Vite spezzate

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Ascolto mio marito che parla con i colleghi, i primi giorni mi appariva strano ma ora mi ci sono abituata. Vi chiederete cosa c’è di strano? In trentuno anni mai un giorno di lavoro da casa on line e poi, d’improvviso, eccolo alla scrivania che era la mia rintanato in quel cantuccio di vita giornaliera nella propria home.  Lì dove io ero solita correggere i compiti in classe ora c’è lui.

Si è adattato, oggi è contento domani o ieri un po’ meno, ma tutto sommato la vita prosegue con un ritmo meno frenetico dei tempi più rilassati tra le quattro mura domestiche.
Nei momenti tranquilli, quando non penso alla pandemia, mi sembra di rivivere in uno dei tanti romanzi di fine Ottocento in cui la vita scorreva lenta, ci si incontrava per il tè si scambiavano chiacchiere tra parenti e conoscenti. Poi apro gli occhi e ricordo dove sono.

Uno psicologo di cui ho recentemente ascoltato una conferenza ha definito le nostre vite: Vite Spezzate.
Spezzate da un evento straordinario che ha d’improvviso stravolto la nostra vita.
Da un giorno all’altro sono morte centinaia di persone, ci siamo rinchiusi in casa come animali impauriti, non andiamo più a fare visite mediche se non in casi del tutto necessari, indispensabili.
D’improvviso come per una nevicata eccezionale le scuole sono rimaste chiuse con la differenza che la neve dopo qualche giorno si scioglie, tutto torna come prima il virus invece resta, persiste, si accanisce.
I ragazzi sono esuli tra le mura domestiche affidati, quando ci sono, alla cura dei genitori o dei nonni. Soli con sé stessi e con il mobile phone fedele compagno di giochi.
Gli universitari sono, chi ha potuto, ritornati nei luoghi di origine e si chiedono cosa accadrà, quando potranno dare gli esami, come costruiranno il loro futuro?

Mi sono chiesta perché lo Psicologo ha utilizzato il termine Spezzate e non Interrotte.
Per rispondere è bastato guardarmi, ricordare le tante persone conosciute personalmente o virtualmente in questi anni le quali vivono la mia stessa condizione.
Penso a Roberta che abita in provincia di Napoli e da quattro anni è affetta da Encefalomielitemialgica. Sì un po’ lunga questa parola allora la hanno siglata come CFS (cronique fatigue syndrome), oggi molte malattie vengono definite sindromi.
Penso ad Alina 20 anni di Sondrio la quale mi ha raccontato di camminare così lentamente da paragonarsi alle signore di 80 anni.
Penso ad Elsa la cui preadolescenza è stata spezzata da questa malattia perché le impedisce di andare a scuola, di socializzare con i compagni, di costruirsi una rete di amicizie, insomma di svolgere la vita di una adolescente.
Penso a Fabio circa 40 anni che da anni lavora da casa in remoto, come fanno molti di voi.
Penso a Viviana che a 40 anni ancora non riesce a riprendere il lavoro.
Penso alla mia cara amica Luciana che è riuscita a non perdere il lavoro, ma da insegnante è stata costretta a diventare bibliotecaria.

2vsi5tyPenso a Iolanda, pugliese, la quale è riuscita a sposarsi giusto in tempo e con tanta forza di volontà ha messo al mondo una stupenda bambina.
Penso a tutti quelli più giovani di me che forse non riusciranno mai a costruirsi un futuro indipendente.
Penso a quelli che stanno ancor peggio di chi ho poc’anzi elencato perché vivono tra il letto e la poltrona.
Sento parlare conoscenti ed ascolto amici lamentarsi, chiedersi quanto durerà :
Non più una chiacchiera con un amico al bar,
non più una passeggiata in centro,
non più lo shopping del sabato sera,
non più jogging al parco o per strada da soli o con un compagno,
non più una passeggiata in bici, e via via così.

Ecco in questa condizione di resilienza casalinga gli ammalati di malattie croniche invalidanti come la ME/CFS ci si trovavano già, per loro non è cambiato nulla.
Non si trovano oggi per la prima volta a rinunciare ad una lunga passeggiata, ad una chiacchiera a sera tarda con gli amici, semmai si accontentano di una video chiamata e così via, le vite di queste persone si sono già da tempo ridotte al necessario.
Le loro priorità sono: il lavoro, se possono ancora lavorare, il bene della famiglia e dei figli se li hanno, il bene dei genitori. Per il superfluo non c’è tempo o meglio non restano le energie.
In questi giorni, da quando il Covid è piombato nelle nostre vite, si è elogiata molto la famiglia i politici hanno lodato la famiglia italiana come cellula primaria della società. Ebbene è proprio così perché se io non avessi mio marito ad aiutarmi ,sostituirmi con tutto ciò che in casa richiede maggiore energia e forza, come sollevare un cesto pieno di frutta, trasportare la spesa dal supermercato a casa e via di seguito, riuscirei da cinque anni solo, forse, a badare a me stessa, ma certo non ad un’intera famiglia. Senza fare retorica la famiglia è la cellula sulla quale la società si sostiene ed è grazie a questa che tutti gli ammalati riescono a portare avanti le loro giornate le loro vite. Purtroppo, c’è chi la famiglia non la ha, è solo, in questi casi la condizione di un ammalato di M/E è davvero triste.

Chi come me vive la condizione casalinga spesso non per scelta ma per necessità vede già da tempo la realtà in maniera diversa. Ha capito che la libertà la conquista ogni giorno con gli atti le scelte, i desideri le rinunce, le emozioni, i sentimenti. Da quando ci si alza la mattina tutto è una conquista, preparare il pranzo, dare l’acqua ai fiori, e i semplici gesti quotidiani acquistano un Senso. L’attenzione che prestiamo ogni giorno a questi piccoli ma fondamentali atti quotidiani ci fa notare quanto sono vitali ed importanti per noi.
Allora un consiglio in questi giorni di reclusione forzata provate ad affrontare la vita in modo più attento guardando ai vostri gesti quotidiani come unici, rinunciando ad azioni superflue e pensando a chi non può più farli.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Ho riletto più volte il testo, cara Marina. Ho riflettuto molto sulle sue parole. È vero, le persone in questo periodo di reclusione fra le mura domestiche hanno trovato mille modi per lagnarsi della condizione. Non sono nemmeno state in grado di pensare che la situazione corrente è temporanea, non durerà all’infinito. Le persone si sono smaccatamente dimenticate che ci sono tante altre persone d’ogni età che devono vivere guardando il mondo dalla finestra, che faticano a svolgere mansioni minimali, che non sanno nemmeno cosa significa salire su un’auto e recarsi al supermercato gingillandosi fra marche variopinte ed etichette piene di scienza e coscienza (si fa per dire). Io penso che forse lo psicologo da lei citato, cara Marina, si riferisse alle vite spezzate di quella moltitudine di persone che non sono in grado di far girare neanche al minimo il proprio cervello. Sono costoro da commiserare e considerare più che vite spezzate, vite rotte, proprio rotte definitivamente, irrimediabilmente. Come definire le persone che hanno lamentato assalti proditori alla loro libertà di decidere se essere salvati, totalmente incuranti del fatto che loro stessi potevano mettere a repentaglio la vita degli altri.? Belle persone, bel civismo. È proprio alla luce di cotanta civiltà che ho la modesta certezza che, una volta terminata anche questa emergenza, il mondo continuerà a girare come al solito, alla vecchia maniera : ognuno per sé e Dio per tutti. Chi ce la fa, bene ; chi non può si rassegni e se ne stia zitto. Per non parlare del mantra dei consumati pedagogisti del bicchiere mezzo pieno: “Ma-che-ti-lamenti-a-fare-datti-una-mossa-è-solo-questione-di-pensare-positivo-cambiare-punto-di-vista”. E mai che cotali “esperti” si sognino di postulare il punto di vista congruente e di declinare la positività del caso concreto in questione. Va da sé che chi è affetto da qualsivoglia inabilità pensa che c’è sempre un peggio a tutto e si dà coraggio più che può altrimenti non arriverebbe a fine giornata. Mi sembra cristallino. Sulla base di ciò che abbiamo visto e sentito nei giorni bui del coronavirus, penso che non ci si debba per niente interrogare su come vivremo per l’ innanzi. Il vecchio mondo continuerà a girare rotto, spezzato e, per l’appunto, vecchio. Esattamente come prima.

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