Il signor Malalan si interroga su cosa gli piacerebbe fare da grande (6)

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Un giorno il signor Malalan, mentre era preda consapevole della solita trance mattutina dinanzi alla vetrina di un panificio, venne svegliato bruscamente da un suono assordante. In realtà, il suono, più che assordante era semplicemente stonato. Stonato rispetto all’atmosfera romantica evocata dall’asfalto ricoperto di nebbia, stonato rispetto al profumo del pane appena sfornato e stonato rispetto alla fonte di emissione del suono stesso. Quest’ultimo, proveniva da una figura femminile -promessa di poesia nell’immaginario collettivo della società da tempo immemore. Per la precisione, si trattava di una bambina all’incirca di sette anni con l’eloquio, o meglio, lo sproloquio e gli ormoni in subbuglio di un’adolescente. La bimba, a braccetto con una vecchia che successivamente il signor Malalan scoprì essere la nonna, benché sembrasse una squillo attempata in piena attività, si era fermata proprio di fronte alla vetrina del panificio.

In quella scena, c’era qualcosa di innaturale –oltre alle poppe alte, sode e prosperose della nonna ottuagenaria e a un cavallo alato di peluche con un pisello da Guinness dei primati che penzolava dallo zainetto della puttanella in erba. Mentre, infatti, il signor Malalan sbavava alla vista dei pasticcini, la bimba rimirava compiaciuta la sua immagine riflessa nello specchio. Addirittura, dopo un attimo di esitazione per scovare il centimetro quadrato di vetro più pulito, aveva iniziato a ravviare i capelli con l’esperienza di una diva di Hollywood, a occhieggiare le tettine appena accennate e a testare la consistenza del fondoschiena con la stessa lussuria con cui il signor Malalan avrebbe voluto testare quella di un krapfen alla crema, senza, tuttavia, perdere mai di vista il membro del cavallo alato. Quel coso enorme di peluche spelacchiato sembrava darle sicurezza!

La piccoletta, inoltre, farfugliava qualcosa che in principio, il signor Malalan faticò a comprendere esattamente… e quando lo fece, rimpianse di essere perfettamente lucido e non, invece, stordito come sua zia Berta -ovviamente prima che fosse morta e sepolta. In quel frangente, anche Giacomino, il dirimpettaio sordo dalla nascita, se la sarebbe cavata meglio di lui, come Mohamed, straniero di Tangeri, Alfredo, lo schnauzer del postino, Carla, menefreghista dalla nascita, Filomena, distratta cronica, Jennifer, la puttanella del quartiere… nessuno di loro, probabilmente, avrebbe fatto caso a quei due fenomeni da baraccone e, soprattutto, a ciò che dicevano.

Il fatto è che il signor Malalan assorbe gli umori e le emozioni di ciò che lo circonda in maniera totale, come un tampone assorbe il flusso mestruale direttamente all’interno del canale vaginale, impedendo allo stesso sangue di fuoriuscire. Anche in quell’occasione, infatti, non poté fare a meno di ascoltare parte della conversazione della strana coppia di parenti. Fashion blogger e influencer furono i termini pronunciati dalla sedicente nonna che lo risvegliarono completamente dalla trance in cui era caduto, seccandogli la gola, la bava e i sentimenti. Il peggio, però, arrivò più tardi, per bocca di quella specie di nipotina moderna 2.0. Nonostante la voce della bimba fosse carezzevole, dolce e suadente, come dev’essere la voce di una giovane creatura, bastò una sola parola, stridente e disarmonica, per rompere l’incantesimo di una presunta innocenza e gettare il signor Malalan nello sconforto.
“Tronista” fu la parola pronunciata da Sharon, così si chiamava la bimba, che lo rese quasi sordo a causa di uno shock acustico dirompente come la forza di uno tsunami. Per non parlare dei gesti performativi a latere di quello spergiuro che per qualche minuto gli annebbiarono pericolosamente la vista. Mentre sillabava quel termine, infatti, Sharon iniziò, da una parte, a sistemare il perizoma capriccioso con il Grande Puffo sbiadito che sporgeva dalla cintura con strass multicolor dei pantaloni in lattice neri e dall’altra a picchiettare meticolosamente il contorno occhi specchiandosi nella vetrina -non per uccidere un moscerino, bensì, per stimolare la micro-circolazione della zona perioculare! Il signor Malalan l’aveva visto fare decine di volta a Pasqualino, il badante siculo della sua nonna con il sogno di diventare un dermatologo estetico.

Naturalmente, a monte di queste affermazioni aberranti, ma tanto moderne, c’era una domanda che fino a quel momento era rimasta imbrigliata nei labirinti della trance in cui il signor Malalan era scivolato e che improvvisamente si palesò a livello di consapevolezza. Una domanda che tutti noi abbiamo sentito decine di volte nel corso della nostra vita: “cosa ti piacerebbe fare da grande?”
Realizzato un tanto, il signor Malalan, cercò invano di modificare l’interrogativo per far sì che quelle risposte, Fashion blogger, influencer e tronista, potessero assumere un significato “lecito”. Ipotizzò di formulare il quesito in diversi modi, addirittura in inglese: “quale mestiere non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico?”, oppure “se fossi un uomo, cosa ti piacerebbe fare da grande?”, o più semplicemente “cosa non vorresti mai fare da grande?” e infine “what would you like to be when you grow up?”, “what about your future?”. Nonostante gli sforzi, il risultato non cambiò. Fashion blogger, influencer e tronista, per lui, erano e sarebbero rimasti, per sempre, termini illeciti!
Così, al fine di distrarsi da brutti pensieri e porre fine all’intromissione nella vita degli altri, decise di varcare la soglia del panificio, ordinare una guantiera di dolciumi, fare le smorfie alla nonna milfona, sistemarsi il pacco di fronte alla bambina prodigio, darsi malato e tornare a casa per crogiolarsi nei pensieri ingenui e arcaici della sua fanciullezza.

La prima volta che qualcuno chiese al signor Malalan “cosa ti piacerebbe fare da grande?” lui, non se lo ricordava proprio. La mamma, però, gli raccontava spesso una storia bizzarra. Pare che quando lui era ancora in fasce, addirittura prima, nella sala parto, il ginecologo di turno, nell’atto faticosissimo di farlo venire al mondo avesse esclamato: “il piccolo signor Malalan da grande farà… “senza riuscire, però, ad aggiungere altro, forse per educazione o più probabilmente, per sfinimento.
Nei due giorni precedenti al parto, il feto “signor Malalan” aveva creato notevole scompiglio tra medici e infermieri cambiando posizione più volte, camuffando il battito cardiaco e ponendo seri dubbi sulla sua presunta virilità, dal momento che si contorceva come una biscia con le convulsioni. Ad ogni modo, a voler essere precisi, il dottore, non si era espresso con alcuna domanda, piuttosto aveva azzardato una sorta di profezia, lasciando pure quella a metà. Nessuno, infatti, ha mai saputo cosa avrebbe detto se fosse riuscito a terminare la frase prima di cadere a terra, morto, per un infarto fulminante.

In realtà, il signor Malalan ricordava perfettamente quando aveva riflettuto per la prima volta su quello che gli sarebbe piaciuto fare da grande. All’epoca frequentava la scuola materna. Era un giorno di primavera inoltrata quando, durante l’ora di svago in giardino, accadde un fatto che lo turbò profondamente per molti anni. Una bambina, tale Ilenia, dopo essersi arrabbiata con la maestra, sparì nel nulla. Di norma, i dissapori con gli educatori, assai frequenti, inducevano i piccoli a nascondersi in un armadio, oppure in bagno, oppure ancora in un’altra aula del comprensorio scolastico, per evitare le ramanzine. E di norma, dopo qualche minuto, tutto tornava alla normalità. Il mistero veniva risolto dallo stesso bimbo che, stufo di starsene in disparte, ricompariva come se nulla fosse successo e, in effetti, non succedeva mai nulla.

Il caso di Ilenia, invece, fu diverso. Per dieci lunghissimi minuti non ci furono notizie della piccola, fino a quando, un pianto sommesso attirò l’attenzione di un merlo che, gracchiando a squarcia gola, attirò l’attenzione del bidello che, a sua volta, urlando improperi attirò l’attenzione di una maestra. Ilenia si era arrampicata su un albero e poi, paralizzata dalla paura non era più stata in grado di muovere un arto! Nessuno, tra educatori, bidelli e cuochi della mensa -tutti agitati e per malaugurata coincidenza, tutti in sovrappeso- riuscì a calmarla o a salire sull’albero. Così furono chiamati i vigili del fuoco che arrivarono in un batter d’occhio, a sirene spiegate, su una camionetta rosso fiammante.
Erano in tre, ma sembravano l’esercito della salvezza: passo sicuro, sguardo magnetico e sorriso rassicurante. In pochi minuti tranquillizzarono Ilenia, la raggiunsero tra le fronde dell’albero e, in men che non si dica, la riportarono a terra. Sana, salva e innamorata. Già, Ilenia si innamorò di Carlo, il pompiere che l’aveva strappata all’abbraccio, quasi fatale, dei rami del faggio secolare, sorprendentemente gelosi e possessivi.

Il signor Malalan rimase ipnotizzato di fronte alla scena del salvataggio e dell’innamoramento. I pompieri, visti dal vivo e in azione erano la cosa più emozionante che avesse mai visto, o quasi… in effetti, c’era un’altra cosa che in quell’occasione aveva attirato la sua attenzione distogliendolo dall’idea di voler diventare un vigile del fuoco. Mentre infatti, aveva seguito con curiosa attenzione tutte le operazioni di soccorso, si era accorto che stando vicino all’albero, era riuscito a sbirciare sotto la gonna della bambina e cosa ancora più straordinaria, si era accorto che da quell’angolazione, il fatto che Ilenia fosse bruttina, non aveva alcuna importanza. Il panorama, visto da lì, era suggestivo e, in qualche modo, promettente. Allora aveva capito: da grande avrebbe fatto il maestro d’asilo. Naturalmente, sarebbe stato molto severo e autoritario, cosicché, le bambine, una volta contrariate, avrebbero potuto scegliere un albero per sfuggire alla sua ramanzina e allora…

Questo proposito durò anni, poi, giunto alle elementari, il signor Malalan, cambiò idea. L’esperienza sgradevole di vedere oscurato quel panorama mozzafiato da sonori ceffoni e la comparsa di un’artrosi cervicale precoce curata con lunghi e dolorosi trattamenti fisioterapici, lo fecero optare per qualcosa di più classico. Forse condizionato dai compagni di classe pensò prima all’astronauta, poi al poliziotto e, infine, al bagnino; solleticato dai fumetti, invece, pensò al marinaio, al ranger e alla rock star. Dopo di che, probabilmente convinto proprio dalle penose manovre del fisioterapista, pensò che da grande sarebbe diventato un chiropratico, oppure un anestesista! Prima dell’adolescenza, addirittura, ci fu un periodo in cui considerò l’idea di intraprendere la carriera del bandito idealista alla Robin Hood. Con la pubertà, però, tutto ciò fu messo in discussione. In prima battuta, il senso stesso di quella domanda “cosa ti piacerebbe fare da grande?”.

All’ingresso del tunnel dell’adolescenza, il signor Malalan obiettò che quell’interrogativo dovesse per forza sottintendere, in maniera implicita, “quale mestiere ti piacerebbe fare?” e non, semplicemente, “cosa ti piacerebbe fare?” perché su questo era preparato… Al signor Malalan, infatti, da grande sarebbe piaciuto fare, in ordine casuale: l’artista di strada, lo sciupafemmine, il pensionato giovane, l’ostaggio di una ninfomane, il profeta, l’accattone, il filosofo, il banditore d’asta, il delinquente abituale, lo scrittore, il divo del condominio, un personaggio dei fumetti, la cavia umana… all’uscita del tunnel dell’adolescenza, però, si perdono le tracce sulle sue voglie, ambizioni, desideri e sui mestieri che, effettivamente, decise di imparare.

Con la maturità, pare che il signor Malalan abbia iniziato a dare libero sfogo alla sua immaginazione e a confondere chiunque cercasse di comprendere qualcosa di più sulle vicissitudini della sua vita privata o della sua interiorità rispetto a quello che lui stesso era disposto a svelare, con le opportune censure, ovviamente.
Si narra, pertanto, come fosse una leggenda, che il signor Malalan sia stato e sia tuttora un amante appassionato della vita nelle sue infinite sfaccettature. Dal punto di vista professionale, viene dato per certo che abbia rivestito i panni del pasticcere, del gigolò, ma solo per volontariato, del badante, sempre per volontariato, del ricercatore in ambito umanistico, del cameriere, del funzionario pubblico, dello scrittore, del musicista, del consulente filosofico…

Ma arriviamo al giorno d’oggi. Al giorno in cui il signor Malalan incontra la nonna milfona e la nipotina prodigio. Al giorno in cui si rifugia a casa con una guantiera di dolciumi e con l’intenzione di crogiolarsi in nostalgici ricordi. Al giorno in cui, ripensa, dopo tanti anni, a quell’interrogativo: “cosa mi piacerebbe fare da grande?”
Nulla di più facile per il signor Malalan che dopo una vita, lunga chissà quanto, trascorsa tra mille avventure, emozioni, artifici, raggiri e fantasie non abbia alcun dubbio e prima di chiudere gli occhi, intontito da un picco glicemico, risponda ad alta voce, senza alcuna esitazione: “mi piacerebbe fare il signor Malalan, naturalmente, e basta!”.

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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