Unorthodox. La mini serie tv, targata Netflix.

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Qualcuno tra i miei lettori ha visto la serie tv di Netflix “Unorthodox”?
Io l’ho vista in questi giorni. E ho avuto voglia di parlarne con voi.
Che ne pensate dopo averla vista?
La storia è ispirata al libro di Deborah Feldman “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche.” (Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots).
Netflix, come solitamente succede quando si tratta di libri, ne ha ricavato una miniserie da quattro puntate, ognuna di un’ora circa.
Le riprese sono ottime, le ambientazioni sublimamente scelte, e anche il cast è ben assortito.
I protagonisti sono una giovanissima coppia di ebrei ortodossi e integralisti, interpretati da Shira Haas e Amit Rahav.
I due ragazzi si ritrovano, marito e moglie, in un matrimonio combinato dalle famiglie. Mentre Yanki sembra rassegnato e accetta lo stile di vita dei suoi familiari e della sua comunità, per Esthy, totalmente impreparata alla vita coniugale e ai doveri sessuali da adempiere, e ai quali una moglie deve sottostare per compiacere e rendere il marito un re (chi ha visto la serie capirà), cade in una profonda depressione che la conduce in una spirale di cambiamento.

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In bilico tra la fuga imminente e il restare, la ragazza conduce le sue giornate in apnea, un leggero sollievo lo ricava solo dalle lezioni al pianoforte ricevute da una conoscente.
Non ho letto il libro e, quindi, posso basarmi esclusivamente su quanto visto dallo schermo, le regole rigide, la mancanza di scelte, il totale annullamento della figura femminile, rendono questo stile di vita assolutamente inaccettabile per la società civile.
La figura femminile viene ridotta a mera fattrice di figli. Utile solo per la procreazione.
Secondo questa particolare comunità il loro popolo ha il compito di ripopolare i 6 milioni di ebrei uccisi durante l’eccidio nazista, le donne che non riescono ad avere figli vengono ripudiate.
Guardando questa serie sembra di essere catapultati in un’epoca storica diversa dalla nostra, eppure il tutto si svolge in un quartiere di New York, Williamsburg, dove il tempo sembra essersi fermato al Medioevo se non fosse per l’utilizzo del telefono basico. Gli smartphone sono severamente vietati.
Dopo una serie di peripezie, la giovane Esther riesce a mettersi in salvo, a tornare alla civiltà e ai tempi moderni.
Non voglio soffermarmi tanto sulla serie, per me vale la pena di conoscere e di approfondire questo argomento, quello che mi ha fatto riflettere è quanto alcune realtà anche d’Italia, magari più del Sud si trovino a confrontarsi con un integralismo maschilista radicato e profondo mai del tutto scomparso.
L’intromissione ossessiva e invasiva della suocera nella vita delle giovani donne, famiglie che si comportano come clan tribali, matrimoni approvati solo in un determinato contesto, uomini incapaci di opporsi alle famiglie, ci fanno pensare quanta fragilità ci sia anche tra noi. Sicuramente non raggiungiamo i livelli trasmessi dalla serie, ma osservare su Facebook il video di un padre che pesta la figlia per strada perché lesbica, o ragazzi allontanati perché ribelli, non ci induce a riflettere sul fatto che abbiamo ancora tanta strada da fare anche noi?
Io sono cresciuta con molte più regole rigide che libertà, con schemi fissi, riuscire ad evadere da un padre padrone è stata l’impresa dell’adolescenza e della prima età adulta, fin dove si può definire ‘protezione’ ‘amore’ e dove inizia la patologia?
Non lo so, non ho ancora saputo trovare una risposta.
Le scene della discoteca, la meraviglia di Esthy di fronte a un mondo mai visto, mi hanno riportato ai miei 16 anni, quando si poteva andare a ballare solo per il mak p, la festa di fine anno a scuola. Ho compreso tutto il suo stupore. Oggi le ragazze dovrebbero godere tutte di una sana libertà.
Eppure, in quante sono davvero felici della vita che conducono, degli abiti che indossano, delle scelte che fanno?
Quante si sposano per avere dei figli per soddisfare un pensiero arcaico e superato?
Non siamo anche noi ancora vittime di determinati preconcetti?
Quante si sono sentite libere di scegliere?
Credo che la storia di Esthy possa tornare utile a molte.
È stato interessante conoscerla.

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Chi lo ha scritto

Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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