La classifica dei morti

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È nella nostra natura evitare il doloroso esercizio di pensare e quindi costruirci opinioni ed emettere giudizi nella maniera più veloce e superficiale possibile. Come diceva il filosofo spagnolo Ortega y Gasset: “Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare.”

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Probabilmente erano superficiali anche gli ateniesi ai tempi di Pericle. O i francesi durante gli Stati Generali (quelli originali). Ma altrettanto probabilmente siamo più superficiali oggi, nell’era dei 120 caratteri di Twitter, del bombardamento di informazioni e della frenesia cronica che permea le nostre vite. Non abbiamo tempo, né tanto meno voglia di approfondire, di fermarci e ragionare e dunque o deleghiamo a qualcun altro lo sforzo di pensare e ci uniformiamo al suo pensiero oppure cerchiamo una maniera veloce, comoda e poco faticosa di valutare il mondo e toglierci dall’impasse di dover avere un’opinione.

Ed in questo esercizio, cosa c’è di più immediato e facilmente utilizzabile di un numero? Sette è più grande di sei, 33% è minore di 45%, ecc.: più semplice di così è impossibile. I numeri consentono di trarre conclusioni ed emettere giudizi immediati, senza dovere per forza andare oltre ed approfondire (come andrebbe fatto sempre, anche per i numeri). Se la squadra allenata da un certo allenatore ha perso molte partite, lo si licenzia perché è un cattivo allenatore: sono i numeri a certificarlo e non c’è altro da dire. Ma il calcio è un circo ed è bello anche per questo: le semplificazioni sono ammesse e l’ingiustizia è parte del giuoco; il resto della società dovrebbe essere diverso. Dovremmo farci un’idea sulle persone, sugli accadimenti, sulle opinioni altrui solo dopo esserci informati, dopo aver riflettuto e, possibilmente, dopo esserci confrontati con altre persone. E invece tendiamo ad essere superficiali e a diventare subito esperti di tutto. E non solo ci piace tanto giudicare, ma, preferibilmente, amiamo sputare sentenze contro l’autorità, per dar sfogo alle nostre frustrazioni ed impotenze, che sia il governante di turno, l’allenatore della Nazionale o l’amministratore di condominio.

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La classifica delle nazioni con più morti dovute al COVID19 rispetto alla popolazione. [fonte: worldometers.info/coronavirus, 24 giugno 2020]

In questi tempi di pandemia, siamo diventati tutti virologi ed epidemiologi e, per costruirci le nostre superficiali verità, abbiamo avuto a disposizione miniere e miniere di numeri: tamponi, contagiati, casi attivi, ospedalizzati e soprattutto morti. Di fronte ai morti, qualsiasi discussione cessa: i morti sentenziano, fanno Cassazione e dividono il mondo in bravi ed incompetenti, buoni e cattivi. In particolare, in questi tragici mesi, si è fatta avanti una logica per cui esiste una connessione diretta e definitiva tra il numero dei morti (o dei contagiati) per COVID-19 e le capacità di un governo o addirittura la virtù di un popolo intero. Il solo numero dei morti è diventato il potentissimo e superficialissimo metro di giudizio di tutto e tutti. Alzi la mano chi non ha in qualche modo esultato quando l’Italia è stata via, via superata da sempre più nazioni in questa dolorosa classifica? E che dire della “sfida” tra Lombardia e Campania a colpi di morti e contagiati?

Di questi tempi, un solo numero, il numero dei morti di una città, di una regione, di una nazione o addirittura di un quartiere ci consente di giudicare un sindaco, un presidente di regione, un governo, un intero popolo in mezzo secondo, sulla base di quanto di più immediato e facile da comunicare esista, ossia un solo numero, che addirittura fa riferimento a quanto di più importante esista al mondo: la vita. E questo giudizio definitivo lo sputiamo senza domandarci se effettivamente esistano causalità così certe tra numero di decessi in una città e capacità del suo sindaco, senza soffermarci sul fatto che, invece, le variabili sono tantissime, complesse ed imprevedibili e dunque la correlazione è tutt’altro che evidente.

Trump (1946) e Bolsonaro (1955)

Trump (1946) e Bolsonaro (1955)

Lungi da me voler difendere Trump o Bolsonaro, ma il metro di giudizio sulle loro capacità non può essere il semplice numero di morti negli USA o in Brasile: le cose sono molto più complicate, specialmente in paesi così diseguali come la maggior parte di quelli del continente americano. In contesti come il Brasile e buona parte del Sud America, larghe fette della popolazione non hanno la capacità economica e culturale di sostenere una quarantena o in generale di avere un comportamento corretto per controllare l’epidemia. Perché non hanno internet e Netflix, perché se non escono di casa, non lavorano e se non lavorano non mangiano, perché non hanno la più pallida idea di cosa sia una curva epidemiologica e anche perché succede che si rifiutino di farsi fare il tampone perché essere contagiati è un marchio d’infamia e causa d’emarginazione sociale. In queste condizioni, azzeccare la migliore strategia per fronteggiare la epidemia dipende da moltissimi fattori, molti dei quali imprevisti ed imprevedibili. Un atteggiamento negazionista certamente non aiuta, ma non è tutto così chiaro.

Numero di morti in funzione del tempo. Ogni puntino rappresenta un giorno; i puntini blu sono morti che avevano un educazione superiore, quelli rossi quelli che non l'avevano.

Numero di morti in funzione del tempo. Ogni puntino rappresenta un giorno; i puntini blu sono morti che avevano un educazione superiore, quelli rossi quelli che non l’avevano.

In Perù il “lockdown” è stato imposto con tempestività ed è attivo da circa 100 giorni (come in diversi altri paesi sudamericani), eppure il Perù è il paese dell’America del Sud con più morti per abitante, più del Brasile (dati aggiornati al 24 giugno 2020, NdA). Nel grafico qui a fianco si nota chiaramente la correlazione tra livello educativo e numero di morti: chi ha studiato poco (cosa che spesso significa chi è meno abbiente), ha più possibilità di morire…Le cose, insomma, sono assai complicate e certamente diverse dall’Italia che è il nostro riferimento più immediato e conosciuto.

Inoltre anche se volessimo utilizzare la superficiale logica secondo cui meno morti ci sono tra i tuoi cittadini più bravo sei come politico, che dire del Canada del “politico più bravo del mondo”, Justin Trudeau, che ha un numero di morti per abitanti non così inferiore a quello del Brasile? Insomma, mi pare più sensato, oltre che efficace, valutare Trump e Bolsonaro sulla base di diverso dalla “classifica dei morti”.

Ma c’è di più: visto che il popolo che li elegge è superficiale, anche i politici rischiano di esserlo e, nella fattispecie, indirizzano le proprie azioni esclusivamente verso l’obiettivo di ridurre numero di morti e contagiati (ammesso e non concesso di riuscire a farlo come menzionato sopra), perché quel dato immediato, semplice e facile da comunicare è l’unico metro in base al quale verranno giudicati e quindi rieletti. Oltre all’economia naturalmente.

Grafico sul confronto tra la Svezia e l'aggregato Norvegia+Danimarca+Finlandia. [fonte: prof. Mario Mazzocchi]

Grafico sul confronto tra la Svezia e l’aggregato Norvegia+Danimarca+Finlandia.
[fonte: prof. Mario Mazzocchi]

Lungi da me l’intenzione di voler difendere il modello svedese, ma, anche se è duro e sgradevole da dire, il crudo computo dei morti non può essere l’unico criterio di valutazione della gestione di questa tragica contingenza, anche se ovviamente è molto importante. Forse è necessaria una visione più ampia ed approfondita, cosa quanto mai faticosa e non esauribile in mezzo secondo o 120 caratteri. Forse sarebbe opportuno, anche se impopolare e brutale, tenere in considerazione tutto il resto: cultura, educazione, relazioni umane, psicologia, ricerca scientifica, abusi domestici, arte, ecc.: tutti aspetti che fanno poca audience in un tweet o in un commento di Facebook o, in generale, non trovano posto nei 9/10 secondi che dedichiamo a formarci ed esprimere un giudizio o scegliere chi votare.

Insomma, come spesso accade le semplificazioni sono pericolose e fuorvianti, seppure assai comode. Le valutazioni riguardo alle strategie per fronteggiare questa tragedia e a come ne usciranno i vari paesi non possono essere fatte sulla base della sola “classifica dei morti”, seppure importante, bensì contemplando tanti altri fattori e nemmeno dovrebbero essere fatte nel breve termine, bensì tra decenni, a bocce ferme, quando le cose ed i rapporti di causa-effetto saranno più chiari.

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