La coscienza dimidiata: riflessioni sulle contraddizioni dell’animo umano tra Calvino ed Euripide

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Avevo quindici anni quando per la prima volta intuii che l’essere umano è un fastello di contraddizioni. Ognuno di noi espone il proprio animo al sole, in luoghi dove può essere facilmente illuminato, reso solido dalla certezza che alcune cose si trovano esattamente dove devono essere; ingentilito, a tratti anche intestardito, dalla consapevolezza di agire per il bene, secondo le migliori intenzioni. Tuttavia, come c’è sempre un momento della giornata in cui i posti bagnati di luce vengono oscurati dall’affastellarsi delle ombre, così arriva un momento dell’esistenza in cui la porzione d’animo esposta al sole viene coperta dalla nuvola del dubbio, mentre forte diventa l’impulso di fare qualcosa di sbagliato, prima di riaccendere nuovamente la luce. Fu allora che scoprii che sulla nostra coscienza può addensarsi un’ombra che non sempre è causa di un improvviso blackout, ma è in realtà parte della coscienza stessa, tanto quanto il sole che ci portiamo dentro. E scoprii anche, e questo cambiò il mio modo di vedere le persone e perfino me stessa, che se luce e buio sono parte di ognuno di noi, se siamo sbilanciati equilibristi con un piede sul filo del bene e con l’altro su quello del male, allora la coscienza non è univoca, perché ogni uomo ha la sensazione di essere intimamente spaccato, con l’anima tesa tra due poli opposti.

Avevo quindici anni quando lessi “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino, e nella mia mente si affacciò per la prima volta la consapevolezza di tutto questo, l’idea della duplicità umana. Questo in breve è il racconto di Calvino. Durante una fiabesca quanto storicamente realistica guerra contro i Turchi, Medardo, un prode visconte seicentesco, viene colpito da una palla di cannone durante una battaglia. Tuttavia, il protagonista, anziché morire sul colpo, si ritrova improvvisamente dimezzato, letteralmente diviso in due metà capaci di agire e pensare secondo una propria coscienza. Sbalzate via a seguito del colpo, le due parti di Medardo girovagano in posti diversi, andando l’una alla ricerca dell’altra, per potersi riunire nella totalità unica che era il visconte prima di essere spezzato a metà. Metà che, guarda caso, hanno due nomi evocativi: una si chiama il Buono, l’altra il Gramo, e non serve aggiungere altro per capire chi tra le due si comporta bene e chi, invece, ha la tendenza a compiere azioni malvagie. Alla fine della storia, Medardo torna ad essere intero: si sposa, ha figli e vive per sempre felice e contento, secondo il tradizionale cliché conclusivo delle fiabe. IMG_6574Ma l’intento di Calvino non era quello di scrivere una fiaba, tanto che nella nota del 1960, che spiega perché “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente” siano stati raggruppati nel volume “I nostri antenati”, lo scrittore pone ai suoi lettori un interrogativo: la ri-unione tra la metà buona e quella cattiva di Medardo può essere considerata vera interezza? O è, piuttosto, un’integrazione tra le parti, un amalgama imperfetto tra luce e ombra interiori, senza che nessuna delle due ricopra l’altra, cosicché la coscienza del visconte sia sempre intimamente lacerata, divisa tra giusto e sbagliato, anche se il suo involucro esterno, cioè il corpo, appare simmetrico ed unito nelle sue parti? A quel punto capii che “Il visconte dimezzato” non è solo una fiaba, ma piuttosto un’allegoria della natura doppia dell’essere umano, perennemente dimidiato tra bene e male, ragione e sentimento, volere e dovere, sogno e realtà, libertà e limite. Secondo Calvino, scindersi in due metà opposte e conflittuali, e pendere ora verso il polo positivo ora verso quello negativo della propria persona, è fondamentale per avere una conoscenza più profonda di sé e del mondo.

La nostra coscienza è in conflitto con sé stessa, e ci chiama a scegliere chi vogliamo essere. Fu questa riflessione che il visconte di Calvino aveva lasciato nella mia mente a tornare a galla, svariati anni dopo, quando compresi che il dissidio interiore di ogni individuo non si risolve solamente perseguendo il bene oppure il male: a volte, la persona si può fratturare in due metà di altra natura, e dividersi tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere. E no, questa consapevolezza non prese forma nella mia testa leggendo le opere di Pirandello, che certamente trovo attuali, ma in onestà non sento dentro come un pugno; piuttosto, essa fiorì in me mentre mi perdevo tra le pagine di un altro libro, anzi di una tragedia greca, “Le Baccanti di Euripide”. Quest’opera è l’unica di tutta la grecità antica ad avere per protagonista Dioniso. In quanto dio del vino, bevanda che da sempre ha il potere di alterare i sensi degli uomini, Dioniso rappresenta il caos, il disordine, l’evento improvviso che può cambiare un istante o tutta la vita di una persona. Con il suo arrivo a Tebe, Dioniso sconvolge l’esistenza del re Penteo, eroe tragico, fragile protagonista del testo euripideo, destinato a soccombere per volere del dio. Il punto nevralgico della tragedia è il dialogo alla corte di Penteo tra questi e Dioniso. Il dio, da poco giunto in città, ha incantato tutte le donne tebane affinché si rechino ubriache a danzare per lui sul Monte Citerone. Per questo, Penteo, che da tempo ha bandito il culto dionisiaco da Tebe, perché troppo pericoloso per la morale comune, minaccia di far arrestare Dioniso se non riporterà ogni fanciulla tebana a casa. Tuttavia, durante questa conversazione, qualcosa pian piano si smuove nel cuore del re: abbacinato dalla bellezza disarmante di Dioniso, di cui ammira il viso e i riccioli, sente destarsi in sé la curiosità di assistere proprio ai tanto pregiudicati riti delle baccanti. Il desiderio di osservarle in azione è talmente forte che d’un tratto Penteo si arrende alle proprie pulsioni, pregando il dio di consentirgli di assistere ad una battuta di caccia delle sue sacerdotesse. A questo punto, diventa evidente che il vero motivo dell’avversione di Penteo verso Dioniso non è il rischio che questi possa corrompere il costume dei sudditi. In realtà, Penteo ha sempre respinto il dio e la violenza della vita che rappresenta perché ne è attratto, sebbene ciò sia inconciliabile con il suo rigido ruolo di capo di Stato. Il punto è che Penteo non è solo un re ligio al dovere, ma ha in sé anche un’energia frenetica e selvaggia, un desiderio di follia che non riesce più a reprimere. Ormai, egli è disposto a tutto: sospeso da sempre tra razionalità e irrazionalità, ha fatto un salto nel baratro di quest’ultima. Per evitare che le baccanti si infurino, qualora scoprano che Penteo, un uomo, le sta spiando, Dioniso lo fa travestire da donna, in modo che le sacerdotesse non lo riconoscano. Ma al re non importa della ragione di quel travestimento, non sembra nemmeno ascoltare il piano mentre al v. 934 dell’opera dice al dio «fammi bello, sono tuo», e si compiace di indossare quelle vesti femminee, rappresentazione materiale che il limite è stato valicato. La tragedia si conclude con l’attuazione della vendetta di Dioniso, che tradisce Penteo e rivela alle baccanti che il re le sta spiando nascosto sulla cima di un albero. IMG_6578Le sacerdotesse, folli di rabbia, lo catturano, lo picchiano e lo fanno a pezzi. Letteralmente: con le sole mani nude, ebbre di vino e sangue, staccano parti del corpo di Penteo. Muore così il re di Tebe, punito da Dioniso con una fine cruenta e atroce per aver bandito il suo culto dalla città. Ma lo smembramento del corpo del re è molto più di una punizione divina, perché in realtà rimanda ad altro, ovvero al dimezzamento della coscienza di Penteo, e alla rottura della sua identità provocata dall’incapacità di accettare il diverso, pur rispecchiandosi in quei valori che il diverso rappresenta, così contrari all’educazione e alla morale con cui è cresciuto e in cui ha sempre creduto.

Fu grazie alla tragedia di Euripide che compresi ancora una volta che la nostra coscienza è un miscuglio di impulsi e sentimenti, di eroiche fragilità e biechi istinti. L’identità ha troppe implicazioni: essa oscilla spesso da un polo esistenziale all’altro durante questo viaggio eversivo che è la vita, e se non vogliamo perdere noi stessi dobbiamo accettare il cambiamento, saper levigare la nostra essenza per adattarci. Non è l’illusione di avere un’identità solida, a tratti quasi stagnante, a preservare ciò che siamo. Dobbiamo essere pronti a vivere la crisi (parola, tra l’altro, che viene dal greco krisis, e che significa decisione), e saper convivere con i dissidi che attanagliano il cuore, e che ci spingono a mettere in discussione chi siamo per scegliere chi vogliamo essere, senza pregiudizi, liberi di seguire le nostre inclinazioni.

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