Leonor Fini: genio ribelle

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Leonor Fini (1908-1996) è stata una talentuosa artista del Surrealismo anche se rifiutò di entrare nel movimento surrealista perché contraria all’idea di donna come musa di André Breton. Fu autrice di una pittura “grande, magica, poetica, inquietante e placida, bella e fiabesca”. Fu illustratrice, scenografa e costumista È una tra le più coraggiose e indipendenti artiste che il Novecento abbia prodotto; è un’artista che ha unito alle sue fantasticherie uno stile di vita personale e anticonformista. Creò la visione di una donna sensuale e oscura, nata dal Romanticismo tedesco e dal simbolismo francese, ammantata dallo stile della pittura rinascimentale fiamminga e dal manierismo italiano.

Le sue donne esprimono le sue idee radicali femministe, l’idea di una donna forte, bella, passionale, capace di superare l’uomo, spesso descritto come figura flessuosa sottomesso alle donne. «Mi piacciono gli uomini intelligenti, sensibili, consapevoli del loro lato femminile. Mi piacciono particolarmente gli omosessuali e gli uomini androgini. Li trovo più forti degli eterosessuali, e questo si riflette nei miei dipinti» diceva.

Leonor Fini nel 1936 [foto: Dora Maar]Donna provocatoria e ribelle, il suo status symbol e la sua evoluzione sia umana che artistica è testimoniata da molte foto a noi rimaste che la ritraggono ora ventenne riccioli biondi ora cupa sacerdotessa degli anni Sessanta-Settanta; nelle foto di Henri Cartier-Bresson con manichini e bambole snodabili , negli scatti raffinati di Veno Pilon, in pose teatrali con cappellini e velette. Ed eccola nella foto di Dora Maar del ‘ 36, che mostra una Leonor Fini provocatoriamente sensuale, con una doppia smagliatura alle calze e lo sguardo altero o col corpo ostentatamente nudo, tagliato in alto da un violento fascio di luce, nella foto che in quello stesso anno le scatta Georges Platt Lynes.

Figlia di madre italiana e padre argentino, Leonor Fini, fu portata via dalla nativa Buenos Aires dalla mamma, trasferendosi a Trieste. Per evitare che Leonor fosse fatta rapire dal padre, sua madre la vestì da maschio fino alla pubertà. Trascorse un’infanzia molto solitaria durante la quale cominciò a coltivare la passione per il disegno e per il teatro, esercitandosi inizialmente con una compagnia di bambole. A scuola non faceva altro che raccontare di avere le pupille contrattili lunghe e strette come quelle dei gatti, ed essere un gatto a sua volta: l’amore per i felini l’accompagnerà per tutta la vita, tanto che arrivò ad ospitarne più di venti insieme in una casa.

Da adolescente Leonor continuò da autodidatta a interessarsi al disegno e ad apprendere l’anatomia umana osservando i corpi dell’obitorio di Trieste. Importanti per la sua formazione artistica furono anche i viaggi di formazione che fece con la madre a Monaco e Berlino dove visitò varie pinacoteche. A 14 anni strinse amicizia con il pittore Arturo Nathan e a 17 anni fu a Milano, presso la Galleria Barbaroux, per la sua prima mostra personale. Molto presto si trasferì da sola Parigi dove fu riconosciuto subito il suo notevole talento e dove conobbe il gruppo dei Surrealisti.

leonor-fini-italie-henri-cartier-bresson-1933-1353776432_bDiventò amica di Marx Ernst con cui ebbe una fugace storia d’amore e che la descrisse come “la furia italiana a Parigi”. Conobbe anche Paul Eluard, George Bataille, Henri Cartier Bresson, Picasso Salvador Dalí. Viaggiò in Europa in auto con De Mandiargues e Cartier Bresson che, in questo viaggio, la fotografò nuda in piscina e quell’immagine è stata venduta per 305.000 dollari nel 2007. In quello stesso periodo ebbe una storia d’amore con De Mandiargues ma si legò in matrimonio con Federico Veneziani per separarsi nel 1941.

È del 1936 il viaggio in America, dove espose a New York nella galleria di Julien Levy, con Max Ernst, e al Museum of Modern Art nell’ambito del Fantastic Art and Surrealism.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leonor e altri amici si rifugiarono prima nella casa di campagna di Ernst nei pressi di Parigi poi a Montecarlo dove si guadagnò da vivere facendo ritratti di persone facoltose. Qua incontrò Stanislao Lepri, console del Principato di Monaco, che diventò suo compagno di vita e che per lei abbandonò la carriera diplomatica per dedicarsi alla pittura. Una volta Leonor ha detto: “Una donna dovrebbe vivere con due uomini. Uno l’amante e l’altro più di un amico.” Constantin Jelenski, uno scrittore polacco, si unì a lei e a suo marito in un triangolo che si concluse solo con a morte del Lepri.

"Ritratto di Alida Valli", 1948

“Ritratto di Alida Valli”, 1948

Rientrò momentaneamente in Italia, e a Roma divenne la regina della ritrattistica del bel mondo capitolino. Passò lunghi soggiorni estivi presso la torre di Anzio, un’antica torre di avvistamento sul lungomare laziale oppure presso il monastero abbandonato di Nonza, in Corsica. Qui, piegando il suo stile non ortodosso a ispirazioni quattrocentesche in particolare a Piero della Francesca riuniva i suoi amici più intimi per dei veri e propri sabba basati sul travestimento, sulla fotografia, sulla pittura e sul disegno. Tra i suoi ospiti Enrico Colombotto Rosso e Dorothea Tanning, moglie dell’amico Max Ernst.
Dopo gli anni romani, in cui spiccano i ritratti di Alida Valli a seno scoperto, di Valentina Cortese, dell’amica Anna Magnani e di Margot Fonteyn, Leonor passò alle “figure minerali dibattendosi tra ispirazioni preraffaellite e momenti di recupero floreale.

Verso la fine degli anni settanta, l’artista si fece maggiormente introspettiva, facendo sue tematiche nordiche ispirate anche dal pittore svizzero Heinrich Füssli e dal britannico William Blake: sono gli anni della cosiddetta Kinderstube, ovvero la “Camera dei ricordi”, ove figure femminili sospese tra la sfinge e la bambola sono circondate da esseri inquietanti e asessuati.  Le figure si muovono su uno sfondo scuro  e le composizioni sembrano uscire da un allestimento teatrale per un’opera di Ibsen. Dal 1992 la pittrice si ritirò in una fattoria di campagna a Saint-Dyé-sur-Loire. Morì il 18 gennaio 1996 a Parigi e volle essere sepolta nel cimitero del paese sulle sponde della Loira con i due uomini della sua vita, Constantin e Stanislao, in un piccolo mausoleo a tre nel cimitero della campagna francese.

Leonor Fini

Leonor Fini

A volte dico che dipingo quadri che vorrei vedere e che non esistono. Ma è forse una boutade, perché il percorso della mia pittura è in realtà sconosciuto a me come per chi guarda. Sapendo che si tratta di me, di me stessa, ingegnosamente posso far finta di aver rilevato un segno visibile che potrebbe essere questo o quello; la mia intuizione o deduzione potrebbe essere giusta, ma a volte potrei sospettare anche il contrario. Fondamentalmente non mi riguarda. Ciò che è sicuro, è che desidero che le immagini che io faccio appaiano il più vicino a loro stesse. Io le voglio dipinte nel miglior modo possibile […] l’atto del dipingere mi piace, mi dona piacere, concentrazione, intensità: una carica simile alla felicità, come agli altri la dà la danza, il canto… [l’arte] credo che sia un’attività legata alle fonti antiche.”

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?