Il signor Malalan va in analisi (3)

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Chiariamo subito una cosa: il signor Malalan non è tipo da lettino terapeutico, strizzacervelli, ipnotista o altro professionista che si occupa del trattamento dei disturbi psicologici. Pur nutrendo un forte interesse per le varie forme di scompenso psicopatologico, il signor Malalan non ha mai frequentato lo studio di un analista, se non per un breve periodo in età giovanile. Appena diplomato al liceo classico, infatti, era stato assunto, con un contratto interinale, da una cooperativa sociale di pulizie che forniva i propri servizi in uno studio associato di psicologia, oltre che in un centro commerciale, in una casa di correzione e in un bordello abusivo di bambole gonfiabili. Tuttavia la sua esperienza con i professionisti della psiche umana, finisce qua.
I motivi per cui il signor Malalan non è mai andato in analisi, psicologicamente parlando, sono davvero tanti, ma si reggono tutti su questi tre assiomi fondamentali:
1) Non sa essere “paziente” a lungo;
2) E’ molto riservato;
3) Adora giocare, inventare, sognare, ironizzare, sdrammatizzare… pertanto, non confesserà mai, tanto meno a un estraneo, se ha varcato il confine tra realtà e finzione.
Fatta questa premessa, è chiaro che l’analisi di cui si parla, non è quella volta a favorire il processo di crescita o la ricerca di una piena presenza e individuazione di sé, bensì qualcosa di diverso.

Tutto ebbe inizio un martedì mattina, quando il signor Malalan si svegliò con un forte retrogusto amaro in bocca. Dapprincipio non prestò particolare attenzione all’accaduto e, come al solito, si trattenne sotto il piumino qualche minuto facendo partire il cronometro e stringendo le chiappe. Poi, d’improvviso, si alzò in preda a una furia travolgente e corse in bagno esultando per il nuovo record raggiunto -era riuscito a trattenere lo stimolo a evacuare per tre minuti e ventisette secondi. Infine, dopo un breve colloquio con se stesso allo specchio e qualche ammiccamento con la madonna dipinta sul quadro alle sue spalle –da lui soprannominata “l’agevolatrice della meditazione estatica sulla tazza”-, andò in cucina a preparare la colazione. Solo allora ripensò a quella sensazione sgradevole che partiva dal basso ventre, risaliva lungo l’esofago e sfociava nella cavità orale, senza permesso, senza pudore e, ahimè senza dare tregua.
Forse qualcuno aveva tentato di avvelenarlo! Niente paura, questa è solo una mia farneticazione. Il signor Malalan pensò a molte cose, ma l’ipotesi di un complotto nei suoi confronti era ridicola. In fondo, non era ricco, non era bello e non era nemmeno cattivo. Se, a volte, poteva essere un po’ troppo coinvolgente, esuberante e giocosamente assillante, perché ucciderlo? Il suo spirito burlone sarebbe comunque sopravvissuto diventando protagonista dei peggiori incubi dei suoi aguzzini.
Così consultò internet. Aveva il pallino di riportare tutto su un piano razionale. Lui le cose, doveva capirle. Doveva trovare sempre una risposta scientifica ai suoi perché, anche se in alcune situazioni, l’intuizione, la distrazione o, addirittura l’oblio sono la soluzione migliore. Fatto sta che dopo aver scoperto le possibili cause di quel disturbo, ovvero la presenza di batteri nemici, la sinusite, l’acidità di stomaco, svariati problemi al fegato o, peggio ancora, l’itterizia… optò, in prima battuta, per un Bacio Perugina e poi, vista l’inutilità del messaggio cifrato rimasto irrisolto, per l’autodiagnosi.
Fu allora che decise di andare in analisi! Ovvero, di ripercorre ogni istante di quel famoso lunedì sera, quando tutto effettivamente, era iniziato. Confidava nel fatto di poter trovare la causa del suo malessere nella cena. Non poteva certo essere stato il telegiornale a lasciargli quell’amaro in bocca, né la commessa scorbutica del supermercato o l’amico alcolista che aveva incontrato nel pomeriggio e nemmeno, ovviamente il sogno peccaminoso in cui si congiungeva, seppur solo verbalmente, con Adoracion -la parcheggiatrice abusiva, ecuadoriana, sicuramente under venti, impegnata in un insolito stage formativo al centro commerciale sotto casa.
Ormai, era già venerdì, rimandare l’analisi poteva essergli fatale. Quattro giorni di dieta ferrea avevano blandito leggermente il fastidio in bocca al quale, però, si era aggiunto il gonfiore di stomaco con tutte le conseguenze imbarazzanti che questo comporta: eruttazioni frequenti, flatulenza e sibili inquietanti dallo sfintere anale, come se nel deretano fosse tenuto in ostaggio un essere alieno, di sesso maschile e con tendenze gay!
Così il signor Malalan tornò col pensiero al lunedì sera e per rendere tutto più verosimile e convincente, oltre a stuzzicare la memoria evocando il ricordo delle pietanze consumate, ripropose anche gli stessi gesti con cui aveva accompagnato il pasto. La cena era un vero e proprio rituale. Di norma, infatti, il signor Malalan, introduceva i singoli piatti improvvisando il motivo di una canzone, muovendo le natiche a ritmo di musica e lanciando sguardi languidi a formose donne immaginarie. Quel giorno la colonna sonora, piuttosto banale, aveva fatto da sottofondo a un menù particolarmente semplice, facile da preparare, facile da ricordare e, in teoria, facile da digerire, anche se qualcosa era andato storto.
Come antipasto, il signor Malalan aveva scelto una frisella integrale condita con un filo d’olio d’oliva pugliese, un po’ d’origano, sale, aglio e capperi, sulle note di “Ma che bontà” di Mina. Il piatto forte era stato la zuppa di pomodoro gustata sulle note di “Viva la pappa col pomodoro” di Rita Pavone seguito, subito dopo, da un uovo sodo, anzi due, sulle note di “La gallina coccodè” una canzonetta per bambini di Elisabetta Viviani. Niente aperitivo, niente contorno, niente pane, niente dolce e niente alcolici, solamente acqua delle tubature di casa e un caffè sulle note di “Nessun dorma”, la celebre romanza della Turandot di Giacomo Puccini, interrotta bruscamente con “Ricominciamo” di Adriano Pappalardo.
In effetti, quella sera la cena era stata un po’ grama e il signor Malalan avrebbe tanto voluto ricominciare tutto daccapo, ma dopo le libagioni del fine settimana trascorso a festeggiare un addio al celibato, un addio al tabacco, un addio al glutine e un addio alla suocera del suo più caro amico, doveva necessariamente tirare la cinghia per evitare di trovarsi costretto a cambiare l’intero guardaroba. Facendo questa riflessione il signor Malalan tentò di zittire il languorino residuo con un biscotto della fortuna e una manciata di rondelle di sedano, ma dopo l’insuccesso dell’operazione si fiondò sulle noci di macadamia.

Ripensando all’intera serata, il signor Malalan, indugiò sulla scaletta delle canzoni che aveva scelto, anziché su quella del cibo. Non si capacitava di come poteva aver selezionato brani così “antichi” e scontati quando ultimamente, con sua grande sorpresa, era diventato un fan della musica rap! Che fosse stata quell’imprudenza a provocargli l’amaro in bocca? D’altra parte, le friselle erano un acquisto recente. L’olio, l’origano, il sale, l’aglio e i capperi erano ben rodati. I pomodori li aveva raccolti, in maniera abusiva, nel giardino del vicino, vegano convinto e coltivatore biologico a km0. Le uova, invece, gliele aveva vendute proprio quello stesso vicino, vegano convinto, coltivatore biologico a km0 e anche farabutto. A parere del signor Malalan, infatti, il “prezzo di favore” per le uova copriva, largamente, pure il costo dei pomodori sottratti furtivamente il giorno seguente! L’acqua e il caffè erano i soliti intrugli quotidiani, mai nocivi. Il biscotto della fortuna, per principio, non poteva essere iellato e le noci di macadamia, al massimo, avrebbero aggiunto una vagonata di calorie al suo pasto, non certo amarezza. Restavano le rondelle di sedano, che non furono nemmeno prese in considerazione.
Ma cos’era stato allora a creargli tanto imbarazzo intestinale?
Dopo due giorni di futili analisi, il signor Malalan intravvide nell’elegante color cammello delle sue feci alcuni chicchi di mais e allora ricordò quella piccola ciotola di insalata mista nascosta nel frigorifero dalla quale aveva piluccato un po’ di mais e un’oliva. Nemmeno quello, però poteva essere il motivo del retrogusto amaro che lo disturbava da giorni, o forse sì? Ma no, certo che no. Il mais era freschissimo e l’oliva, invece, aveva preso una strada diversa da quella che porta allo stomaco. L’oliva aveva vinto la selezione “modella per uno scatto”, nello specifico, fotomodella. A volte, infatti, dopo cena, il signor Malalan si dilettava a fotografare qualche dettaglio di ciò che lo circondava. Poteva essere una posata incrostata, un tovagliolo stropicciato, un libro, uno straccio, una calza, oppure un’oliva, come in quel caso. Altre volte, dopo le foto di rito, scriveva, o meglio, annotava, ovunque gli capitasse, qualche frase, qualche pensiero, oppure una semplice parola che gli era rimasta impressa durante la giornata. Chissà, magari un giorno quegli appunti avrebbero potuto tornargli utili per comporre una poesia, un racconto o addirittura un romanzo.

Poi, improvvisamente ricordò… ricordò… ricordò tutto con estrema lucidità. Quel retrogusto amarognolo, in realtà, non partiva dal basso ventre, risalendo lungo l’esofago e sfociando nella cavità orale, senza permesso, senza pudore e, ahimè senza dare tregua, noooo, partiva dalla testa, seppur senza dare tregua! Mi spiego meglio: quella mattina il signor Malalan era stato nell’ambulatorio del medico della mutua per un incontro di routine –in realtà aveva un debole per la segretaria grassoccia. Nell’affollata sala d’aspetto, di fronte a lui si era accomodata una giovane donna egocentrica, ma generosa nel condividere la propria privacy, che incurante delle persone presenti, aveva manifestato a gran voce il proprio disagio intimo. Oltre a essere stata abbandonata dal marito, diceva di accusare, da giorni, un fastidioso retrogusto amaro in bocca, che non le dava pace. Lo aveva ripetuto talmente tante volte da solleticare l’attenzione del signor Malalan. Bastò quella frase, infatti, e l’enfasi drammatica con cui la giovane recitò il ritornello per stimolare la sua creatività e consentirgli di trarre immediatamente spunto per inventare una storia… questa storia.
Ancora una volta, andare in analisi aveva dato i suoi frutti. Su questa riflessione il signor Malalan addentò una mela… canticchiando “Cogli la prima mela” di Angelo Branduardi!

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