L’Antigone di Sofocle: perché leggere un inno all’amore, al coraggio, alla volontà di agire e di essere

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Nel 442 a. C. va in scena per la prima volta ad Atene, in occasione della festa delle Grandi Dionisie, la tragedia di Antigone, scritta da Sofocle, drammaturgo greco del V secolo a. C. Preceduta dall’Edipo re e dall’Edipo a Colono, l’opera conclude il ciclo di tragedie tebane ispirate alle drammatiche sorti di Edipo, inconsapevolmente reo di aver ucciso il padre e aver sposato la madre, e della sua stirpe.

L’Antigone di Sofocle è stata spesso celebrata, e giustamente, come la prima tragedia del mondo antico che abbia esaltato l’uomo per la sua arte, le sue doti e la sua intelligenza, grazie alle quali, a differenza di tutte le altre specie animali, egli è in grado di sopravvivere e resistere agli urti e alle tempeste della vita. «Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo» dice esplicitamente il coro al v. 332, mentre, come fosse uno spettatore esterno, assiste alla vicenda narrata e la commenta con partecipazione.

Eppure, all’interno dell’opera esiste un altro celebre verso, ancora oggi studiato da molti filologi classici per la sua traduzione magica ed enigmatica: «Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore».

5D2FCA83-5F20-4F18-B220-B4475E059EBBTralasciando gli aspetti tecnici della questione, non serve conoscere il greco antico né padroneggiare la filologia per avvertire con chiarezza l’aspetto emotivo di queste parole, per lasciarsi travolgere dal loro significato e dalla loro forza suggestiva. Qui è Antigone che parla, ed è con questo verso, il 523, che la giovane figlia di Edipo difende con coraggio la sua scelta di dare una degna sepoltura al fratello Polinice, nonostante l’editto dello zio Creonte, re di Tebe, sia molto chiaro: Polinice è un traditore della patria, ha dichiarato guerra alla propria città per accaparrarsi il trono, ha ucciso il proprio fratello, Eteocle, campione della città stessa, e da questi si è fatto uccidere. Dunque, non merita gli onori funebri, né la sua anima merita la pace che troverebbe nell’aldilà solamente se il corpo ricevesse una giusta sepoltura. L’editto di Creonte è contrario alle leggi degli dei, secondo le quali a nessun defunto si può negare il funerale, ma il re di Tebe non se ne cura: chi attenta al potere dello Stato deve pagarla, costi quel che costi.

Per gli antichi Greci, una mancata sepoltura è la punizione più terribile in cui un uomo possa incombere: infatti, non c’è niente di più spaventoso dell’idea di morire, non ricevere gli onori funebri e vagare senza sosta come un’ombra inquieta per la terra, assistendo alla vita che scorre senza più potervi prendere parte, nella completa solitudine. La piccola Antigone non può accettare che uno dei suoi fratelli subisca una sorte del genere. Non importa che Polinice abbia attentato alla patria, non importa che abbia distrutto la famiglia, messa già a dura prova dal crudele destino del padre Edipo, inconsapevolmente assassino del proprio padre e marito e figlio della propria madre, non importa nemmeno che sia stato parte di un fratricidio: Polinice è ancora il fratello di Antigone, tanto quanto lo è Eteocle, e la fanciulla non può restare indifferente al richiamo del sangue, che le impone di perdonarlo nonostante tutto.

Perché questo è l’amore: amare incondizionatamente, nonostante gli sbagli, nonostante i problemi, nonostante ci sia di mezzo una legge che impone ad Antigone di farsi da parte. Sua sorella Ismene, però, non ne è convinta: piange e si dispera all’idea che Polinice resti insepolto, ma sa anche che il fratello ha sbagliato, e chi sbaglia paga. Certo, forse la punizione è eccessiva rispetto alla colpa: dopotutto, Polinice è stato sconfitto, e la morte è un castigo più che sufficiente. Ma Ismene pensa che la legge di Tebe non si discuta mai, nemmeno quando è eticamente ingiusta, né quando trasgredisce l’ordine divino.

tumblr_inline_o3iv0sVpxh1smyo6o_540Ismene non aiuta la sorella a seppellire di nascosto il corpo del loro fratello; ma Antigone è caparbia e coraggiosa, non ha bisogno dell’aiuto di nessuno, e ogni notte, di nascosto dalle guardie che sorvegliano il defunto, lascia un mucchietto di terra su di lui, con lo scopo pian piano di coprirlo del tutto.

Sfortunatamente, la giovane eroina viene scoperta e portata al cospetto dello zio Creonte. Quest’ultimo cerca di far ragionare la nipote, di indurla a pentirsi e a scusarsi per ciò che ha fatto, di persuaderla a desistere da ogni proposito di seppellire Polinice. Antigone rifiuta ogni scusante: lei è una donna leale alla propria famiglia, che ama con passione, e preferisce morire piuttosto che obbedire a un decreto che manca di rispetto ai propri cari e alle leggi degli dei, che sono superiori a quelle degli uomini.

E in questo Creonte decide di accontentarla: il sovrano di Tebe, potente e carismatico, non può accettare che la sua volontà non sia rispettata, né tantomeno che una ragazzina gli tenga testa, che una donna si rifiuti di obbedire a un uomo. Per questo, Antigone viene rinchiusa in una grotta e condannata a morire lì di sete e di inedia. Poco importa che sia sua nipote e che sia la fidanzata di suo figlio: Creonte punisce chiunque gli sia contro. Tuttavia, la sua testardaggine e la sua scarsa compassione gli costano cara: l’oracolo di Tebe, Tiresia, gli preannuncia che è destinato a perdere quanto ha di più caro al mondo per aver emesso un decreto contrario alle leggi degli dei e aver punito chi voleva farle rispettare.

Come sempre nelle tragedie greche, il tracollo finale dei personaggi è rapido e inesorabile: Emone, il figlio di Creonte, recatosi nella grotta per liberare Antigone, si uccide con la spada dopo aver trovato il corpo della fidanzata, che si è impiccata per non dare allo zio la soddisfazione di decidere come dovesse morire. Scoperta la notizia, la madre di Emone e moglie di Creonte, Euridice, si è a sua volta suicidata, non sopportando di vivere senza il figlio. A Creonte, che ha perso tutto, non resta che supplicare gli dei di dargli la morte, non potendo sopravvivere sapendo di essere stato la causa della rovina della propria famiglia.

La conclusione dell’opera, con l’autoritario Creonte che viene punito per la sua crudeltà e per la tracotanza con cui ha osato andare contro le leggi degli dei, sembrerebbe fare della tragedia di Sofocle il tipico racconto dell’antichità classica che vuole insegnare agli uomini a non contraddire mai le divinità, il cui volere è al di sopra di ogni mortale. E certamente il messaggio è anche questo: le leggi dello Stato sottostanno a quelle divine. Sono gli dei a decidere qual è l’ordine che il mondo deve mantenere, e il compito degli uomini è quello di preservarlo, attraverso il diritto e la politica.

A ben vedere, però, il dramma di Sofocle ci dice molto di più, e il verso 523 che abbiamo richiamato sopra ne è la prova: l’opera che leggiamo, infatti, è interamente un inno all’amore incondizionato e al coraggio con cui ci si batte per i propri affetti. Antigone è una donna appassionata, forte del suo senso di giustizia e della ragione che le divinità le riconosceranno alla fine punendo Creonte; è una donna che non si piega davanti al potere tirannico di chi si preoccupa di far valere più la propria autorità che di tutelare il bene comune. Tanto è orgogliosa Antigone che preferisce uccidersi piuttosto che morire secondo la punizione inflitta dallo zio. In questo senso, la tragedia è anche una celebrazione della libertà di vivere e di essere, senza rendere conto a nessun altro, se non a sé stesso.

Che sia una donna, poi, ad incarnare tutto questo, nonostante la misoginia tipica del mondo greco antico (le altre celebri protagoniste delle tragedie greche solitamente subiscono passivamente le vicende narrate, ad eccezione della Medea di Euripide, che, però, uccidendo i propri figli per vendicarsi del marito Giasone, è un personaggio tutt’altro che edificante) rende l’opera più moderna e attuale, e fa sì che Antigone sia un personaggio ancora più prezioso, a cui i lettori non possono non affezionarsi.

6942fa2d7ede00eef2205b634007d4e8È certamente ingiusto che l’eroina muoia, ma il suo sacrificio non è vano, e non solo perché Creonte viene sconfitto, ma anche perché ciò che alla fine resta nella mente di chi legge e che si imprime nel profondo è il sentimento dell’amore, con la sua forza dirompente e trascinante. Molto tempo dopo, nel I secolo a. C., Virgilio scriverà le Bucoliche e dirà: omnia vincit amor, l’amore vince su tutto: vince sulla morte, sulle ingiustizie, sulla tirannia, su ogni male. Ma questo la grandiosa Antigone di Sofocle, con il suo coraggio, l’aveva già anticipato.

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