise a urlare perché qualcosa l’aveva preso ai piedi.

***

«In Europa c’è un brutto clima, questione di pochi giorni e l’Italia dichiarerà guerra alla Francia. Non so per quanto tempo ancora potrò rimanere in Algeria…».
«Non preoccupatevi, signore. Il massiccio non è lontano».
«Mi farebbe piacere trovarlo in giornata, che poi voglio tornare ad Algeri e prendere una nave per Genova. A Milano i colleghi accademici mi aspettano». Luciano Neri non vedeva l’ora di mettere le mani sul gioiello perduto.
Ci vollero alcune ore e all’orizzonte, dopo dune e dune di viaggio, Luciano vide un massiccio. «È quello?».
«Sì, signore».
I cammelli si avvicinarono al massiccio, il quale era una vera e propria montagna. La guida indicò verso un’apertura nella pietra e di lì a poco Luciano mise piede a terra. Squadrò quell’accesso nelle profondità del massiccio e si chiese se magari avrebbe visto graffiti preistorici.
La guida sorrise e prese una torcia elettrica. Dopo che si furono assicurati di aver legato per bene le briglie dei cammelli, entrarono in quella galleria.
Luciano puntò la torcia sulle pareti, ma non vide alcun graffito. «Mio padre, Giovanni, esplorò questi luoghi e… Ibrahim?». La guida era scomparsa.
Prima che Luciano potesse fare qualcosa, un animale lo graffiò al polpaccio e come un delfino si immerse nella sabbia.
Luciano si spaventò e vagò con lo sguardo assieme al fascio di luce. «Ibrahim?».
Forse lo stesso animale di prima lo prese e lo portò via. Luciano urlò.

***

«Questo posto non ha una bella fama. Leggende tenebrose, racconti di persone che scompaiono… mio nonno e mio padre non sono stati mai più ritrovati. Neanche i corpi».
«Signor Massimo, non si crucci. Vedrà che questa missione di esplorazione andrà a buon fine».
«Lo spero».
«Ecco, lo vede? È questo il massiccio».
Massimo Neri aveva di fronte questa massa di roccia in cui faceva capolino l’ingresso di un tunnel, una sorta di canyon. «Qui in Algeria non c’è poi un bel clima politico. Si vocifera che dopo la fuga dei francesi dall’Indocina gli algerini vogliano insorgere».
«Non si preoccupi, signore, non succederà nulla di tutto ciò. Vuole venire?». L’algerino aveva la torcia elettrica.
«Sì, certo». Massimo scese dal cammello, legò le briglie a una pietra consumata e seguì quel tipo così mellifluo.
Non appena furono dentro la galleria, Massimo gli si rivolse. «Perdonami, sono un maleducato. Ho scordato il tuo nome. Sarebbe?».
Ridacchiò. «No, non si preoccupi. Mi chiamo Ibrahim».
Massimo annuì, poi davanti alla sabbia dentro il tunnel vide qualcosa di brillante e rimase a bocca aperta. Ibrahim gli diede uno spintone e Massimo cadde in avanti, respirò la sabbia e sentì dolore.

***

«Bene, adesso va meglio». Ibrahim puntò la torcia elettrica sul demone del massiccio. Non aveva un nome, ma tutti lo volevano. Era un essere tutto di oro e con pietre preziose a fargli da squame. Aveva la forma di uno squalo anche se quello non era il mare.
Era un altro mare, il Sahara.
Il demone fece dei balzi nella sabbia. Si comportava come un autentico pesce. Dietro di lui, dopo quello spettacolo, c’erano gli scheletri di tutti gli esploratori che avevano voluto seguire quella leggenda, una leggenda che li aveva abbagliati.
Ibrahim gettò via la torcia elettrica e senza più interessarsi a nulla poggiò i sandali sulla sabbia.
Il demone sussurrò. «Benvenuto, parte della mia anima. Adesso saremo tutt’uno, infine, bene».
«Fino alla prossima vittima da procacciare per la nostra fame». Ibrahim si unì al demone e diventarono una cosa sola. Adesso, il demone era integro e sazio.

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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