Le isole dimenticate. Viaggi virtuali

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In questi giorni di forzato isolamento casalingo, mi sono trovato a dedicarmi in misura maggiore ad un “gioco” che mi ha sempre divertito, uno dei tanti modi di perdere tempo cui sono affezionato: i viaggi virtuali – che spesso diventano mentali. La modernità ci offre strumenti notevoli, molto più potenti e versatili degli atlanti illustrati di qualche anno fa; quello più diffuso è Google Earth. Dai, quel simbolino, quella Terra azzurra nell’angolo del vostro PC. Non ditemi che non l’avete mai aperta. Forse non vi rendete bene conto di cosa sia capace; se invece lo sapete e ve ne fregate, beh, credo che viviamo proprio in due mondi differenti. Se non vi meraviglia che con un click possiate seguire il profilo dettagliato di ogni costone, ogni calanco di ogni singola montagna della cordigliera andina, compresi alpaca, sherpa e compagnia bella. O se non vi sembra straordinario che dal vostro cellulare possiate insinuarvi per uno qualsiasi della miriade di vicoli della baraccopoli indiana più dimenticata da Dio. O che zoomando con le dita sull’oceano Pacifico possiate scoprire isole, isolotti, atolli, scogli, ogni volta pensando di averne trovato uno nuovo.

Certo, non è proprio come viaggiare davvero, ma non si può negare che, possedendo almeno un po’ di curiosità, si possano fare esperienze stimolanti e scoprire cose nuove. C’è tutto quello di cui avete bisogno, perché c’è letteralmente tutto il mondo. Affascinati dalla geografia antropica e dalle metropoli? Ecco, confrontate i grattacieli di New York, fate un giro nel mercato di Wuhan – meglio sdrammatizzare – o ammirate l’architettura popolare sovietica nella periferia di Niznij Novgorod. Naturalisti? Seguite il corso del fiume Zambesi, esplorate il grande deserto australiano o ammirate uno per uno i minuscoli atolli di Tuvalu sognando di trovarvi sotto quel cielo. Se non perderete troppo tempo a rosicare che a Tuvalu ci vorreste andare davvero, scoprirete un passatempo che è anche un modo per allargare i propri orizzonti e imbattersi in un mondo di storie che aspettano solo di essere scoperte ed ascoltate: storie naturali, fatte di rocce, di sabbia, di fiumi e di laghi; storie di uomini, fatte di esplorazioni leggendarie, di sfide, ma anche di sofferenza, di povertà, di quartieri difficili.

Qualche mese fa navigavo alla ricerca di terre emerse in giro per l’Oceano Indiano. C’era un’isola, o meglio un insieme di isole talmente lontane da qualsiasi cosa che, per vedere altra terra, era necessario rimpicciolire la mappa fino a farle scomparire. Conobbi così le affascinanti Isole Kerguelen. Che cosa le rende affascinanti? Abbiate un attimo di pazienza.

Immanuel Kant – non vi spaventate – cercando di dimostrare il fatto che le leggi meccaniche possono spiegare la totalità dei fenomeni solo se ricomprese nel disegno di un intelletto superiore, fece l’esempio dell’isola di Giamaica. Il fatto che su quest’isola – che per la sua latitudine dovrebbe essere rovente – l’uomo possa sopravvivere sarebbe dovuto alla perfetta combinazione degli elementi naturali, vale a dire sole, vento, acqua, che sembrano accordarsi armonicamente, darsi il cambio per rendere l’isola non solo piacevolmente abitabile, ma quasi un paradiso in Terra. Su quest’ultima definizione, non c’è da dubitare della genuinità di Kant: ai suoi tempi l’aura “paradisiaca” della Giamaica non era ancora legata alla diffusione di quella famosa pianta che oggi conosciamo bene; inoltre mi sento di dire che Kant proprio non fosse il tipo.

Perché questo excursus? Presto detto: le isole Kerguelen funzionano esattamente all’opposto. È come se la natura avesse deciso di organizzare gli elementi naturali per rendere il clima di questo arcipelago assolutamente impossibile per trecentosessanta giorni l’anno. No, davvero, se è un intelletto superiore che ha predisposto questa combinazione desolante, deve essere quel “genio maligno” di cui parlava Cartesio, e anche in un giorno di particolare umor nero. Il tutto inteso da un punto di vista prettamente umano, sia chiaro, poiché assumendo il punto di vista di una foca, non credo ci sarebbe nulla di cui lamentarsi, a parte qualche fiocina occasionale piovuta nel corso dei secoli.

Questo mucchietto di isole, con una superficie totale pari a quella del Friuli, si trova al centro dell’Oceano Indiano meridionale, duemila chilometri sopra l’Antartico. Fuori da quasi tutte le rotte commerciali, lontanissima da qualsiasi altra isola abitata, è flagellato da piogge frequenti e spazzato da venti fortissimi che scendono di rado sotto i 100 km/h, cosa che può dare un certo fastidio se si tratta di gelidi venti antartici. Una caratteristica, quest’ultima, cui le Kerguelen devono il suggestivo nome di Arcipelago del vento. Un nomignolo decisamente più brutale lo dobbiamo al celebre capitano Cook, che passando di lì, in cerca di nuove colonie per Sua Maestà, avrebbe affermato: “Queste isole della desolazione la Francia se le può anche tenere”. E in effetti se le tenne, tanto che oggi l’arcipelago fa parte dei cosiddetti Territori Australi Francesi, che comprendono una fetta di terra antartica e poche altre isolette, quasi tutte disabitate.

La storia dello scopritore delle Kerguelen racconta meglio l’inaccessibilità di questi luoghi di qualsiasi leggenda o descrizione romanzata. Yves-Joseph de Kerguelen-Trémarec partì dalle isole Mauritius alla ricerca della Terra Antartica – la cui esistenza era solo supposta – nel 1772. Fu il primo ad avvistare le isole; il tentativo di attraccare tuttavia fallì (dimenticavo che il mare qui è sempre mosso, per usare un eufemismo) e Kerguelen fu costretto a riparare alle Mauritius per rimettere in sesto la nave, subendo un ulteriore smacco: il capitano dell’altra nave partita con lui riuscì a mettere piede sull’isola e la reclamò per la Francia. A questo punto, il nostro eroe si giocò il tutto per tutto: riuscì non si sa come a convincere il re che le isole, “verdi e lussureggianti”, nascondevano immensi tesori e risorse preziose per l’impero coloniale francese. Un bel rischio, considerando che non era mai sbarcato. Luigi XV, noto per essersi fatto fregare dall’Inghilterra buona parte dei possedimenti coloniali, finanziò una nuova spedizione con addirittura tre navi a disposizione dell’esploratore.

Kerguelen: l’arcipelago del vento

Kerguelen: l’arcipelago del vento

Le Kerguelen, però, non gradirono di essere fatte passare per qualcosa che non erano. Come l’ignaro francese si approcciò nuovamente alla costa – era passato un anno – l’orgoglio delle Isole della Desolazione, sotto forma di raffiche di vento micidiali e altissimi cavalloni di spuma, respinse nuovamente il capitano al largo, lontano dalle ingrate spiagge di roccia vulcanica su cui non avrebbe mai messo piede. Rischiando il linciaggio da parte della ciurma, Kerguelen ritornò a casa amareggiato, non immaginando forse di dover ancora pagare il prezzo più salato per la sua ostinazione. Re Luigi, che non era proprio contento, lo imprigionò senza processo.
La cattività di Kerguelen ebbe fine in modo rocambolesco nel 1789 quando, dopo quattordici anni, fu liberato nientemeno che dal popolo parigino in rivolta. La Rivoluzione Francese riservò un ultimo atto di clemenza verso lo sfortunato esploratore, cui venne offerto un incarico pubblico al porto di Brest. Quante peripezie e sfortune per un uomo la cui unica colpa è stata scoprire delle isole brutte!

Che poi, brutte non sono a dire il vero; sono però quasi inaccessibili, così remote e povere di risorse che ben pochi ne hanno sentito parlare. Si tratta di uno degli ultimi luoghi della terra in cui a disturbare l’ecosistema locale sono non più di due o tre caseggiati, in cui la nostra impresa civilizzatrice e antropizzante ha subìto una battuta d’arresto e l’uomo si è ritirato indietreggiando, in rispettoso silenzio e con la testa chinata, accontentandosi di girarci attorno come a un animale di cui non ci fidiamo fino in fondo. Ci hanno provato, negli anni del grande imperialismo europeo, a farne qualcosa di queste terre selvagge: hanno portato greggi di pecore dall’Australia e barche di pastori francesi, cercando di avviare un’attività e un piccolo centro abitato; hanno fondato una stazione di caccia alle balene e di lavorazione dei loro prodotti; hanno creato un centro di estrazione del carbone. Le buone intenzioni e la competenza, però, si sono trovate a sbattere la testa più e più volte contro il muro del clima e quello della solitudine. Di questi tentativi folli e romantici di colonizzare l’arcipelago, oggi rimangono qualche macchinario arrugginito, baracche fatiscenti e diverse centinaia di pecore inselvatichite che stanno benissimo per conto loro. Una cosa l’uomo l’ha fatta: introdurre diverse specie – ratti, gatti, conigli, renne, trote – ognuna delle quali si è ambientata piuttosto bene, andando ad aggiungersi a pinguini, ai leoni marini e ai milioni di uccelli, componendo una fauna che non ha paragoni in quanto a bizzarria.

Detta così, sembra che oggi le isole siano un intoccabile santuario naturalistico a cui l’uomo è diventato estraneo. In realtà, la seconda metà del ‘900 ha visto nascere il primo, minuscolo, centro abitato stabilmente (da stagionali), chiamato Port-aux-Francais. Gli abitanti sono principalmente scienziati, che lavorano nei due laboratori di ricerca fondati sull’isola o alla stazione meteorologica, e le loro famiglie. Questa è la linea del fronte, questi sono i pochi coraggiosi che l’umanità ha lasciato come presidio in uno dei luoghi che più si sono opposti alla sua penetrazione. È giusto che sia così, in fondo. Non possiamo fare altro se non osservare, studiare, con quel poco di curiosità che ancora ci rimane, questi luoghi che non capiamo perché non ce ne possiamo fare niente. È questo che affascina, la totale inservibilità e non conformità a scopi – in barba a Kant – palesi o misteriosi, l’ineffabile silenzio di un luogo che non dà risposte e chiede solo di essere lasciato in pace. Un santuario naturalistico meraviglioso ma praticamente irraggiungibile, una distesa di terra immensa su cui non si può costruire, coltivare o allevare. Per chi è in grado sentirlo, queste terre lanciano un richiamo profondo e un po’ oscuro, in una lingua che abbiamo dimenticato o forse non abbiamo mai conosciuto. Possiamo tentare di seguirlo, ma consci che non siamo più nel nostro territorio, che entriamo in qualche cosa d’altro; che leggi diverse dalle nostre comandano da queste parti, leggi antiche come la vita stessa, semplici, brutali. Tanto semplici che ci sembra sempre che manchi loro qualcosa. Tanto semplici, nella loro apparente ripetitività, quanto in realtà gelose dei loro segreti, della loro vera natura, del loro fine.

Non vedrò mai di persona quelle isole. Sono per me un luogo interiore, il farsi terra di un sogno di purezza che tende a svanire diventando grandi; una domanda sempre presente all’occhio della mente, che ci tenga all’erta e consci di chi siamo. Che ci ricordi che non possiamo fare tutto, prenderci tutto, che ci sono ancora cose, nel mondo, che girano ad un ritmo diverso dal nostro. Cose che ci guardano, e ci vedono ancora per quelli che eravamo: animali deboli, pallidi, fragili.

P.S. Per chi volesse leggere qualcosa in più di questo strano posto, c’è un libro di Jean-Paul Kauffmann, “L’arco delle Kerguelen”. Inoltre, sul sito della biblioteca digitale di Harvard è reperibile il resoconto, in inglese, del cartografo John Nunn, che naufragò sull’isola e vi rimase più di quattro anni con la sua ciurma negli anni venti del 19° secolo.

 

 

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