Domenico Letizia: “Vi racconto le montagne russe di Masterchef”

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Se entrare nella cucina di Masterchef è molto difficile, uscirne è praticamente impossibile. E non è certo l’esito della gara, laddove a vincere alla fine è soltanto uno, a determinare questo rapimento. Ce lo ha raccontato, con gli occhi colmi di gioia, Domenico Letizia, avvocato casertano che con stile e garbo si è messo in evidenza nell’ultima edizione – tutta la stagione di MasterChef, il cooking show di Sky prodotto da Endemol Shine Italy, è disponibile on demand – del talent show culinario più famoso d’Italia e non solo.

Domenico, tu ti sei sempre dilettato in cucina. Dai piatti che posti abitualmente sui tuoi canali social è sempre stato chiaro che avessi un profilo tagliato per Masterchef, almeno per partecipare alle selezioni. Cosa ti ha spinto, quest’anno, a presentare la domanda?

Sì, ho sempre avuto la passione per la cucina e ho sempre seguito il programma. Negli ultimi anni avevo il pallino di provarci, ma non mi decidevo perché non pensavo di essere un competitor all’altezza, anche perché, pur essendo consapevole del mio valore di cuoco amatoriale, tendo sempre a essere autocritico. Quindi l’idea restava lì, senza prendere forma. Quest’anno, non so perché, ho preso coraggio. È capitato per caso: vidi per l’ennesima volta l’annuncio sulla pagina ufficiale che mi ha fatto rompere tutti gli indugi. Forse mi sono deciso anche perché qualche mese prima mia mamma non era stata bene (adesso fortunatamente si sta riprendendo), e quindi ho preso coscienza del fatto che nella vita ci sono cose ben più importanti di una selezione per un programma televisivo. Per cui, con serenità, ho fatto la domanda consapevole sì che non mi avrebbero preso, ma anche per non avere alcun rimpianto.

domenico felice

Domenico esulta per l’ingresso nella Masterclass

Raccontaci un po’ della selezione. È stata dura? Quanti ne eravate?

Dati alla mano non ne abbiamo, ma si parla di migliaia di persone. Eravamo tantissimi già a Napoli, dove ho iniziato io le selezioni. I casting durano per diverso tempo e sono tantissimi. Si parte dai casting iniziali con cui si soppesano le conoscenze di base. E poi man mano si sale di livello e iniziano le vere e proprie sfide. La scrematura è costante e c’è una lunga trafila da superare prima di arrivare davanti ai giudici.

E cosa provavi man mano che andavi avanti? A un certo punto non ti veniva da pensare: “Oh, ma questi quando mi eliminano”?

Sì, infatti (ride, ndr)! C’è sempre stata quella sorta di stupore ogni volta che superavo un casting. Però poi iniziavo a crederci. L’iniezione di fiducia diventava costante, alimentava l’autostima, e quindi poi la domanda diventava: “Perché non dovrei superare anche il prossimo?”. Insieme all’emozione cresceva anche la voglia di arrivare, conservando però sempre l’immancabile autocritica e cercando di stare coi piedi per terra. Poi arrivò la chiamata, e in quel momento ho vissuto una vera e propria girandola di emozioni: incredulità, gioia, felicità… tutte queste cose insieme e molto altro. Sai, per chi ama la cucina andare a Masterchef è una soddisfazione immensa. Ho sentito di aver vinto già quando mi hanno confermato che sarei andato davanti agli chef. È stata una roba tipo lo scudetto del Napoli. Mi sono emozionato come un bambino e qualche lacrimone è sceso. Non mi sarei mai immaginato di arrivare lì e ricevere i complimenti. Quando Barbieri assaggia il mio piatto di pasta fresca e minaccia di mangiarlo tutto è stata una gioia pazzesca, anche alla luce del fatto che, personalmente, non ho mai partecipato a corsi di cucina, nel mio piccolo tutto quello che so l’ho imparato da qualche libro e soprattutto da mia nonna. A livello emotivo si è trattato di qualcosa simile alle montagne russe. Quello è un contesto che ti rapisce, c’è poco da fare. La notte prima non avevo chiuso occhio. Un uragano di emozioni sotto tutti i punti di vista.

Ho visto che te la sei cavata piuttosto bene davanti alle telecamere.

Non è stato semplice stare davanti alle telecamere. Dovevi gestire l’emozione in relazione a quello che andavi a fare. Tenere a bada la pressione. Sfido chiunque a cucinare anche un uovo fritto davanti a chef stellati. Pressione, tensione, ansia, tre sensazioni che allo stesso tempo implicavano una concentrazione massima, adrenalinica, qualcosa di positivo. Quindi poi riesci a fare bene. Ma in generale, non solo in questi ambiti, è un qualcosa che ti serve. Pure il tuo cavallo di battaglia puoi sbagliarlo in quelle condizioni di pressione. Può capirlo solo chi lo ha vissuto. Una bella storia, molto molto bello.

Tu hai detto più volte che per te rappresentava un successo già il fatto di essere arrivato lì. Molti concorrenti invece hanno ribadito, nei loro confessionali, di essere lì per vincere. Cos’è quella, ambizione sfrenata o un modo poco calibrato di gestire le emozioni?

piatto d'ingresso

“La Fenice, omaggio alla mia terra”, il piatto con cui Domenico ha strappato i 3 “Sì” più importanti

Ognuno di noi era diverso. Caratterialmente e in ambito culinario. Quest’anno era veramente alto il livello, ricordo che si è iniziato con il midollo di tonno… Coabitavano diverse anime all’interno della classe. Personalmente io ho sempre osservato gli altri, ma ho preferito sempre e solo concentrarmi su me stesso. E torniamo sempre lì, alla gestione delle emozioni. Temo solo me stesso, ma non per presunzione, ma perché la cattiva gestione può portarti a non dare il meglio di te. Non ho mai cercato beghe. Non faccio cose che non mi appartengono solo perché sono in televisione. Alcuni si sentivano più sicuri tanto da dichiarare le proprie ambizioni…. Ma alla fine uno solo vince. Mantenere un profilo basso non vuol dire non essere ambiziosi… Magari non condivido l’impostazione che qualcuno ha dato alla propria storia…

Nel momento in cui ti sei rivisto in TV cosa hai pensato quando, prima di una sfida, hai ascoltato Maria Teresa dichiarare “Domenico? Irrilevante”?

Fortuna che non me l’hanno mai detto i giudici (ride, ndr)! Non ho dato peso alla cosa in virtù del mio modo di essere. Dare peso a qualcosa del genere non fa proprio parte della mia natura, tanto è vero che non ho mai scritto nulla in merito. Certo è che non posso dire che sia stata una cosa carina, mettiamola così. Ma non perché non si possa esprime il proprio pensiero, ci mancherebbe altro, ma solo perché si è trattato di una dichiarazione che stonava con quelli che erano poi i comportamenti e gli atteggiamenti a telecamere spente. Mi è sembrato fuori luogo in relazione al percorso e alla conoscenza in atto, tutto qui. Personalmente non ho mai considerato Masterchef come una rivincita sociale. Non sono solito sgomitare per guadagnarmi il mio spazio. Sono pacifico, non suscito né attiro ire. Al massimo pratico l’indifferenza.

Veniamo alla competizione. Antonio, il vincitore, era il più forte?

Antonio è forte, un ragazzo brillante, preparato. È riuscito a gestire meglio di altri tutta la complessità della situazione. Anche Francesca e Nicolò meritavano. Ognuno ha il suo modo di porsi, non puoi piacere certo a tutti. L’importante è che ognuno sia se stesso. Poi anche la strategia ti porta ad essere infelice in alcune uscite e magari vincente in altre. La competizione esiste, e può farla da padrona. E spesso riguarda ogni singolo dettaglio, come stiamo vedendo in questi giorni seguendo The Last Dance. Comunque la cosa più bella che mi porto dietro da Masterchef è il lato umano: Nicolò, Francesca, Luciano, Antonio, Giulia, Andrea, Davide, con loro si è creata una splendida armonia. Una connessione piacevole, ci sentiamo quotidianamente… quella è la parte più bella. Se pure c’è una corsa da fare, la cosa importante è quello che provi mentre corri. Anche per questo non ti nascondo che avrei voluto restare in gara un po’ di tempo in più, e non solo per l’aspetto competitivo – che senz’altro c’è -, ma soprattutto perché quando vivi sensazioni così forti fai fatica poi a lasciarle.

pacca sulla spalla canna

Ricevere una pacca sulla spalla da chef Cannavacciulo non è una cosa che si può dimenticare facilmente: fa ancora male…

Senti, questa in cui viviamo è l’epoca dell’immagine e della comunicazione, due aspetti che inevitabilmente influenzano anche la cucina. Come si fa a calibrare gusto e impatto visivo? A volte l’eccessiva ricerca del “bello” non può pregiudicare la “sostanza”? Tra gel, riduzioni, fondute e scomposizioni non si rischia di trasformare la cucina in un mero esercizio di stile? Nel luogo della vanità?

I passi avanti che ha fatto la cucina nell’ultima decade, proseguendo il discorso inaugurato negli anni ’80 da Gualtiero Marchesi e puntando sul connubio tra tradizione e innovazione, sono evidenti. Sì, sicuramente la versione gourmet, quindi anche l’impatto visivo, è fondamentale. Però è anche vero ciò che disse una volta Iginio Massari: “L’uomo del bello non è mai troppo sazio”. Comunque sì, è complicato bilanciare entrambi gli aspetti, rispettare l’equilibrio degli ingredienti. Però va anche detto che un piatto non serve solo per nutrirti, ma anche per provare emozioni, solleticare profumi e ricordi. Si parla di cucina rievocativa. A me piace presentare un piatto della tradizione che possa preliminarmente emozionarti e introdurti al gusto che stai per provare. Creare connessioni tra papille gustative e cervello, viaggi sensoriali. Quindi è ovvio che l’occhio ha la sua importanza, ma personalmente cerco sempre di evitare di esagerare, anche se la cucina è creatività, per cui allo stesso tempo non bisogna nemmeno limitarsi perché magari si ha paura del giudizio altrui. Il bravo cuoco è colui che riesce a essere creativo, dare una propria impronta, senza stravolgere la tradizione.

L’esperienza di Masterchef ha avuto l’effetto di rinsaldare i tuoi punti di forza o, al contrario, di fare emergere qualche punto debole su cui devi lavorare?

uova asparagi

Asparagi saltati, uovo in camicia, fonduta di Parmigiano e crumble di pane (foto presa dal profilo IG di Domenico Letizia)

Dal punto di vista culinario sono cresciuto tantissimo. Si pensava alla cucina 24 ore al giorno, sia durante le registrazioni che quando si tornava a casa. Si leggeva, cenava insieme, si parlava, si cercavano abbinamenti particolari, era un confronto costruttivo continuo. Nondimeno, anzi, c’erano i consigli degli chef quando venivano alla postazione. Sia una critica che il piccolo complimento rappresentavano una spinta importante, era quella cosa in più che cercavi sempre. È un ambiente che ti porta a migliorare, una full immersion. Una vera e propria specializzazione, un master. Considera che nella vita di tutti i giorni, visto il mio lavoro di avvocato, mi capita di cucinare soltanto il sabato e la domenica. Mentre lì tutto il tempo a disposizione era per la cucina. La crescita è stata esponenziale e in breve tempo.

Com’è stato il rapporto con i giudici? Ho visto che hai legato molto con chef Locatelli, con cui avete realizzato anche una diretta Instagram.

Ho avuto un buon rapporto con tutti. Però è vero che con Locatelli c’è stata maggiore empatia a livello caratteriale. Avevo la sensazione che lui capisse quando magari ero un po’ nervoso e quindi non veniva a punzecchiarmi… È chiaro che non stiamo qui a decantare le sue doti di chef perché sono note in tutto il mondo, parlo quindi del lato umano: ho percepito grande empatia. Connessioni umane inspiegabili che ti portano a legare maggiormente con delle persone piuttosto che con altre. Un po’ com’è avvenuto con gli altri compagni di viaggio. Anche lo stile, l’aplomb, il garbo di chef Locatelli sono cose che si avvicinano al mio modo di essere. Il suo modo di presentarsi mi è piaciuto subito. Poi ovviamente c’è stata grande simpatia con chef Cannavacciuolo, di cui ho ancora il segno della pacca sulla spalla (ride, ndr). Mentre fu divertente il siparietto con chef Barbieri, che si offese perché, in occasione della prova “fatale”, gli dissi che avrei preferito il frigorifero di chef Cannavacciuolo…

Quando i giudici vengono alla tua postazione a controllare il tuo lavoro in corso d’opera, li vedi come risorsa o come “elementi di disturbo” fonti di ansia?

Tu speri di vederli come risorsa. Ovviamente cercano di aiutarti. Magari se sei fortunato e passano all’inizio è meglio, perché se stai sbagliando qualcosa sei sempre in tempo a rivederla e magari optare per il piano B. Questo aspetto devo dire che è proprio figo, perché devi possedere una mente elastica e metterti sempre in discussione e, all’occorrenza, essere pronto a cambiare strategia. Rientra nella girandola di emozioni di cui parlavo prima e che permea tutte le fasi del programma. Per spiegarlo devi viverlo.

Com’è stata la gestione della popolarità?

carne

Tataki di ventresca di tonno rosso, scarola scottata, gel di lamponi e aceto balsamico, nocciole tostate (Foto presa dal profilo IG di Domenico Letizia)

Nel mio paese, Marcianise, mi conoscevano già più o meno tutti. Anche l’avvocatura ovviamente mi porta a entrare in contatto con diverse persone. Devo dire però che anche se è molto piacevole essere riconosciuto in altri contesti, per strada o anche al San Paolo o in tribunale, non mi sono ancora abituato. Non credo che questa cosa mi cambierà, anche perché sono una persona tranquilla, riservata, non cerco il successo. Ti confesso che a volte capitano cose assurde. Un giorno una signora mi mandò la foto del figlio che a Carnevale si era vestito come me: è stato anche un po’ imbarazzante (ride, ndr). Così come quando siamo stati a Mondello con Nicolò e gli altri amici-concorrenti, e tutti ci fermavano. Abbiamo impiegato diverse ore per percorrere tutta la spiaggia.

Il tuo sogno è quello di sfruttare l’onda di Masterchef per aprire un ristorante. Su cosa punterai? Cosa dobbiamo aspettarci?

Punterò sul territorio. Quando accadrà, il ristorante avrà sede qui a Marcianise. È un mio sogno. Il tema fondamentale sarà partire da una trattoria gourmet, da una proposta di piatti e prodotti legati alla tradizione, esaltare le eccellenze, puntare sulla cucina rievocativa, rivisitare, creare connessioni con altri prodotti del territorio italiano, suggerire contaminazioni. Chiaramente questa situazione emergenziale legata al Coronavirus ha rallentato il meccanismo che già si era messo in moto. Adesso la ricerca del locale dovrà tenere conto anche del rispetto dei protocolli di sicurezza. Vorrei comunque creare percorsi di degustazione che ti facciano sentire sì a casa, ma anche viaggiare un po’ con la mente e con il gusto verso altri territori. Magari proporre qualche corso di cucina… Insomma, le idee sono tante. Certo è che dovrò essere all’altezza delle aspettative, perché è inevitabile che l’esperienza di Masterchef oltre alle emozioni porti con sé anche delle responsabilità. Vediamo che succede. Spero che questa emergenza termini il prima possibile, perché non vedo l’ora di mettermi in gioco.

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