Lavatevi le mani, almeno prima dei pasti

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Tracce di influenza Spagnola in un archivio del canavese. 

C’è una differenza tra cercare qualcosa in un archivio e fare ricerca in archivio. Nel primo caso si va in cerca di un dato certo, e spesso si sa da prima di entrare se l’archivio custodisce quell’informazione. È il modo più comune di utilizzare i grandi archivi, che sono spesso ottimizzati affinché sia possibile reperire i dati di cui si necessita nel modo più lineare possibile. Fare ricerca negli archivi, però, è qualcosa di molto diverso. È come andare a trovare un anziano nonno, di quelli pieni di ricordi e di racconti, ma con la memoria vaga: a volte lucidissima, altre lacunosa, che non sono certi se un fatto sia avvenuto prima o dopo un altro, ma che quando affiora alla memoria sanno raccontare nei dettagli, con colori così vividi da riportarlo in vita. Chiunque abbia un nonno che abbia fatto la guerra sa che quello che conosciamo della Prima Guerra mondiale lo dobbiamo soprattutto a loro, ai racconti ripetuti, sconclusionati, che con gli anni pian piano assumono contorni più chiari grazie alle tessere che noi, crescendo e imparando, mettiamo insieme. Anche quello che raccontano gli archivi è spesso l’unico modo per poter guardare la storia da vicino, proprio come la DeLorean del dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro gli archivi ci portano nel passato, ma senza rischi per lo spazio/tempo.

In questi ultimi mesi i momenti del passato nominati più spesso sono stati senz’altro la peste seicentesca, con gli ovvi e innumerevoli riferimenti manzoniani, e l’influenza spagnola che, mancando di una illustre voce letteraria, è stata oggetto di svariate distorsioni. Una delle tante, pubblicata sui vari social network, consiste in un’immagine con una telefonista dal volto coperto da una garza e la frase: “Quando nel 1919 l’epidemia di Spagnola cominciò a calare, furono ritirate le restrizioni. Era primavera, in estate il contagio riprese, più forte di prima, e fu una strage. Conoscere il passato aiuta a capire il presente. Tutti abbiamo fretta di tornare alla nostra vita ma ci vogliono cautela e gradualità.” Nel vedere quell’immagine le date mi parvero subito sbagliate. Mi sto infatti occupando di ricostruire la vita di Alessandra Scalero, una traduttrice che fu una figura importante nella prima metà del ‘900 poiché per prima tradusse in italiano autori come Virginia Woolf, John Dos Passos, Vita Sackville West, e aiutò con le sue traduzioni ad avviare la celebre collana della ‘Medusa’ per Mondadori. Alessandra Scalero non fu sempre traduttrice, iniziò anzi la sua carriera lavorativa come infermiera durante la Prima Guerra Mondiale, diplomandosi al Policlinico Umberto I di Roma. Finito l’apprendistato, nel settembre del 1918 venne ‘arruolata’ nell’American Red Cross di Avellino per aiutare a far fronte all’emergenza della pandemia da H1N1, meglio nota come Spagnola. Ecco allora che l’archivio che custodisce le sue carte si trasforma davvero in una DeLorean che mi porta in piena epidemia, nel sud dell’Italia del 1918.

Bolchi_Articolo 11_Immagine 1L’ondata peggiore della Spagnola colpì infatti l’Italia nel 1918 e non nel 1919. Ci fu una prima fase definita ‘benigna’ nella primavera del 1918, seguita da una ondata ‘letale’ che comprese l’autunno 1918 e la prima parte del 1919. Ne parla Gina Kolata nel suo testo edito da Mondadori: Epidemia. Storia della grande influenza del 1918 e della ricerca di un virus mortale. Il fatto che la prima fase dell’epidemia, quella cosiddetta ‘benigna’, comparve durante il conflitto mondiale non aiutò certo a operare controlli, denunce, tracciamenti. Anzi, le pessime condizioni igienico sanitarie delle trincee furono focolai perfetti, e l’influenza passò spesso inosservata tra gli innumerevoli sintomi di bronchiti, astenia, diarrea, denutrizione dei soldati in trincea o della popolazione affamata delle città e delle campagne. Non è quindi possibile paragonare la reazione socio-sanitaria della primavera 1918 a quella che tutti conosciamo del 2020. Il picco dell’influenza in Italia si ebbe senza dubbio nell’autunno 1918, con lievi recrudescenze nel 1919 e 1920. (Ne parlano Ansart et al. in questo studio e i grafici a pagina 103 dello studio sono particolarmente chiari). A ulteriore conferma, sebbene sia molto difficile stabilire il numero di morti per influenza in Italia, anche a causa del difficile periodo in cui fece la sua comparsa, si stima che i morti totali per Spagnola furono 466.000 in Italia, di cui 410.000 nel 1918 (i dati più precisi si possono leggere nello studio di Spanish flu in Italy: new data, new questions.

Numeri e date ci danno informazioni importanti e fondamentali per inquadrare il contesto, la portata del fenomeno e la sua durata, ma sono per forza di cose un po’ astratte, perché ci raccontano ben poco di come si vivesse davvero ai tempi della Spagnola. Potremmo affidarci ai quotidiani dell’epoca, ma in pieno conflitto mondiale le notizie che occupavano le prime pagine erano ovviamente di ben altra natura e non è possibile, anche in questo caso, fare un confronto con l’attenzione mediatica ricevuta dal Coronavirus. Basti un esempio: consultando l’archivio del quotidiano La Stampa, che è disponibile online, scopriamo ad esempio che la parola ‘Spagnola’ compare solo nella pagina delle inserzioni, per pubblicizzare la ‘Pozione Arnaldi’ per ‘L’influenza estiva – febbre Spagnola’. Compare poi qualche sparuto articolo dedicato all’epidemia di ‘influenza’, ma le prime pagine sono, ovviamente, tutte occupate dalla guerra.

Per fare un confronto tra la vita ai tempi della Spagnola e della Covid-19 dovremmo almeno sapere quali restrizioni vennero imposte e quali misure igieniche e di isolamento sociale si adottarono. Si stava chiusi in casa come ora? Non abbiamo dirette Instagram o foto di pani e pizze appena sfornati per il 1918, ma abbiamo appunto i quotidiani (che ho solo nominato ma meriterebbero, ovviamente, uno studio ben più approfondito) e soprattutto le lettere, dalle quali si comprende come sia impossibile descrivere il passato solo attraverso i numeri, e come sia ancora più impossibile confrontarlo col presente solamente attraverso grafici e tabelle. Dalle lettere di Alessandra Scalero si intuisce, ad esempio, come la morte arrivasse più per la carenza di igiene e per l’incompetenza generale che non per la malattia stessa.

Alessandra contrasse l’influenza Spagnola proprio mentre era in servizio con l’American Red Cross ad Avellino, ed è sorprendente notare, nei racconti che fa alla sorella, quanto quell’influenza somigliasse a quella attuale:

‘Sto meglio, solo la tosse non mi lascia; la caratteristica di questa malattia strana e insidiosa è la convalescenza, che si potrebbe dire una malattia a sé: ho visto morire non so quanta gente di ricadute.’ (lettera del 28.09.1918)

Il racconto poi di quando la direttrice dell’ospedale di Ospedaletto D’Alpinolo si ammalò e la caporeparto dell’A.R.C. corse ad assisterla trovandola ‘con una polmonite doppia – pare in condizioni disperate!’ suona spaventosamente famigliare. Anche allora gli ospedali erano sovraffollati, tanto più che ai malati di influenza si sommavano i soldati feriti, e Scalero racconta di come visitasse, col dottore di cui era assistente, 100, 120, a volte anche 150 pazienti in una mattina. Val la pena leggere qualche riga in più per comprendere le molte differenze tra il 1918 e il 2020, ma anche, purtroppo, le somiglianze:

‘Per descriverti le condizioni della popolazione di qui, le proporzioni dell’epidemia, il mio lavoro, non basterebbero venti pagine. E poi, bisogna vedere. Quando ti avrò parlato d’una povera donna, che viveva nel più umido dei bugigattoli con sei bambini, di cui il più grande (di 7 anni), faceva il ménage, scopava, accendeva il fuoco, andava a prender latte e medicine; la quale era malata gravemente e passava le giornate seduta sull’uscio di casa perché non poteva stare in letto per l’affanno; e che morì finalmente, dopo non si sa quali sofferenze; quando ti avrò descritto una famiglia di tre persone, la madre malata di polmonite, la figlia idem, il bambino di peritonite; la madre morta giorni fa, il bambino moribondo, la figlia destinata ad andarsene anche lei; non ti avrò descritto che due casi, e ce ne sono a decine come questi. Che si può fare per questa gente? La disorganizzazione, l’incuria delle autorità, la vigliaccheria dei medici di qui, l’ignoranza della gente, la camorra che qui regna sovrana, fanno sì che la nostra opera si riduce a ben poco.’ (lettera del 28.09.1918)

Le lamentele sulla disorganizzazione proseguono anche nelle lettere successive, e culminano con il racconto di un evento che colpì profondamente la giovane Scalero, che scrive ancora una volta alla sorella lamentandosi di come la responsabile (americana) badasse più a registrar numeri e dati che non ad assistere davvero i malati:

‘Come organizza il lavoro quella donna non ti so dire. La più grande benemerenza consiste per lei nel girar il maggior numero di case, e nel segnare i nomi e l’età degli infermi […]. Siccome a Monteforte ci sono 1000 casi d’influenza e la nostra squadra si compone di sei, lascio al suo buon senso il pensare quale aiuto si possa recare andando una volta e poi mai più in casa della gente, lavando loro la faccia (sic!), facendo loro il letto, scopando e buona notte! Ci fu un caso pietosissimo di una donna malata di polmonite, vicino alla C.R.A.; sola in mano di un marito e d’una suocera completamente cretini; non riescii a far comprendere a quella illustre ‘nurse’ che quella poveretta era grave, ma che piantandomi vicino a lei assumevo la responsabilità di salvarla; che ero disposta a passar la notte; che non si poteva abbandonare… […] Figurati che fra l’altro una notte il marito le fece ingoiare mezzo litro di cognac! Al mattino la trovai delirante, semi-cosciente, con un polso spaventoso; poi, il dottore, cretino, le fece fare delle iniezioni di chinino dal barbiere del paese, che confessò a me di averle fatte senza disinfettante! Non ti dico gli ascessi che le trovai! […] La mia rabbia fu tanta che credo la morte di quella disgraziata non sia stata la causa ultima della mia febbre. Che vuoi? Ho la coscienza di averla lasciata morire senza aver fatto nulla per lei; invece di andar in giro a segnar l’età della gente e distribuir purghe, potevo salvar una madre a 4 bambini. Era tanto robusta, e non doveva morire. Forse avrei dovuto oppormi, dir una bugia magari, dire che ero stata in giro e starle vicino invece…’ (lettera del 13.10.1918)

Disorganizzazione a parte, come si viveva? Anche il lockdown che ha caratterizzato l’esplosione dell’epidemia del 2020 non è paragonabile alle misure adottate all’epoca, in cui per lo più ci si limitava a suggerire Bolchi_Articolo 11_Immagine 2di ‘lavare spesso le mani almeno ogni volta prima dei pasti’, e in cui il distanziamento sociale era suggerito, ma non certo imposto, come si evince dalle “Precauzioni igieniche da adottarsi contro l’influenza” che il comune di Milano diffuse nell’ottobre 1918. Da un articolo della “Stampa” apprendiamo che a Torino, in ottobre, vennero chiuse scuole, cinema e teatri, mentre restarono aperte le università, i negozi e i ristoranti, e anche qui i consigli erano lavarsi le mani, tenere pulita la casa, ma soprattutto ‘mettersi a letto al primo malessere e affidarsi con sottomissione alle braccia del medico e a quelle più lunghe della Divina Provvidenza’ (La Stampa, 21.10.1918).

Le misure non erano però le stesse in tutta Italia. Proprio nell’ottobre e novembre 1918, in piena epidemia, Alessandra Scalero, ancora sintomatica, pranzava in trattoria ad Avellino per rimettersi da una ricaduta dell’influenza (lettera del 1.10.1918), o cenava al ‘restaurant’ a Salerno con le colleghe infermiere, chiacchierando con altri avventori (lettera del 10.11.1918). Il 22 ottobre 1918 raccontava alla sorella di essersi bene ambientata ad Avellino: ‘ho degli amici, esco, c’è il gelato la sera, il cinema ogni tanto, c’è modo di scambiare qualche parola con persone intelligenti.’

Chissà se le foto degli arcobaleni e gli #andràtuttobene diventeranno un giorno materiale d’archivio per meglio comprendere la vita ai tempi della ‘terribile epidemia da Coronavirus degli anni ‘20’. Di certo abbiamo tutti almeno una volta pensato a come la ricorderemo in futuro, e magari durante una delle tante videochiamate abbiamo usato quasi le stesse parole che Alessandra scrisse alla sorella:

‘È una cosa terribile davvero, questa peste moderna. Ne racconteremo ai nostri figli, dei tempi di guerra in cui c’era la grippe spagnola, e la zia Sandra tirerà fuori i suoi ricordi.’

Zia, Alessandra, non lo divenne mai: morì a soli 51 anni durante la Seconda Guerra Mondiale, a causa di una setticemia post-operatoria dopo un’isterectomia per rimuovere un tumore. Ma grazie alle sue lettere ingiallite, custodite in archivio, possiamo comunque ascoltare i suoi ricordi e imparare qualcosa.

N.B.: Il Fondo Scalero è custodito presso la Civica Biblioteca “F. Mondino” di Mazzé, TO. Se ne prende cura la volontaria Lidia Ferrua con Emma Mondino ed Edgardo Palazzi. Soprattutto a Lidia va la mia riconoscenza per il suo costante supporto nelle mie ricerche.

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