PEOPLE, RITRATTI DI PERSONA – PINO MASI, UNA STORIA CONTRO – terza parte

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Da quando è stato portato sul grande schermo da Claudio Santamaria nel film di Roan Johnson “I primi della lista” (anche se quel film, ci

Claudio Santamaria interpreta Pino Masi ne "I primi della lista" di Roan Johnson

Claudio Santamaria interpreta Pino Masi ne “I primi della lista” di Roan Johnson

tiene a precisare, sembra averlo azzoppato piuttosto che aiutato), Pino Masi appartiene ormai ancor di più alla Storia, testimone di un periodo tra i più esaltanti e contraddittori del Novecento.

Venni a conoscenza di Pino Masi durante l’Università, avevo vent’anni ed una spensieratezza che dopo poco è partita per un lungo viaggio e non ci ha più fatto nemmeno una telefonata.
Di Pino ricordo le cantate nei locali e quel suo modo un po’ retrò di impostare la voce, di suonare la chitarra, la dignità antica nel chiederti una bevuta o un obolo perché “così si fa tra compagni”.
E facevi fatica a credere che quell’uomo avesse contribuito all’esperienza di Lotta Continua, che avesse collaborato con i i più grandi della cultura italiana, che avesse incontrato Arafat e Saddam Hussein poco prima dello scoppio della Prima Guerra del Golfo.

Perché Pino ne ha vissute tante e altrettante ne racconta, ed è esattamente quello che gli ho chiesto per questa intervista, rispondere alle mie undici domande (tra un fieno agli asini ed un risotto sul fuoco del camino) con undici risposte libere che sono diventate dei piccoli saggi di (contro)storia contemporanea.
Per dovere di leggibilità abbiamo deciso di dividere l’intervista in tre uscite, e tranne qualche correzione nella forma ho deliberatamente lasciato inalterate le risposte di Pino, per cercare di catturare al meglio lo spirito della voce digitale del Masi.

In questa terza parte ci si concentra sul suo impegno con le ONG internazionali (in particolare sui suoi due viaggi nel 1990 in Iraq a cavallo dei bombardamenti) e su alcune considerazioni di quello che è a tutti gli effetti “l’ultimo dei cantastorie”.

Naturalmente le opinioni espresse non corrispondono necessariamente a quelle di chi vi sta scrivendo né tantomeno de L’Undici.
Se volete sapere qualcosa di più su Pino Masi prima di cominciare l’intervista, potete consultare la sua breve biografia.

Qui potete trovare la prima e la seconda parte dell’intervista, dove ci siamo soffermati sui suoi esordi, la fondazione di Lotta Continua, la rottura con il movimento fondato da Adriano Sofri alla ricerca di una dimensione più genuina, il femminismo nei movimenti militanti.

Buona lettura, e ricordate che se quello qui riportato magari non è del tutto giusto, di sicuro quasi niente è sbagliato.


9) RB: Pino, tra gli anni ’80 ed i ’90 sei impegnato nella raccolta di aiuti umanitari verso le popolazioni coinvolte in zone di guerra.
Che ricordi hai di quei tempi?

PM: Fosse a tutti chiaro che il mio Lp sulla “Madre Mediterranea” con la Cramps non portava – né voleva portare – il frutto di una ricerca ma, a modo mio che direi armonioso, dare a tutti un saluto con la notizia della mia partenza per la ricerca e, dottore, se me lo permette dico le sarebbe chiaro che, da allora, dando inizio alla ricerca sono di fatto praticamente sparito – qui tra noi autodefiniti “civili” – e che nessuno più mi vide, salvo in pochi nei miei brevi ritorni per riordinare e mirare e meglio capire i miei nuovi reperti.
Dopo il Nord Africa bèrbero ero presto passato – da vero pezzente e nel modo che le ho già detto – a proseguire la mia ricerca in Medio Oriente, Giordania e Iraq, ma non dimentichiamo l’Afganistan, dove nel ’78 mi unii ai profughi che – con i russi che ancora non finivano di atterrare a Kabul – già fuggivano in Pakistan.
Percorsi così, da povero pezzente misto ai poveri profughi, una lunga strada in orizzontale, tortuosa come una serpe, tra le vette dell’Indukush per centinaia di kilometri fino a poi scendere alla città di Peshavar, la prima oltre il confine pakistano.
È su quella maledetta strada arrotolata e nascosta tra le vette dell’alto Indukush che, dotto’, avrebbe forse potuto vedere grandi automezzi amerikani portare, verso Bora Bora, i giusti materiali e gli aggeggi utili a scavare e poi foderare di cemento armato i tunnel necessari a Bin Laden, allora uno dei capi della resistenza ai russi appoggiato dagli Usa, a scampare alle bombe sganciate dai russi sopra le sacche resistenti all’invasione.
Passato il confine col Pakistan, a Peshavar mi riposai una buona settimana in un lindo albergo popolare con doccia, prima di proseguire con le mie ricerche, e poi con un permesso militare ottenuto non ricordo come volo verso il contestato confine tra Pakistan e India e Cina, sul massiccio himalayano.
Ne torno con la strana sensazione di aver per giorni vissuto nel perfetto paesaggio di un disegno tibetano. Sì, torno giù, ma stavolta spunto a Islamabad, nell’est del paese, lontano da Peshavar e dal confine afgano ed invece vicino a quello indiano, e poi dopo due giorni da li scendo in treno a Karachi, viaggio lungo su treno popolare e… la capitale.
La capitale di uno tra i primi cinque paesi più corrotti del mondo, nella lista di cento di un recente rapporto Onu: Nigeria al primo, Pakistan al secondo posto, terzo posto alla Turchia e, a pari ‘merito’, Italia e Romania al quarto. Capito, dotto’?! Se non lo sapeva, siamo al quarto posto in una lista Onu dei primo cento paesi corrotti (ad oggi secondo il rapporto di Trasparency International, che misura l’indice di percezione della corruzione, anche se in netto miglioramento l’Italia si colloca al 51° posto a livello mondiale e al 6° a livello europeo come Stato più corrotto, ndr).
Di questo, dovrebbe prima di tutto occuparsi la Digos, dotto’, e non certo di me !

Ho passato anni ed anni girando da vero pezzente, munito però non solo della vecchia abituale chitarra ma anche di una piccola fotocamera ed un miniregistratore a collo, cassette (oltre al mio sacco a pelo con sepolti dentro qualche tozzo di pane secco, una borraccia d’acqua da riempire a tutte le fontane e qualche frutto per gradire) tra i più poveri del Nord Africa prima e, dopo altri brevi rientri per confrontare reperti e idee con gli a me carissimi studiosi dell’Istituto Ernesto DeMartino fondato da Gianni Bosio, tutti ora compreso Gianni scomparsi, iniziai a visitare, dopo quelli del berbero Nord Africa, anche i poveri del Medio Oriente e – sempre seguendo solo tracce sonore – anche ben oltre, fino al, per me miliare, favoloso ’85 quando, chiuso con profitto un decennio di ricerca, intellettualmente onesto più che mai mi trovai, da moderno cantastorie, di nuovo a scrivere e a cantare ed incidere mie nuove canzoni, più belle e allegre delle canzoni ora ‘storiche’ da me scritte ed incise nella mia prima gioventù.

Il mio album dal titolo “Savascialàri!”, in altre parole “Siamo qui per godere”, un nuovo album dopo anni di ufficiale silenzio, lo registrai, con i miei giovani musici, nel gran Salone dei Concerti al piano nobile dell’antica seicentesca villa con giardino e grande serra trasparente, variopinti uccelli e piante esotiche, una piscina sempre pulita da un inarrestabile piccolo robot di tipo subacqueo, un prato mai solo verde ma verdissimo, di continuo rasato da un altro piccolo robot, stavolta terrestre, di continuo operativo col quasi impercettibile frullare del brusìo di un’ape, ed un parco breve, giusto fino al muro di cinta ma selvaggio, gremito di secolari querce come il resto del bosco aggrappato, oltre il muro, alle prime pendici del bel Monte Pisano e, stupisca ma mme creda, tutto, completamente, dotto’, a ggratis ! Questo, grazie alla amichevole felice e discreta complicità d’una bella coppia di sposi, amici miei che potrei dire d’infanzia visto che ci stiam facendo vecchi, una coppia che volle in gioventù fare il restauro della villa e poi, sposandosi, abitarla.
Riesce dottore ad immaginare la gioia mia e dei miei musici nel vivere, suonare e cantare, ed anche incidere, nel lieve brusìo di quel naturale e culturale contesto ? O, a lei, qui interessa solo meglio sapere dei miei poveri viaggi e, massimamente, i miei contatti e ciò che convinse la Lega per il Disarmo, fondata da Carlo Cassòla e di cui facevo parte, ed altre Ong pacifiste italiane a mandarmi – con pochi altri la prima volta e quasi solo la seconda – a in qualche modo sbrigarmela in due diverse missioni al tempo della terribile Guerra del Golfo certo voluta dagli amerikani a fine ’90 e inizio ’91?

(Mi scusi se può, ma amerikani lo scrivo in minuscolo e con la k da cinquantacinque anni almeno, quando in Vietnam questi nuovi nazisti davan fuoco a tutto e a tutti con le loro incendiarie bombe al napalm. E, poi, le chiedo, non sono stati loro gli unici al mondo ad usare due bombe atomiche, con cinque centinaia di migliaia di morti, subito, ed altre cinque centinaia di migliaia, in seguito, per via delle dannate radiazioni?).

Anyway mi calmo, dotto’… e vengo al dunque.


1990: primo viaggio a Bagdad

I tre incontri con Saddam Hussein

Avvenne che, a metà dicembre del ’90, in previsione certa della guerra imminente io, dal ’78 vegano non per moda ma per mia scelta salutare e, di fatto, consapevole e molto rispettoso delle altrui certezze, usanze e tradizioni, fui scelto ad operare in due distinte missioni in Iraq dalla Lega per il Disarmo, fondata da Carlo Cassòla e di cui già facevo parte, ed altre Ong italiane che volevano intervenire utilmente prima dello scoppio della guerra.

Giunti in aereo in Iraq, a Bagdad, fummo subito ricevuti al Ministero della Cultura direttamente dal Ministro Al Saaf che, ascoltandoci, ci disse contento che anche il Presidente Arafat dalla Palestina era appena giunto a Bagdad per lo stesso nostro motivo, cioè convincere Saddam a non fidarsi più degli amerikani ed evitare di far bombardare la capitale irakena e, in più, aggiunse che se dopo il colloquio con lui lo volevamo salutare gli avrebbe subito fatto avere un biglietto con la dovuta rispettosa richiesta, visto che Arafat stava discutendo con altri nella stanza accanto.
Cosa che Al Saaf, al nostro immediato assenso, subito fece, infatti, terminato che fu il nostro incontro con lui, ci condusse fino alla porta della stanza accanto dove Arafat, Presidente della Palestina, già sapendo di noi dal biglietto di Al Saaf ci ricevette sorridendo e, vista l’ora, ci invitò a cena nella sua ben fornita residenza di quei suoi giorni in Iraq, invito che volontieri accettammo e che ci fece giungere lì in serata.

1972, Pino Masi (sullo sfondo a dx) a Belfast

1972, Pino Masi (sullo sfondo a dx) a Belfast

(Niente paura o almeno molto meno di quando anni prima, primi anni ’70, lo volle il Sofri, ero stato corrispondente del quotidiano di LC assieme ad Enrico Deaglio in Irlanda del Nord, a Bagdad mi era andata bene, davvero avevo rischiato la pelle).

Nei primi tre giorni successivi alla cena da Arafat, avemmo tre incontri ufficiali densi di pressanti colloqui con la Presidenza.

Nel primo Saddam – che aveva appena occupato il Kuwait e preso in Iraq centocinquantuno tecnici occidentali come ostaggi in risposta alle minacce Onu di far bombardare Bagdad – alla nostra proposta di lasciare il Kuwait e di rilasciare subito gli ostaggi come chiedeva l’ultimatum dell’Onu per evitare la guerra rispose che non avrebbe mai ritirato l’esercito dal Kuwait. L’occupazione era legittima, disse, perché il Kuwait è parte dell’Iraq anche se gli inglesi al momento della decolonizzazione lo separarono dal resto e lo affidarano agli sceicchi del Sud del paese, loro alleati. E aggiunse che il Presidente irakeno precedente alla sua ascesa ne chiedeva la restituzione, e la chiedeva anche il Re, prima dell’avvento della Repubblica.

Nulla da eccepire, pensammo, e sì, rispondemmo, ma l’Onu ora, con il rilascio degli ostaggi chiede anche di lasciare il Kuwait per evitare la guerra. Gli amerikani sono pronti a colpire Bagdad tra quindici giorni, alla scadenza dell’ultimatum, se non lasciate il Kuwait.

“Non bombarderanno nessuno”, disse, “sono loro che ci hanno detto di farlo!”.

Ci guardammo, tra noi, perplessi e lui notandolo aggiunse:

“Ve lo posso provare”, e, d’impeto, si voltò a dare disposizioni al gigante di pelo rosso che in silenzio si ergeva in piedi alle sue spalle dall’inizio della seduta e che a noi, fin lì, nessuno aveva detto chi fosse e che noi credevamo una sua colossale guardia del corpo.

Di chi egli fosse ci informò lui, Saddam, voltandosi di nuovo verso di noi dopo avergli brevemente parlato:

“Domani pomeriggio, all’inizio della nostra seduta, monsieur Ramadan ci porterà in visione il documento con cui il Dipartimento di Stato ci invitava a farlo”.

Ci guardiamo tra noi di nuovo, ora sapevamo che il gigante rosso era “Monsieur” Ramadan, il davvero potente Ministro che Saddam aveva voluto capo dei Servizi d’Intelligence irakeni, e che domani, proprio lui ci avrebbe portato la prova che quella guerra imminente – che noi disarmisti eravam lì venuti a cercar di evitare – mostrava ora, anche, di esser frutto di un segreto orribile complotto di Washington.

Pensavo a questo quando Saddam, certo dotato di senso pratico, velocemente decise e subito aggiunse:

“Farò in modo che domani ci siano i giornalisti corsi qui a Bagdad mentre i turisti stanno già scappando. È bene il mondo sappia perché non andiamo via dal Kuwait e, venissimo bombardati, anche sapere chi ci ha incoraggiati ad occuparlo”.

1990, Pino Masi a Bagdad

1990, Pino Masi a Bagdad

Uscimmo frastornati, almeno io di certo, dalla sala del teatro interna al Palazzo dove si svolsero quei tre nostri giorni di incontri con la Presidenza.
A Bagdad, nei grandi alberghi dove eravamo alloggiati e ci aggiravamo pensierosi e straniti, non risuonavano voci giulive dei turisti e dei loro bambini, volati a casa al primo sentore di guerra, ma erano sempre più zeppi di giornalisti nel ruolo di corrispondenti delle testate più lette del ‘mondo libero’, con gran sussiego a cavarne un sacco di soldi, e la sera, perciò, cenavam fuori, nei ristoranti popolari lungo il fiume maestoso, dove la gente come niente fosse continuava a ridere e mangiare e a fumare attorno ai narglillè come sempre e, in più, io ebbi una personalissima buona sorte aggiuntiva. Accogliendoci il giorno dell’arrivo il Ministro della Cultura – che per anni era stato Ambasciatore irakeno a Roma ed aveva promosso mostre di artisti irakeni a Roma e di artisti romani a Bagdad, sapendomi artista mi aveva dato indirizzi dello studio di famosi artisti a Bagdad e di gallerie, musei e persino del bar dove la sera si vedevan tra loro gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, mi sembrava di essere a Parigi.

Quando giungemmo in perfetto orario al secondo dei nostri incontri, la gran sala della Presidenza era piena di giornalisti di tutto il mondo. Mancavano ancora due settimane alla guerra o, meglio, alla vigliacca aggressione solo aerea di bastardi aSSaSSini ameriKani alla capitale irakena e, per ora, i foraggiati damerini ‘inviati speciali’ non erano ancora scappati come conigli, cosa che sotto i mie occhi essi fecero tutti – salvo uno, il grande Peter Arnett della Cnn – prima che piovessero i missili.

Saddam era riuscito a distoglierli dall’ozio dei fornitissimi bar degli alberghi ed ora, grazie al suo invito, potevano con viziose bottiglie piatte di veleno celate eccezionalmente fare un intero pomeriggio il loro dovere di cronisti. La sala deputata ai colloqui era, a luci sempre accese, quella del Teatro incluso nell’edificio.
Quando entrammo il loro chiacchiericcio formally polite molto elegante subito cessò, non per noi ma per l’ attesa ed a noi contemporanea apparizione di Saddam. Entravano infatti sul proscenio, da dietro una quinta a sipario chiuso che restò tale per tutto l’incontro, assieme a Saddam Hussein, gli uomini della Presidenza si sedevano con lui al lungo tavolo ben illuminato due metri in alto sopra la platea dove, al centro della prima fila di comode poltrone andammo a sederci noi delegati dalle Ong all’incontro, ieri riservato ed oggi volutamente aperto ai giornalisti. Sul proscenio solo monsieur Ramadam restava in piedi come il giorno prima alle spalle di Saddam come un elegante maggiordomo ma, oggi, con arrotolata e stretta in mano una cartella rossa, quella con la a noi promessa prova del complotto amerikano nel caso che, ora con l’avallo delle Nazioni Unite, davvero gli Usa avessero coi loro missili osato infierire sulla leggendaria e stupenda Bagdad.

Si parlò infatti solo di questo, quel secondo pomeriggio e, al giusto momento, la prova che Ramadan mostrò a noi della prima fila e lasciò per un bel po’ in mano, girò un bel po’ anche tra gli oltre cinquanta giornalisti oggi presenti.
La cartella conteneva un messaggio del Dipartimento di Stato Usa in cui, riassumo, dopo ringraziamenti e lodi al popolo irakeno per i sacrifici (nove anni di guerra con milioni di morti contro l’intregralista nuovo Iran dell’Imam Komeini e, in questo, fin lì appoggiati e bene armati dagli Usa per difendere la ‘liberty’ del nostro ‘mondo ‘civile’), nell’ultimo paragrafo si incitava gli irakeni a finalmente riprendersi ciò a cui da tempo aspiravano, che comunque gli Usa avrebbero saputo chiudere un occhio (per saperne di più sul cosiddetto Iraqgate può essere utile un approfondimento sui legami tra Iraq, Iran e Stati Uniti dopo la Rivoluzione Iraniana, ndr).
Il tutto era firmato direttamente dal Segretario di Stato amerikano.

Tornato in nostre mani, il documento presto tornò in quelle di Ramadan, sceso in sala per mostrarcelo e poi rimasto lì a parlare sottovoce del più e del meno con noi delegati mentre il documento girava tra i giornalisti.
Ricordo che finalmente colsi l’occasione e, en passant, con un finto sorriso usato come paraffina gli chiesi ‘solo’ di darmi una ragionevole ragione dell’impiego di gas nervino contro i curdi nel corso della guerra irakena all’Iran da poco conclusa. Mi rispose subito, con un altrettanto efficace diplomatico sorriso, che il nervino l’avevan lanciato gli iraniani contro gli irakeni, colpendo però molti civili tra i curdi che popolano il nord dell’Iraq.

Vero? Falso? Chissà, so per certo che, salvo le parole di Ramadan dal proscenio nel presentare il documento amerikano prima di scendere in platea a mostrarlo, non si disse altro di ufficiale, in quel nostro giorno di ‘colloquio’, se non i saluti del Presidente a tutti prima di uscire.

Dormii poco, anzi niente, quella notte. Mentre quelli importanti tra i delegati forse riposavano, rientrati nelle loro auguste residenze, come

Bagdad, murales raffigurante Saddam Hussein, 1990, foto di Gerard Eder

Bagdad, murales raffigurante Saddam Hussein, 1990, foto di Gerard Eder

Arafat, o come Daniele Ortega, e noi, poveri delegati delle povere Ong – con noi anche un professore fiorentino cattolico lapiriano in pensione vecchio quanto me adesso, una signora compagna che seppi molto impegnata nel movimento torinese, una bella coppia di giovani veneti molto innamorati ora piombata lì non ricordo per conto di chi ed una giovane vikinga, con un sorriso deciso e dolce come, ora, quello sui media della capitana della nave salvaprofughi che osò violare le assurde disposizioni del pompato Salvini.

Fatta una doccia, passai sera e notte ciondolando solitario prima tra camera e ristorante, poi tra i divani munito di inutili quotidiani ormai scaduti e il bar, in attesa dei giornali del mattino per vedere cosa scrivevano dopo aver valutato il fin lì certo inaspettato documento.

Avrei fatto meglio a dormire, invece di aspettare inutilmente. Cinquanta giornalisti almeno, e di tutto il’mondo libero’, e nessuno accennava al documento. La censura prebellica amerikana funzionava a livello planetario?

A pranzo, in albergo, ci scambiammo finalmente due opinioni sulla situazione e, io senza aver dormito e gli altri non so, subito dopo ci recammo insieme al nostro terzo ed ultimo appuntamento con il vertice irakeno.
Ruminando in silenzio questa nostra amara riflessione, presto giungemmo al Teatro della Presidenza e ci sedemmo, come nei due precedenti incontri, nelle poltrone centrali della prima fila della platea dove vi trovammo, soli e già seduti al centro della fila in intima conversazione il giovane Ortega ed il maturo Arafat. Non c’era nessun altro in sala, stavolta, oltre noi e le poche guardie scelte addette alla sicurezza. In attesa che ora sul proscenio comparisse infine Saddam e si sedesse, al solito tavolo ben addobbato, con il suo breve seguito di necessari ministri e funzionari.
Dopo un accenno di forzato sorriso come saluto ai due grandi mi sedetti, come gli altri delegati delle Ong, nelle poltrone della prima fila a fianco dei due Presidenti. Ero distrutto per non aver dormito dal giorno prima e, a pranzo, non avevo mangiato per un senso di nausea e, con dentro un solo caffè preso al mattino nel corso della mia deludente scorsa alla mazzetta di giornali fornitami dopo l’alba dal portiere del nostro lussuoso albergo, mi sedetti senza più parlare a nessuno e senza più guardare a nessuno negli occhi.

Quando, entrato in scena, Saddam aprì il dibattito del terzo ed ultimo nostro incontro lanciandoci un invito alla tranquillità perché a suo dire gli Usa non avrebbero colpito l’Iraq ma solo continuato a fare la voce grossa per mascherare al mondo il loro sostanziale avallo alla presa irakena del Kuwait… un imprevisto colpo d’ala voluto dal Destino fece in modo che io restassi in Iraq a rischiare la pelle invece di tornare a casa, come gli altri, deluso ma vivo.

Più forte di me, una voce potente mi esplose in gola e, guardandolo dritto dal basso, dal mio posto, quasi gridando dissi che allora, visto che si fidava degli amerikani e non si ritirava dal Kuwait, poteva subito almeno lasciar tornare alle loro famiglie gli ostaggi che teneva, ora non più utilmente, prigionieri.

Ci fu un terribile attimo di generale silenzio in cui tutti guardavano me ed io, invece, guardavo solo Saddam attendendo risposta. Risposta che arrivò, dopo un secondo ancora, con il tono accattivante di chi ti sta tendendo una trappola.

“Potrei anche farlo”, disse, “ma voglio prima porre una domanda: se gli americani tradissero, come voi dite, la nostra fiducia e colpissero questa città… chi, di voi estremi ‘pacifisti’, resterebbe qui per fare da scudo umano al posto degli ostaggi che volete liberati?”.

Non avevo dormito e della mia fragilità ora approfittò di nuovo il Destino per tendermi un secondo tranello. Senza neppur saperlo, ora ero rigidamente in piedi davanti alla mia poltrona e, d’impulso, risposi guardando Saddam che:

“… esclusi Yasser e Daniele (Arafat e Ortega, ndr) che, certamente, dopo questo terzo inutile incontro avranno ben altro da fare, non so dire degli altri… ma se in cambio liberate gli ostaggi io certo accetterei” e, aggiunsi dopo un breve respiro per domare ogni mia emozione, “… ho con me la chitarra, in albergo, e potrei cantare nelle scuole per tirar su i bambini in attesa dei missili amerikani che, a nostro parere, non ritirandovi dal Kuwait metteranno a fuoco questa vostra bella capitale”.

Non dissi altro né disse altro Saddam.

Arafat ed Ortega ci salutarono lasciando le poltrone per seguire monsieur Ramadam sul proscenio e, appena raggiunto Saddam scomparvero con lui e tutto il suo codazzo compreso Ramadan dietro le quinte. Restammo in sala solo noi delle Ong oltre alle guardie della regale Presidenza che, mentre raccattavamo i nostri giornali del mattino sgualciti e quanto altro per tornare all’albergo dove eravamo ospitati dal nostro arrivo a Bagdad, ci hanno in silenzio circondati e, condotti all’esterno, fatto salire su un camion militare telato per trasporto truppe che subito ci portò al nostro hotel dove, spinti a farlo, raccogliemmo in fretta ogni nostro bagaglio e, davanti agli occhi sorpresi del sopraggiunto amico portiere del turno di notte, ricondotti e fatti salire senza alcuna spiegazione sullo stesso camion militare telato di prima, restato ad aspettarci sull’ingresso del nostro comodo alloggio.


Scambio di ostaggi

Risaliti e stipati che fummo in quindici sul camion – alla nostra iniziale minuscola delegazione si erano presto aggiunti, nei pochi giorni passati dal nostro arrivo, altri giovani pacifisti giunti a Bagdad dai quattro lati del mondo – tutti sentimmo un brivido quando il camion si mosse per portarci in una notte prigionieri in un campo militare al sud del paese, tra le dune a ridosso della frontiera con il Kuwait.
Non ricordo niente del viaggio, quasi nulla. Quando il camion, con noi chiusi dietro dal telone, lasciò Bagdad preceduto e seguito da due camionette zeppe di guardiani armati io, ormai distrutto, caddi lungo di schianto sul pianale e, finalmente, dormii la notte intera tra i piedi dei ‘delegati di pace’ seduti ai lati, ora prigionieri come me in qualità di ostaggi e scudi umani.

Saddam aveva abbondantemente mantenuto il patto: ora eravamo, tutti e non solo io che mi ero offerto, prigionieri noi in cambio dei cento e cinquantuno operai e tecnici europei che Saddam fece subito liberare e che fecero felicemente ritorno alle loro famiglie. Dormii bene, tra i mei compagni di sventura, e mi svegliai all’alba quando il camion, dopo centinaia di chilometri, ore ed ore di viaggio, si arrestò e spense il motore. Eravamo giunti a destinazione.
Dieci minuti, dieci minuti buoni, per noi, a capire dove ci avevan portati. Sotto un cielo ora chiaro, un vecchio accampamento militare abbandonato, residuo di altre guerre, ci avrebbe visto stretti e sorvegliati nelle residue malandate tende militari da campo piantate, chissà quando, tra gli arbusti e le dune a due passi dal confine col Kuwait.

Per fortuna fin da ragazzino ho sempre una chitarra con me.
Sempre amica ed utile, in quel campo di prigionia perduto nel deserto la chitarra mi servì 1° a passare il tempo senza morire di noia, 2° a divertire gli altri prigionieri per tirarli su di morale e, 3° soprattutto a fraternizzate con i nostri altrimenti temibili giovani guardiani armati. Rimasi poco in quella specie di lager sperduto e terribile, solo tre giorni.

Fu per questo che la sera stessa del giorno del nostro arrivo – apppositamente io dicendo a tutti e da ore che “gente allegra Dio l’aiuta” senza altro aggiungere – il calar del sole ci trovò a cantare seduti nella sabbia attorno ad un falò da noi improvvisato nella spianata tra le tende, circondati dai giovani nostri custodi armati sempre più sorridenti.

Pino Masi con Arafat, Bagdad 1990

Pino Masi con Arafat, Bagdad 1990

Mi fu facile, allora, la mattina del secondo giorno chiedere a chi mi sembrò il più simpatico di loro di portarmi dal comandante del campo perché avevo da riferirgli qualcosa d’importante.

“Cosa?”, mi chiese, ed io:
“Tanto importante che posso parlarne solo a lui, capisci?”.
Mi ci portò.
“Sono qui per difendere l’Iraq dall’aggressione amerikana”, esordii con lentezza tenendo gli occhi bassi, “e vorrei…”.
“Più esattamente, sei qui a farlo perchè ti ci hanno portato pri-gio-nie-ro”, precisò lui alzando gli occhi e beffardamente nel finale sillabando la parola “pri so ner”, ma stavolta di occhi trovò i miei, sdegnati, ora fissi dentro i suoi.
“Si sbaglia… sono qui perché ho deciso, scelto e chiesto di farlo, e…”.
“E a chi lo hai chiesto?! Dimmi”, disse nuovo interrompendomi ma, stavolta, riflettendo, “credo a nessuno… Anch’io non sarei qui, così lontano dai miei, se non me lo avessero ordinato” e, tornando vispo:
“Ora dimmi a chi lo avresti chiesto… e poi vai, che ho da fare”, concluse tornando con gli occhi alle sue carte.
“L’ho chiesto al vostro onorato Presidente, Saddam Hussein, al Presidente di persona”, gli dissi dominando la scena come da un aereo pronto a combattere.
Sorpreso, alzò gli occhi:
“Non sono qui per…”, aveva appena iniziato a dire, ma stavolta lo interruppi io, sovrastandolo.
Avevo calato l’asso nella manica da me meditato nottetempo ed ora dovevo solo chiudere la partita stravincendo.
E, infatti:
“Non mi crede?!”, subito esclamai, “posso capirlo, non è da tutti parlare con Saddam…” aggiunsi infierendo, “ma di questo può subito informarsi. Ne avete i mezzi, alzate le antenne, chiedete di me a Monsieur Ramadan“.
All’udirne il nome, il militare sprezzante che non aveva prima tremato neppure al nome di Saddam, finalmente incassò il colpo e, guardandomi con rispetto dalla sua poltroncina telata pieghevole, piegato dalla sorpresa, ora coi gomiti piantati sul piano in fòrmica del suo verdolino tavolo da campo, anch’esso pieghevole:
“Si accomodi”, dice, “e mi spieghi perché voleva parlarmi”, gentilmente conclude.
È fatta, mi dissi compiaciuto. Ed anche il simpatico giovane armato, che mi aveva portato a parlare col suo comandante, trovò modo di respirare e, non più teso, volse a terra la mitraglietta che mi aveva sempre puntato finché ero in piedi.
Sedevo ora, e a voce bassa quasi fosse un segreto, gli spiegai che la notte, riflettendo sulla situazione, ero giunto a concludere che gli amerikani non avrebbero mai aggredito l’Iraq, affrontandone il coraggio dal Kuwait occupato per poi raggiungere Bagdad combattendo e che, invece, si sarebbero vigliaccamente limitati a colpire Bagdad dal cielo con i loro missili senza mai metter piede sul suolo irakeno rischiando la pelle.
“Così fosse, ciò renderebbe vana la nostra presenza di ostaggi e scudi umani in questo benedetto campo nel deserto”, aggiunsi, “mi sentirei molto più utile, come volontario ostaggio, a Bagdad che stando qui inutilmente. Si colleghi, ne parli con Monsieur Ramadan, mi lasci partire per Bagdad entro un paio d’ore, vorrei essere lì in serata”, conclusi e, senza aspettare risposte, mi alzai e, salutatolo con un rigido brevissimo inchino mentre ancora annaspava, subito uscii seguito dal simpatico giovane guardiano armato.

Partii per Bagdad esattamente dopo due ore, su una camionetta militare con autista e due guardie armate, con la chitarra e le poche altre mie cose. Giungemmo a Bagdad al tramonto, io prigioniero con autista e guardie. Il posto era un piccolo albergo vuoto del centro, abbandonato dai turisti in fuga ed ora usato da prigione, sorvegliato all’esterno. Da volontario ostaggio e scudo umano qui potevo più utilmente attendere i missili amerikani. Mancavano solo una scarsa decina di giorni alla scadenza dell’ultimatum dell’Onu, Saddam aveva liberato i precedenti ostaggi non volontari ma non mollava il Kuwait ed ero certo che i nazisti del Pentagono si fregavano le mani.

Mi fecero scendere, con chitarra e bagagli, l’autista restò fuori a scambiare opinioni con i militari della jeep di guardia e gli altri due, armati, mi fecero accomodare all’interno in una bella stanza tutta mia con frigo pieno di cibo e bevande e bagno e tv con telecomando.

“Ora”, pensai, “se ne vanno e mi lasciano solo, qui a guardare le news e aspettare le bombe. Bello qui, ci starò bene, devo ringraziare, non mancherà niente”, dissi salutando a mia volta, “potrò solo annoiarmi, a non far niente…”, aggiunsi e, con aria dispiaciuta, “se avessi potuto parlare un momento con Monsieur Ramadan… sarei potuto andare ogni mattina a cantare nelle scuole per tirar su di morale i vostri bambini…”, conclusi guardandoli in faccia con un mesto sorriso. Non risposero, ma certo capirono.

Parlavano in inglese stentato, sia al campo nel deserto che adesso qui, ma mi aiutavo con qualche parola in arabo.

E quelli capirono e, senza altro aggiungere, uscendo mi sorrisero con ammirazione. Senza andare in cucina a preparmi qualcosa di caldo rientrai in camera mia ed accesi la tele, mi sfamai veloce con qualcosa dal frigo con un occhio alle news e, complici digestione e stanchezza, mi allungai sul soffice lettone e mi addormentai di schianto.

Entrando in camera, la sera, accostandone la porta avevo dato un giro di chiave per scaramanzia e fu così che, la mattina dopo alle ore nove e trenta esatte mi svegliai di botto, vestito e con il televisore acceso, perché non so chi, battendo i pugni e a gran voce, voleva che io aprissi.

“I’m coming”, gridai chiudendo il rubinetto del lavabo dove ero subito corso a lavare gli occhi con due dita bagnate, e corsi a girare la chiave. Ci fu poco da dire: due giovani militari armati, mai prima visti, con bastanti grugniti e gesti e ben poche parole mi invitavano, indicando disperati la mia chitarra ancora assopita su una poltrona dalla sera prima, ad uscire con loro al più presto.
Alle dieci in punto la jeep si arrestò al cancello della prima tra le elementari di Bagdad dove avrei cantato per i bambini, ogni mattina alle ore 10, fino al giorno prima delle bombe. Immagina la mia gioia, ogni mattina, entrato con la jeep nel cortile di una scuola e, lasciatomi scendere con la chitarra in mano, già cantavo guardando i bambini sciamare di corsa felici verso di me. Ci tornerei anche ora, solo per quello!

Pino Masi a Bagdad, 1990

Poi, sulla jeep e di nuovo in manette, mi riportavano “a casa” per tornare a prendermi la mattina dopo.

“A casa” tutto a posto, m’inventavo qualcosa in cucina, poi riposavo un po’ e, la sera, caffè e tv per le news fino a tardi. Una pacchia, non fossi stato lì a rischiare la pelle. Credevo di essere solo, i primi due giorni, e forse lo ero, ma la terza notte non riuscii quasi a dormire per i gridolini erotici che, senza sosta, venivano dalla stanza accanto assieme ai rumorosi scossoni di un letto percosso a tempo come la batteria di una band in concerto.
La mattina dopo la notte di erotico trambusto, andando a farmi un tè in cucina incappai nella coppia di giovani innamorati veneti, delegati di pace prima ed ora prigionieri, da me lasciati nel campo assieme agli altri. Sorpreso, non ebbi tempo di chiedergli niente perché, in tutta fretta, senza neppure guardarmi si diressero alla porta che dava sull’esterno, aperta loro dai giovani soldati di guardia, da essi richiusa senza saluti e tantomeno spiegazioni.

Un’altra sorpresa, questa gradevole e per niente inquietante, mi attendeva all’alba della mattina dopo.
Mi ero svegliato presto e, lavate mani e viso, ero uscito nel corridoio per andare in cucina a farmi un tè nero caldo con zucchero di canna e fiore di cardamòmo. Subito notai la luce accesa in cucina, che pensai da me lasciata così la sera prima, e solo entrando vi scoprii, mi creda dotto’, un vecchio sacerdote cattolico intento, borbottando preghiere, a riempire di acqua e vino due piccole ampolle di cristallo.

“Sono per la messa che celebro di mattina presto in camera mia, prima di uscire per le mie incombenze”, mi disse in buon inglese guardandomi in faccia sorridendo appena entrai, “noi preti lo dobbiamo fare, di regola, ogni giorno, anche da soli, quando non ci sono i fedeli !”, aggiunse sfiorandomi con le ampolle per uscire nel corridoio e tornare in camera sua, la più vicina.

Le dico bella sorpresa, dottò, lei non ci crede, lo so, ma non so dirle come o perché, non volli lasciarlo a dirsi messa da solo e, per pura simpatia, dissi che se voleva potevo servir messa e la colazione farla dopo, prima di andare a cantare nelle scuole. Detto questo, lo seguii di getto senza star lì ad attenderne il consenso, mentre disperatamente cercavo ricordare versetti da dire e squilli di campanello al momento giusto, come avevo fatto solo da bambino.

Avvenne così, per destino e non perché sapendo e volendo, che mi scoprii amico, davvero amico, di un anziano cardinale cattolico irlandese che l’Onu aveva messo a capo dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ndr) per aiutare i bambini irakeni profughi, in caso di guerra, ed aveva scelto quella nostra umile residenza protetta tra quelle, anche molto più eleganti, offertegli a Bagdad dal governo. Da allora, mancavano ormai solo quattro giorni alla guerra, per altre quattro giorni mi alzavo all’alba per servir messa. Meno male che mi aveva dato, nel presentarsi al primo giorno della nostra nascente amicizia, un suo garbato biglietto da visita piccolo e lucido, color bianco avorio…


I bombardamenti e il rientro in Italia

… perché improvvisi, la sera prima dell’arrivo dei missili i soldati di guardia piombarono nella mia stanza e, senza spiegazioni, mi

Bombardamento di Bagdad, 1991

Bombardamento di Bagdad, 1991

trascinarono in fretta fuori con chitarra e bagaglio fino alla jeep e mi portarono di corsa in aereoporto, ci addentrammo da un apposito varco fino ad un aereo con il portellone ancora aperto ed il motore acceso e, senza perder tempo in cerimonie, in quell’aereo mi ci ficcarono a spintoni con tutti i miei pochi averi. Chiuso che fu, in fretta, il portellone mi voltai verso l’interno e mi trovai di fronte e poi, cercando un posto, immerso in una folla di bambini, di ragazzi e ragazze, e donne eleganti di ogni taglia ed età.

I potenti ministri del regime, costretti a restare in Iraq per dovere, con quel grande aeroplano mettevano in salvo in Giordania le loro famiglie. Sulle navi e le portaerei amerikane da giorni ancorate nel Golfo già si alzavano le rampe dei missili e scaldavano i motori dei più moderni bombardieri.
A Bagdad, informato di tutto, Monsieur Ramadan aveva deciso di salvare la pelle anche a me. Fu, quello, l’ultimo aereo dell’aviazione civile a lasciare Bagdad, otto ore prima dell’arrivo dei missili. Neppure un’ora dopo atterrammo ad Amman e, nel salone degli arrivi, una folla di amici e parenti dei fuggitivi li aspettava e, adesso, a gruppi li portava in città per ospitarli e in breve, frastornato dagli eventi, li seguii fin nel salone centrale e restai lì immobile e solo ancora un po’ a naso all’insù a guardare se c’era un volo per Roma sul pannello luminoso delle partenze. C’era tra un’ora un volo Alitalia.
Giusto il tempo di fare il biglietto e bere un caffè. In aereo, appena seduto comodo dormii come un sasso senza interruzione tutte le ore di volo. Atterrammo a Fiumicino che era ancora buio, ma a Bagdad era l’alba e sulla città piombava l’apocalisse. Me ne resi conto, sbalordito, mentre facevo colazione prima cercare un mezzo per giungere a Roma alla Stazione Termini e prendere il primo treno per Pisa. Sul grande schermo, sospeso in alto oltre un’ultima schiera di bottiglie, una insolita aurora boreale tingeva il cielo tingeva di Bagdad. Le immagini erano quelle, in diretta, dalla terrazza del suo albergo, via CNN, a tutti da Peter Arnett, l’unico reporter non fuggito da Bagdad come gli altri cento.

La base militare di Camp Derby a Pisa.

La base militare di Camp Darby a Pisa.

Mi distrassi solo quando il treno si fermò a Livorno ed ebbi appena il tempo di radunare chitarra e bagagli per scendere a Pisa, alla stazione successiva. Mi ero distratto dalla tragedia ma, raccolti i miei cenci e di nuovo guardando fuori dal finestrino, nella vampa della tragedia irakena ridovetti subito ripiombare: nel gelido finestrino dove per me aveva fin lì feroce imperversato il mare, ora, ultimi minuti tra Livorno e Pisa, mi feriva il cuore, in ombra tra le preziose macchie e selve di pinus marittimo mediteraneo del parco ‘protetto’… Ecco! Lo sa anche lei, dotto’… Chilometri e chilometri di armi ed automezzi militari di ogni tipo e più oscuri capannoni grigioverdi degli assassini nostri ‘alleati’ amerikani, il noto e da oltre mezzo secolo da noi odiato Camp Darby.

La più importante base militare logistica amerikana in Europa, a nostro rischio farcita di bombe atomiche, sulla costa tra pineta e mare, tra le raffinerie subito fuori Livorno fino connettersi e quasi inglobare – alle soglie di Pisa – la parte sud del nostro civilissimo scalo internazionale “Galileo Galilei”, parte sud da sempre sede armatissima della nostra aviazione militare.

La chitarra con una mano ed il leggero bagaglio con l’altra, suonato come un pugile suonato, traversai in obliquo senza incontrare nessuno mezza città per rifugiarmi a casa, da mia madre, dove da due anni – in fuga da Trapani dopo la morte di Mauro Rostagno – ero tornato ad abitare la mia stanza come da bambino.
Era ora di pranzo e, senza toccare cibo, abbracciai in silenzio la mia cara vecchia principessa e, subito, raggiunta camera mia crollai sul letto e dormii, sporco e digiuno, fin la mattina dopo.

La notte anyway davvero porta consiglio e, infatti, appena sveglio e fatta la doccia e messe in lavatrice le lenzuola stazzonate, salutai la mamma e, tanto le idee erano chiare, uscii di corsa di casa.
Un attimo per far colazione in un bar vicino al Comune e poi salii deciso le marmoree scale di Palazzo Gambacorti fino al piano nobile, quello più bello e comodo, tutto affrescato, popolato solo da Sindaco e Assessori. Non chiesi alcun permesso, non chiesi niente, ma dichiarai loro ‘ufficialmente’ che mi sarei messo giorno e notte sotto al Comune a cantare finché non avessi raccolto tutte le medicine possibili da inviare a Bagdad per i bambini feriti ancora in vita. Non mi dissero no, ci mancherebbe, tutta gente ‘di sinistra’, e li lasciai a bocca aperta senza altro dire.

Ridiscesi le scale e andai di corsa a portare al quotidiano “Il Tirreno” la foto di me con Arafat, quella – subito pubblicata – scattata dalla brava pacifista piemontese la sera a cena ‘chez Yassir’ e da lei portata a stampare per me in un negozio del centro di quella Bagdad che a noi, prima delle bombe, parve viva e bella quanto Parigi.
Prima di correr via aggiunsi:

“Da oggi mi metto a cantare sotto il Comune per raccogliere più medicamenti possibile, da inviare a Bagdad per i bambini sopravvissuti”, lasciando anche loro stupiti.
Non mi restava che tornare verso il Comune, ritirare la chitarra al bar della colazione dove l’avevo affidata all’amico barista prima della sorpresa agli Assessori e piazzarmi, senza alcun indugio, nella centralissima zona pedonale tra il nostro Comune e Ponte di Mezzo ed inizio Corso Italia e i Lungarni, ad urlare e cantare fino a sera per lanciare ed iniziare la raccolta.

Solo all’ora di pranzo, vedendo che non passava quasi nessuno, corsi di nuovo al Bar Siena per mangiare qualcosa non cadaverica e bere una spremuta di arancia e, lo decisi sull’istante, telefonare a gettoni dal bar a Pola Cassòla e Silvano Tartarini, della Lega per il Disarmo, per dire loro che ero vivo ed appena rientrato dall’Iraq a Pisa il giorno prima. Aggiunsi, immagino lasciando a bocca aperta anche loro, di scusarmi se ci si vedeva solo tra un paio di giorni per il rapporto sulla nostra missione in Iraq, perché ora ero in piazza a cercar di raccogliere medicine da inviare ai bambini feriti di Bagdad.

Le altre Ong si misero a raccogliere le giuste medicine anche loro e, quando finalmente vidi Pola e Silvano per far loro il necessario rapporto, en passant mi dissero che le altre Ong stavano anche loro aiutandoci a raccogliere medicine. Accadde così che, al nostro incontro per discutere anche con loro il rapporto sulla prima missione, io che, povero me, a Pisa di medicine ne avevo raccolto solo un paio di quintali, seppi che però fatte le somme, tra tutti e non solo a Pisa, ne avevamo raccolte un paio di tonnellate!
Fu allora che si disse:
“Beh, visto che siamo riuniti, perché non vediamo anche di capire come far arrivare queste medicine a Bagdad?!”.
Fu così che tutti, già valutato il rapporto sulla prima missione, senza nulla dire mi guardavano a tratti finché, infastidito, esclamai:

“Non è che guardate me perché pensate che a Bagdad le debba portare io ?”.
Così tutti sorrisero e si rilassarono perché, al dunque, c’ero giunto da solo senza loro dovermi pregare. Solo uno, se ricordo bene di “Un Ponte per..”, mi rispose a voce alta, sorridendo:
“Non è giusto così, visto che tu già conosci la strada?”. Non seppi cosa rispondere e… chi tace acconsente.

 

1990: il ritorno a Bagdad

Le medicine

Dopo un paio di giorni saluto anche mamma e, tranquillo e lucido come un James Bond al cinema nei films ma di lui più vero, scendo da Pisa a Roma in treno in prima classe, senza chitarra ma in doppiopetto scuro e strapieno di maledetti dollari Usa e getta, da Fiumicino prendo un regolare volo Alitalia per la Giordania e dopo qualche ora sono ad Amman, bella suite allo Sheraton, mance e buoni rapporti col personale, bagno in vasca e spremute di arance, stampa quotidiana internazionale, uno schermo gigante di fronte al letto, acceso giorno e notte a basso volume per seguire news. Per tutti, qui ora sono Mr Masi, in Giordania per distribuire gratis ai più poveri le medicine che appositamente mi inviano dall’Italia!
Ci passo solo due notti allo Sheraton. La ‘Guerra del Golfo’ è finita ma ora gli amerikani – dopo aver usato gli irakeni contro l’Iran e poi averli traditi e bombardati – hanno chiesto all’Onu e ottenuto tremende sanzioni contro l’Iraq, con assoluto divieto di importare merci di ogni tipo, medicinali compresi.

Una veduta di Amman, agosto 1990 (foto di Francoise De Mulder/Roger Viollet/Getty Images).

Una veduta di Amman, agosto 1990 (foto di Francoise De Mulder/Roger Viollet/Getty Images)

Per questo, già la mattina del giorno dopo il mio arrivo vado, ufficialmente da tranquillo benefattore e credente, a far visita ad un alto esponente cristiano locale. Non ci conosciamo, ma il suo nome e ruolo in Giordania mi viene dall’aver fatto il chierichetto a Bagdad, prima della guerra, al carissimo cardinale irlandese a capo dell’UNHCR, suo ammirato amico, che in confidenza mi aveva detto di rivolgermi a lui se riuscivo a fuggire in Giordania prima dell’arrivo dei missili ed avevo bisogno di aiuto.
Dopo le gentilezze, sincere e dovute, non esitai a dirgli il vero motivo della mia presenza in Giordania: ritirare all’aereoporto di Amman le medicine giunte dall’Italia e portarle a Bagdad malgrado le difficoltà dovute alle ulteriori angherie amerikane.
“Potrei ritirarle anche domani pomeriggio e, dopo il tramonto, a fari spenti traversare in una sola notte tutto il deserto e giungere -a nascondermi e a bere un caffè- sotto i grandi palmeti fuori Bagdad prima che faccia giorno”, dissi, e lui, con gli occhi grandi per la sorpresa:
“Davvero te la senti ?” mi chiese.
“Certo padre, non sarei qui altrimenti, il problema vero è come passare, una volta usciti dall’aereoporto con il mezzo carico di medicine, domani sera dopo il tramonto il confine giordano in direzione di Bagdad. Sarà sorvegliatissimo, mi si dice. Il vostro Re è molto amico degli amerikani”.
“In questo ti posso aiutare”, mi interruppe sorridendo, “basta che non dimentichi un nome che ora ti dirò e, giunto al confine, scendi dal mezzo e chiedi di lui e, non appena ti si presenta innanzi, vi stringete la mano nel presentarvi e tu, nascostamente, lasci nella sua il biglietto che ora ti darò, lui lo leggerà e senza dubbio ti lascerà passare”.
Detto questo si china verso un blocchetto di fogli giallini quadrati piccolo piccolo che solo ora noto accanto al telefono sul suo tavolo di lavoro, ne stacca un foglietto prima di scriverci sopra, certo per non lasciarne impronta sul foglietto sottostante, verga qualcosa in arabo classico che non so leggere e che, spero proprio di no, potrebbe essere il modo più spiccio di consegnarmi alle segrete prigioni del suo Re, ma mi devo fidare e, nel momento che si china verso di me per consegnarmi il suo pizzino come un qualunque Totò Riina, mi ripete due volte un nome sottovoce, mi chiede di ripeterlo sottovoce subito e, poi, dopo che sembra siamo ormai ai saluti, mi chiede a sorpresa di ripeterglielo ancora, quel nome e, dopo che io sottovoce lo ripeto, aggiunge, anche lui sottovoce:
“Non lo dimenticare, fino a domani sera” e, accompagnandomi ora gentilmente alla porta, sottovoce mi dice di chiedere di lui al confine prima del tramonto.

Il pomeriggio del giorno successivo mi presento elegante in aeroporto e, dopo un salto in dogana per assicurarmi siano giunti i cartoni zeppi di medicine, scendo nel gran piazzale del magazzino merci e scovo, tra i tanti che stazionano lì in attesa d’ingaggio con i loro automezzi, il tipo giusto per me.
Poco più di vent’anni, gli occhi neri e fieri illuminano il bel volto di intelligenza. Vado soltanto e subito da lui e, come fossimo amici da sempre, gli chiedo se mi porta stanotte a Bagdad con un carico di medicinali per i bambini irakeni feriti, giacenti senza cure negli ospedali.
“Posso farlo”, mi dice dopo un attimo, “l’ho già fatto due volte, da quando è finita la guerra, per aiutare i fratelli irakeni”, aggiunge in un inglese stentato, “dipende da quanto mi puoi dare per farlo”.
“Ok, ma dipende anche da quanto mi chiedi”, gli rispondo in perfetto amerikano.
“Solo tremila dollari”, mi dice.
“Te ne darò duemila, se ti va bene. Mille subito passato il confine, e gli altri mille se arriviamo vivi a Bagdad prima dell’alba”, gli dico, “prendere o lasciare”, aggiungo deciso senza mollarlo, con gli occhi fissi nei suoi.
Accetta sorridendo, ed io:
“E non pensare di farmi scherzi perché sono armato”, dico bluffando con la faccia tosta di un giocatore di poker.
“Ok, ma niente scherzi anche tu, sono anch’io armato”, mi dice e, cambiando tono, “andiamo a caricare o si fa tardi”.
Carichiamo, andiamo in frontiera, passiamo come previsto e, a fari spenti, affrontiamo il deserto.
Sapesse che bello, dotto’, solcare di notte il deserto come un mare, sotto un cielo di prezioso lapislazzulo fittamente stellato.

Bagdad 1990 - foto Gerard Eder

Bagdad 1990 – foto Gerard Eder

Magnifica traversata la nostra. Poco prima dell’alba non siamo ancora a Bagdad ma già sotto i palmeti magnifici che la precedono e annunciano e, finalmente, parcheggiato il mezzo e spento il motore, ci godiamo un tè nero e caldo tra personaggi come noi inconsueti sulla soglia di un bar baracchino, sorge il sole ed ora, ristorati anche nel cuore, non possiamo che giungere senza fretta in città, una città bellissima da poco crocifissa, dove nessuno sa di noi e nessuno ci aspetta ma che, sorpresa, tra poco ci sorriderà contenta e grata.

Ci muoveremo infatti, ora, per la città, dopo la prima sosta di conforto e, tornati a bordo, girando a fondo la chiavetta di accensione:
“Dimmi ora dov’è che si va a scaricare, cosi poi torno qui sotto le palme e mangio e mi riposo fino al tramonto”, mi dice il giovane giordano, finalmente violando anche lui il silenzio tra noi di una notte.
“Ok, my love,” gli dico, “vai avanti verso il centro, ora, ma non arrivare al fiume. Non so la situazione ora, dopo la guerra, ma prima di vedere il Tigri dobbiamo girare a sinistra e proseguire fin dove andiamo a scaricare. Ti dirò io dove fermarti. Lì scarichiamo, ti do gli altri soldi che ancora ti devo e così puoi tornare dalla tua mamma!”, concludo guardandolo ridendo.
“Si, ma dovrò aspettare il tramonto e poi… Inshallah”, mi dice senza staccare gli occhi da buche e detriti che infittiscono mentre ci s’avvicina al centro.
“Inshallah, come Dio vorrà”, gli rispondo piano, quasi tra me, “come Dio vorrà” ripeto dentro me pensando non come lui alla pelle ma alla buona riuscita della missione.

Fin lì concretamente avevo pensato solo a come arrivare con le medicine a Bagdad, ma non come e a chi darle. Ora sapevo cosa fare.
“Rallenta, fermati qui, parcheggia davanti a questa villetta, ma mettiti col dietro del camioncino verso la porta. È qui che dobbiamo scaricare”, dissi al momento giusto.
D’un balzo scesi a mezzo quasi fermo e lasciai il giovane eroe giordano di cui non ho mai saputo il nome a parcheggiare e corsi verso la porta della villetta. Nel piano, che la notte mi ero in silenzio disegnato in testa dettagliatissimo, una sola incognita: lui ci sarà a casa, oppure è uscito o è morto o è tornato in Austria dopo la guerra o… Lui ci doveva essere o il mio piano diventava carta straccia.

Per fortuna c’era. Era presto, circa le nove di mattina, e lui, un mese dopo la guerra era ancora a Bagdad, abitava nella stessa villetta e stava facendo la doccia prima di uscire. C’era, Inshallah ! Ora il puzzle del mio piano tornava a esser quello giusto, tutto in chiaro senza incertezze. Si, ok, ma lui chi?! Giovane medico austriaco biondo ricciolino conosciuto just for fortune una sera, al bar degli studenti, prima dei missili. Responsabile a Bagdad dei Medici Sans Frontiere, era rimasto a fare il suo dovere, come prima anche durante e dopo. Ci eravamo visti di nuovo per caso in un ufficio postale la mattina dopo e lui, era quasi ora di pranzo, mi aveva portato a mangiare un boccone a casa sua con la sua auto verdolina e poi, con la stessa e di corsa, scaricato al secondo pomeriggio di colloqui, ed ora, ringraziando il cielo, ricordandomi a stento casa e zona ero lì a colmare come volevo la prima casella del mio piano, quella da cui dipendeva il resto.

Capì al volo che era meglio nascondere tutto chèz lui, mi indicò una stanza vuota dove mettere tutto, ci aiutò a scaricare, chiuse la stanza e me ne consegnò la chiave, lo ringraziai ma non la volli con me e la mettemmo nascosta a mia disposizione in alto dietro la cornice di un mobile dell’ingresso, ringraziando gli lasciai il quaderno con sigle e tipo di medicine corrispondenti alle sigle segnate in vista su ogni scatolone, abbracciandolo gli dissi che nessuno meglio di lui sapeva dove a Bagdad c’era bisogno e di quali medicine, uscii e mi sedetti a fianco del giordano che mi aspettava col motore acceso, prima che il mezzo si muovesse gli calai in mano a sorpresa i mille dollari Usa e getta che ancora gli dovevo, mi guardò soddisfatto sorridendo ed io:
“Questi però dalli a tua madre”, e ne misi altri cinquecento nelle sue mani, “ora vai ad aspettare il tramonto per poi tornare a casa, immagino, resto con te ancora qualche minuto mentre vai, fermati un attimo quando te lo dico e così scendo e vado a piedi dove devo. Ti saluto già” e gli dico Inshallah e lui subito “Inshallah !” mi dice, guardandomi con un istante.
Silenzio, ora, e occhio alle buche e, poco dopo, quando volta a destra sulla strada giusta per tornare, credo, al chiosco del bibitaro e attendere lì il tramonto al fresco del palmeto.
“Qui va bene, lasciami qui amico”, gli dico, e lui rallenta e di ferma un secondo ed io scendo senza altro dire, e lui rallenta e si ferma un secondo ed io scendo senza altro dire.
Sono solo, ora, e cammino contento verso il centro.
Ancora pieno inverno, dotto’, un mese dopo la tragedia, ma se da noi l’inverno nevica e fa freddo… sappia, dotto’, che invece a Bagdad il cielo è sempre azzurro e splende il sole.

Pino Masi canta per i bambini di Bagdad, 1990

Pino Masi canta per i bambini di Bagdad, 1990

Alle undici e quindici di un mattino un mese dopo la guerra del golfo nessuno, salvo il fidato amico mio biondino, a Bagdad sapeva che io fossi lì né il perché, ed io ora, spavaldo e di buon passo, andavo a dirlo dritto nel cuore del Palazzo del Governo, terzo punto del mio piano – dopo i due, di portare le medicine e di nasconderle – ora avevo tre quarti d’ora per giungervi e farlo di sorpresa, elemento necessario quando potente è il bersaglio. Ero molto più vispo, adesso, che nell’altra missione prima della guerra. Completamente libero di agire di testa mia, solo e per mia scelta senza chitarra e altri bagagli e vesti pacifiste, davvero libero. Solo, ma libero, benvestito, pieno di soldi, e senza nessuno che dice si fa così o cosà, “Stavolta così o pomí”, mi ero detto.
Detto e fatto. Preciso ed elegante come il mio orologio svizzero. Si figuri dotto’ che riuscii con sveltezza persino a poggiare la giacca e a rinfrescare mani e viso e capelli e collo a una fontana, a trovare intonato sul chiaro su una bancarella un bel maglioncino leggero in cambio di soli tre dollari e della mia camicia sudata, a darmi una pettinata indietro sulle tempie a nascondere i capelli superstiti un po’ lunghi e perfino a darmi da solo una spazzolata alle scarpe davanti agli occhi sorpresi di un vecchio ciabattino.

Varcai la soglia del Palazzo del Governo a mezzogiorno in punto. Non avevo ancor fatto un altro passo che, dottore mio, un serio ufficiale dalla taglia imponente mi si para innanzi ed io, entrato finalmente in scena con il copione scritto in mente, precedendo ogni suo prevedibile interrogativo:
“Assalamaleikum” gli dico e, subito,”I’m Mr Masi, here to bring about two tonns of urgent medicine”.

Guardandomi tra sorpreso e ammirato si sfila dal severo suo professionale tipo di comportamentale esoscheletro e poi, sorridendo, si offre di chiamare due suoi subalterni per aiuto a scaricare le medicine.
“Non si disturbi, non è questo il problema. Abbiamo già scaricato e messo tutto al sicuro appena giunti da Amman. Sono qui solo per comunicare al vostro Governo la riuscita di questa prima parte della nostra precisa missione e se lei vorrà subito indirizzarmi al giusto ufficio, vorrei anche uscire di qui entro un’ora con un una quindicina di vostri permessi – in bianco – per distribuire di persona le nostre medicine ovunque occorra“.
Fu a questo punto che, improvvisamente credendo di trovarsi di fronte a un politico, ad un pallone gonfiato voglioso di esibirsi, pensò facilmente per lui risolto il caso e, anziché finire di indossare il severo aspetto formale, si lasciò invece andare in sonore risate, tanto sonore da attirare l’attenzione funzionari e postulanti:
“You must be crazy, really crazy, Mr Masi !”, esclamò, “and tell me, please… perché vuole essere personalmente lei a distribuire?”.
“So bene che avreste distribuito con cura le medicine ovunque necessario, ma la gente che le ha donate pensa che consegnandole a voi sarebbero finite tutte a voi Sunniti e mai giunte ai vostri cittadini Curdi o Sciìti. Non io lo credo, ma lo credono coloro che hanno fornito il carico e sappia, visto che vuol sapere, che quei preziosi medicamenti non mi sarebbero mai stati affidati né mai vi sarebbero giunti se non avessi promesso di curarne di persona la distribuzione“.
“Vorrei sapere poi chi è quel pazzo che le firmerebbe in bianco i qiuindici permessi, Mr Masi ! You must be..”, cercò di continuare, ma io non lo lasciai finire:

“Un pazzo, dice lei?! I permessi che chiedo li firmerebbe volentieri il Ministro Mohamed Al Saaf, il vostro Ministro dell’Informazione. Mi stima molto, sarà contento di rivedermi vivo”.
Improvviso, dopo un secondo durato un secolo, senza nulla dire si voltò di scatto e veloce scomparve sullo sfondo per non più comparire. Da quel momento però, sfondata io la porta del futuro con quei miei tre colpi di bombarda, tutto veloce andò nel giusto verso.
Avevo vinto, non per me ma per tutti i bambini irakeni… ma avevo vinto !
E, infatti, funzionari solerti uscirono veloci dallo sfondo e con garbo spalmandomi di complimenti vollero accompagnarmi in auto nel migliore grande albergo rimasto in piedi a Bagdad, suite al quarto piano con vista su bellissime libanesi in piscina, doccia e pranzo in camera vegetariano, mazzetta di quotidiani sul comodino e, la mattina dopo, alle 9 in punto  suona il telefono sul comodino.
“Se vuole, Mr Masi, far anche colazione al bar… Dovrebbe scendere in fretta perché la attende l’auto inviatale dal Ministro dell’Informazione”.
Sarò breve: grandi abbracci sorridenti, permessi firmati in bianco, un Toyota rosso per un mese con autista e guardia del corpo e, ogni due giorni, con fiducia nel mio amico medico senza frontiere biondino austriaco che mi dice come e dove e cosa carichiamo il Toyota e, fornito del possibile l’Ospedale Pediatrico di Bagdad, per un mese intero portiamo aiuto in Iraq a tutti e ovunque occorra.
Quando tornai in Italia, con un volo da Amman come nella prima missione, mi fermo stavolta a Roma giusto il tempo di offrire ai media le circa seicento fotografie scattate portando medicine da Kirkulk , tra i curdi del nord, fino a sud di Babilonia tra gli sciiti, primo occidentale a farlo dopo la Guerra del Golfo.
Solo Paolo Liguori me ne chiede una per il settimanale “il Sabato”, che allora dirigeva.
Torno a Pisa, fine seconda missione e.. ad majora!

 

10) RB: Con gli anni sei diventato “famoso” a modo tuo, per le sonate tra le strade di Pisa, le apparizioni cinematografiche, per il continuo impegno nei contesti meno convenzionali.
Rimpiangi mai una carriera più “mainstream”?

Mainstream ? “Basta la parola” diceva Tino Scotti, un comico elegante, facendo in bianco e nero buona pubblicità ad un purgante molto efficace. “Basta la parola” e… devi correre al cesso.  Oggi la tivù è a colori, i canali una infinità e centuplicata la forza di convincimento. La mainstream culturale del finto mondo libero è il perfetto purgante della realtà reale e la sostituisce con una falsa realtà, lucida perché cellofanata, farcita di banalità con cui rincretinire i poveri sudditi, sia della falsa democrazia che del finto socialismo.
Una realtà falsa, falsa come falsa è la storia che ci impongono scritta sui libri di scuola.
Credo quindi non ci sia spazio per la verità in quella ‘mainstream’ – scintillante vetrina ‘culturale’ ufficiale del falso mondo libero – volutamente attraente come il fiore di una pianta carnivora ma, volutamente, anche sciocca, superficiale, banale, in definitiva ridicola, popolata di cretini pagati per dire continuamente solo cretinate tanto cretine da rincretinire milioni di poveri sudditi al solo scopo di renderli docilmente schiavi.
Avrei potuto, dotto’, avere o cercare asilo in quel contesto così volutamente cretino? Mi vuole offendere? No, la sua è stata una intelligente domanda retorica, direi da vero provocatore, che mi ha dato modo di dire fuori dai denti e senza cerimonie cosa penso della purgantissima ‘Mainstream’! Espelle da voi ogni minima traccia di verità! Sarete tutti stupidamente beati!
‘Mainstream’, basta la parola. Oddio dottò, mi scusi, devo correre al cesso…
eccomi di ritorno, dottò, presto vero? Una cosa veloce.
“Basta la parola”, ha visto? Meglio se d’ora in poi non la usiamo più, caso mai dovessimo, la sostituiamo con ‘americanata’.
Mia madre, la Principessa Margherita Giliberti buonanima, per sua decenza chiamava così, ricordo ero un bimbo, ogni cosa per lei indecente, sempre guardandomi con un cenno di sorriso a labbra serrate, così sottolineando il suo dire “Un’americanata!” o “Sono amercanate!”, personale disprezzo per le cose indecenti e/o ridicole e, non ultimo, unitamente al mai altrimenti detto suo disprezzo per i nostri allora liberatori rimasti poi tra noi come oppressori e, terribile, per giunta spacconi e cafoni.


11) RB: Pino, come si dice da noi in Toscana “se Dio vòle” siamo arrivati alla fine della nostra intervista.
La storiografia insegna che il comunismo applicato è stato ed è fallimentare, che il socialismo italiano si è perlomeno corrotto e che il capitalismo, per dirla con parole semplici, ha vinto su tutti i sistemi e si è imposto in ogni settore dell’esistente, arrivando a contaminare anche l’arte e l’istruzione.
Però, se è vero come spesso si ripete che le ideologie sono morte, forse quel socialismo che vedeva nell’Uomo il centro del futuro sviluppo della società, quei valori di solidarietà e ricerca di benessere sostenibile che anche ingenuamente si respiravano negli “anni delle rivolte” in realtà non sono ancora del tutto sopiti, ma covano sotto le ceneri della Natura più pura dell’Uomo e aspettano solo il momento di essere soffiati di nuovo in aria.
Tu cosa ne pensi? Credi ancora in una rivoluzione? Cosa vuol dire oggi “lottare”? E cosa consiglieresti a chi oggi non si riconosce in questo sistema e non trova gli strumenti giusti farlo?

 

Pino Masi oggi

Pino Masi oggi

PM: Se Socialismo significò desiderare la fine del pestifero Capitalismo, credo sia stato invece il Capitalismo a vincere sul piano globale fino al punto di distruggere il globo stesso con un dissennato innaturale sfruttamento delle sue risorse.
Alle proteste dei popoli, dall’Estremo Oriente al Perù mentre bruciano l’Australia e l’Amazzonia, il mondo ‘libero’ capitalista oppone repressione tanto feroce quanto ingiustificata. Stupro, accecamento, violenze e umiliazioni da parte dei tutori dell’ordine nei confronti di decine di giovani manifestanti. Azioni tanto crudeli e illecite da sembrare anche beffarde, come a dire che per sempre sono finite libertà e democrazia, quindi nessuno chiederà loro mai conto del loro bestiale operato.
E, infatti, è su questo contesto ingestibile di continenti in fiamme e fame e proteste e loro bestiale repressione che – improvvisa e da tutti inaspettata – cade ora proprio a fagiolo la mannaia del virus mortale (questa intervista si sviluppa lungo il mese di marzo 2020, ndr), tanto terribile da giustificare ed imporre, se serve anche manu militari, misure coercitive sulla mobilità e socialità di miliardi di esseri umani di fatto in tutto il mondo prigionieri nelle proprie abitazioni.
Scacco matto con una sola mossa, tutti a casa, zitti e buoni o vi togliamo anche internet! Così, inventato che sia in un laboratorio capitalista di ricerca sulle armi letali non convenzionali o, più semplicemente, nato ‘naturalmente’ in un mondo rovinato dal capitalismo, il virus ‘per necessità’ non lascia spazio ad altri argomenti nella corrente della ufficiale informazione.
Da quando siamo in pandemia conclamata ha più sentito parlare, dotto’, dei milioni di giovani che seguivano Greta per salvare il pianeta, del genocidio degli Indigeni per favorire in Brasile la deforestazione, delle ragazze stuprate e dei ragazzi accecati dagli aguzzini cileni? No, i notiziari radio e tv parlano solo del virus e sottolineano la necessità di stare a casa mentre fanno la conta dei morti.
Altro che Socialismo, dotto’, il Capitalismo non solo ha ovunque stravinto e sconvolto il pianeta al limite della autodistruzione, ma ora, giustificato dal virus, di fatto abolisce ovunque anche libertà e democrazia. Se dopo la mobilità, già proibita, virus o non, ci venisse tolta – con una museruola su internet! – anche la socialità… allora dotto’ siamo veramente fottuti: il capitalismo non solo ha stravinto ma, ora, dopo genocidio, colonialismo, schiavismo, razzismo e sfruttamento disastroso del nostro naturale ‘bene comune’ ci serve, ora, a sorpresa, in tavola il suo finale piatto freddo di nazismo globale.
Personalmente penso infatti che il blocco di Internet sarà l’ultimo squillo o segnale di appello alla resistenza che sentiremo e che capiremo se vogliamo capire.
Che altro dire, dotto’, per non tralasciare nulla di quanto chiesto in questa finalmente ultima undicesima domanda ? Che fine abbia fatto chez nous il tentativo di attuare un seppur riformista socialismo, ha già risposto lei nella parte retorica della domanda. A ciò posso solo aggiungere che il perché del fallimento di tale tentativo mi è chiaro – e mi è chiaro anche chi muove i fili degli eventi – fin dal tempo in cui venne sequestrato e poi ucciso Aldo Moro al posto di Andreotti. Convinzione, la mia, poi confermata dallo sgambetto rovinoso a Craxi dopo la nostra opposizione anti-amerikana sulla pista di Sigonella.
La divisione est-ovest resta quella stabilita dai patti di Yalta, che per chi come me vuole un mondo di pace e libertà, di comune gestione del bene comune, di vera uguaglianza nei diritti e nei doveri, sono sempre grossi guai e l’ho duramente capito come protagonista del ‘sessantotto e degli anni seguenti.
Ecco! Se posso chiudere con un augurio, trovo che negli ideali del movimento del ‘Sessantotto – pace, ambiente, diritti, amore libero e libero pensiero – ci siano i valori a cui si dovrà inizialmente attingere per dar vita alla nuova necessaria Resistenza e, stavolta, fino alla definitiva Liberazione del mondo tutto dalla arrogante invadenza degli aSSaSSini amerikani.
Basta così, dotto’?

Certo che basta così, Pino, abbiamo scritto un saggio più che un’intervista.
Grazie di tutto, e salutami gli animali.

 

 

 

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