Jack Wolf

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«Riposo, soldati».
I marines obbedirono. Fra loro c’era Jack Wolf. Faceva sempre un gran bel sole e a Jack veniva in mente L.A.
Jack preferiva restare a torso nudo, ma quando si doveva combattere indossava la mimetica e il gibernaggio. Così, con il Garand si univa agli scontri. Non amava il Garand, avrebbe preferito un M1928, anche se la pistola mitragliatrice in dotazione all’U.S.M.C. non aveva la maniglia come quella degli ex colleghi.

Adesso Jack stava rilassandosi sotto le palme di quell’atollo e attendeva. Non sapeva se quella sera avrebbe incontrato la morte o la redenzione. Forse una delle due sarebbe arrivata subito perché i giapponesi potevano attaccare in qualsiasi momento.

I commilitoni schiamazzavano e davano da mangiare ai piccoli squali, lì, dove l’acqua era così bassa che si poteva passare da un’isola a un’altra a piedi. I marines erano arrivati su dei gommoni giorni prima e si era scatenata la battaglia.
La battaglia…
Un inferno di perle di luce e corpi dilaniati.
Jack si era difeso, aveva attaccato, aveva urlato bestemmie e dopo aveva sventrato con la baionetta un ragazzino con la stella sul berretto. Era stata una carneficina a cui ne erano seguite altre a ritmi irregolari. I marines avevano marciato, avevano conquistato i rilievi più importanti ma i giapponesi erano come ratti, si nascondevano nei punti più impensabili e da lì sbucavano fuori. Si era scoperto che il nemico aveva scavato un sistema di tunnel che lo portava da un capo all’altro dell’atollo. I giapponesi erano imprevedibili. L’atollo adesso era come un formaggio a groviera. Quando Jack aveva un altro nome, e non quello pseudonimo, cercava di evitare di mangiare l’emmentaler.
Mentre Jack sonnecchiava, sentì un rumore. Era come un ramo spezzato. Era un ramo spezzato.
Jack aprì gli occhi. Calcandosi in testa l’M1 raccolse il Garand. Subito dopo si avventurò nella giungla senza dire nulla agli altri.

A L.A. Jack aveva commesso tante brutte cose. Si era arruolato nell’U.S.M.C. per avere la redenzione, ma aveva sempre in mente quando sparava che tempo prima aveva ucciso con dei colpi di pistola alla testa i nemici del suo ex boss e poi aveva gettato i corpi nelle colate di cemento o li aveva fatti sminuzzare in dei tritacarne industriali per farli sparire per sempre.

Jack avanzò nella giungla e sorprese una pattuglia giapponese. Erano tre ragazzini e per il momento non l’avevano visto.
Jack si appostò, attese che passassero oltre, poi uscì allo scoperto.
Quello di retroguardia lo vide, ma Jack gli spezzò il collo abbattendogli in faccia il calcio del Garand.
Il comandante di pattuglia tentò di fulminarlo con il suo fucile, ma Jack glielo strappò di mano e lo colpì sulla spalla usando l’arma da fuoco come una mazza. Avrebbe voluto infierire, ma non lo fece perché l’uomo in avanguardia lo puntò con una Type 100.
Jack strappò dal cinturone la baionetta e la tirò contro il volto del giapponese che apriva la marcia. La baionetta bastò per cavare a quel tipo un occhio.

Il comandante cercò di recuperare il suo fucile, ma Jack lo tempestò di colpi come se l’arma da fuoco fosse una frusta. Gli spezzò tutte le ossa, eppure quello soffriva in silenzio.
Jack lo finì fracassandogli il cranio.
Adesso, tutti e tre i giapponesi erano morti.
Jack estrasse dall’orbita oculare di quel tipo la baionetta, poi gettò in terra il fucile dell’altro giapponese. Anche se Jack era rimasto a torso nudo, era stato una perfetta macchina di morte.
Fu tentato dal chiamare i superiori, Jack, e dire che aveva annientato una pattuglia giapponese, ma non se la sentì. Raccolse la paletta di uno dei cadaveri e scavò una buca, stette lì tutto il pomeriggio, nel caldo della giungla, e dopo aver finito di scavare una fossa abbastanza profonda ci gettò dentro i corpi senza vita. Allora la ricoprì di terra e ora i giapponesi erano scomparsi del tutto.

Jack aveva fatto lupara bianca.
Era una cosa automatica, un po’ gli aveva dato fastidio, ma provò lo stesso gioia. Non solo aveva ucciso, aveva disposto delle vite altrui, ma aveva cancellato dalla faccia della Terra quei tre individui. Si sentì addosso un moto di felicità perché era come se fosse tornato ai bei tempi di L.A. dove uccideva e faceva sparire i corpi. Alle volte li aveva bruciati nell’acido, oppure li aveva ficcati in dei bidoni che poi aveva fatto gettare nell’oceano.
«No…». Jack provò dolore. Era tornato ai soliti metodi. Si sentì in colpa. Lui non doveva più fare lupara bianca, lui adesso era un marine.
Quando uscì dalla giungla i superiori lo accolsero con delle occhiate curiose. «Wolf, sei madido» disse uno di loro.
«Che hai fatto?» disse un altro.

«Un po’ di esercizio fisico». Jack aveva paura che l’avrebbero punito se avessero scoperto che aveva fatto lupara bianca. Erano in uniforme, loro!, ma pure lui… Jack era confuso. Si era scelto quello pseudonimo, quando si era arruolato, perché sapeva, sentiva, di essere un predatore.

In mare, i commilitoni continuavano a dare da mangiare agli squali. Quei pescecani erano docili, inoffensivi, ma carnivori. Cosa sarebbe successo se Jack li avesse sfamati con la carne dei giapponesi? Gli fece piacere pensarlo.
Tutto sommato, Jack trovò che era rimasto un guappo della malavita e non seppe se esserne felice o meno. Ma la redenzione, allora? Dov’erano andati a finire i suoi buoni propositi?

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Chi lo ha scritto

Kenji Albani

Kenji Albani è nato a Varese il 13 novembre 1990 (è italiano nonostante il nome giapponese). Segnalato al concorso Giulio Perrone Editore nel 2008, ha poi pubblicato poco meno di quattrocento racconti fra riviste letterarie locali, siti letterari e piattaforme online. Inoltre, ha pubblicato una quindicina di articoli di vario genere (dallo sportivo al culturale, passando per la paleontologia) su siti e riviste specializzati. Nel settembre 2008 ha pubblicato per i tipi di Delos Digital l’ebook nella collana Imperium Il serpente che si morde la coda, nel gennaio 2019 l’ebook Il grande attacco per la collana History Crime e nel marzo 2019, di nuovo nella collana Imperium, Dare vita, dare morte. Al momento studia all'Università degli Studi dell'Insubria di Varese, facoltà scienze della comunicazione, e nel settembre 2018 si è diplomato come sceneggiatore di fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano. Lavora come sceneggiatore per Ilmiofumetto.

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