Vita di vespa e petto in fuori: il busto nella moda

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La Dea dei Serpenti, arte cretese

La Dea dei Serpenti, arte cretese

In un bellissimo e agile libretto di alcuni anni fa, “Il corpo incompiuto”, Bernard Rudofsky teorizzava l’insoddisfazione dell’essere umano per il proprio corpo naturale, così spoglio rispetto a quello degli animali che sfoggiano livree molto più attraenti e singolari. Da qui il tentativo – che la storia della moda registra puntualmente – di alterarne attraverso gli abiti e il trucco le forme e i colori. Il busto ha avuto per l’appunto questa funzione, e non solo per le signore, ma – seppur in misura meno rilevante – anche per i maschietti. Sembra che i primi a valorizzare la vita sottile siano stati i Cretesi, come dimostra una statuetta che rappresenta per l’appunto una sacerdotessa che stringe due serpi nelle mani alzate, esibendo il seno prosperoso evidenziato ancor di più da un bustino striminzito sotto cui si allarga una gonna a balze. La linea a clessidra sembrò interessare molto meno greci e romani. Né le Afroditi elleniche né le donne latine avrebbero riscosso un gran successo sulle spiagge romagnole: nella nostra rincorsa a un corpo asciutto e atletico, non c’è posto per le spalle spioventi, le cosce robuste e la pancetta che facevano sognare gli antichi. Bisognava sfornare figli e la stessa parola “matrona” ci fa venire alla mente un donnone dall’adipe abbondante, causato dalle gravidanze e dalle cene luculliane a cui i romani si abbandonavano. Esistevano tuttavia dei sistemi nascosti per correggere i difetti come fasce per reggere un seno cascante. Caduto l’Impero il Medioevo cristiano fece risorgere un ideale di bellezza slanciato, cantato anche dai troubadours ed esaltato in Italia dai versi del Dolce stil novo. Sappiamo però che le signore usavano già il reggipetto: una recente scoperta durante il restauro del castello di Lengberg in Austria, ha rivelato un ripostiglio nascosto di biancheria intima, tra cui una sorta di reggiseno accompagnato (e ci pare impossibile) da un paio di mutandine molto simili ai nostri tanga.

Corsetto in ferro del museo Stibbert a Firenze, 1556

Corsetto in ferro del museo Stibbert a Firenze, 1556

Per arrivare al corsetto vero e proprio bisognerà però aspettare la metà del Cinquecento e la moda della Spagna che trionfava in Europa sotto l’impero di Carlo V. Il gusto della corte iberica pretendeva che la figura femminile apparisse rigida, dotata di un algido distacco che ne accentuava l’effetto di supremazia e nobiltà. Si imponeva in questo modo una linea geometrizzata che consisteva in due coni congiunti sulla punta: la gonna molto larga era tesa su cerchi di ferro o di legno (il cosiddetto verdugale, nascosto sotto le vesti), mentre per la parte superiore ci si inventò un micidiale congegno, il busto, sostanzialmente uno strumento di tortura che serrava il corpo a metà proprio all’altezza dello stomaco e dei visceri. In alcuni musei europei sono conservati taluni di questi corsetti, che all’inizio erano in ferro e dotati sul davanti di una lunga punta che si prolungava sul ventre, mentre sulla schiena erano chiusi da una serratura o da una molla. Cesare Vecellio, uno dei primi autori a occuparsi di storia del costume, si lamenta di questi arnesi nel suo “Habiti antichi e moderni di tutto il mondo” perché il busto, detto alla veneta “casso”, era sciaguratamente indossato anche dalle donne gravide. Il rimedio che si trovò alla fine per limitarne la scomodità fu quello di inserire stecche in materiali rigidi – dapprima di ferro poi ricavate dai fanoni delle balene – all’interno della fodera.

Abraham Bosse, allegoria della terra. La punta del busto sorge in avanti con effetto "falso ventre"

Abraham Bosse, allegoria della terra. La punta del busto sporge in avanti con effetto “falso ventre”

Per circa un secolo il corpo femminile rimase interamente nascosto: doveva trascorrere la sanguinosissima Guerra dei Trent’anni perché la Francia diventasse una potenza di primo rango arrivando a superare la Spagna e ad assumere anche il ruolo di baricentro dell’eleganza europea, che mantenne per qualche secolo. Fu infatti lanciato da Parigi il grottesco “falso ventre” o “panceron”, un’antipatica sporgenza voluminosa della pancia (determinata dal busto e da eventuali imbottiture) che contagiò donne e uomini. Alla fine del Seicento – con l’avvento di Luigi XIV sul trono – il seno tornò nuovamente in evidenza occhieggiando da scollature che mostravano le spalle e spinto in alto da congegni nascosti. La forma a cono rovesciato era ottenuta infilando una stecca rigida e pesante fino a un chilo davanti e dentro la fodera del vestito; i materiali erano più o meno costosi a seconda della ricchezza del marito: dall’argento all’avorio, dalla madreperla al legno e perfino allo sterno del tacchino, e lo spazio all’interno del tessuto era usato a volte come una tasca o un fodero per riporvi il fazzoletto o un pugnale. Non di rado poi sulla superficie dell’asta si incidevano ornamenti e perfino versi destinati al proprio amante. In Francia un modello di corsetto era chiamato senza mezzi termini “gourgandine” parola che all’epoca significava sgualdrina, ma non mancavano altri nomi pittoreschi e allusivi, tipo “il capitombolo” o “l’innocente”. I predicatori tuonavano inascoltati dai pulpiti: “la vista di un bel seno non è meno pericolosa di quella di un basilisco”, ma per le donne alla moda bastava un ipocrita atto di contrizione in confessionale per rimettersi a posto con la coscienza e ricominciare come prima.

Abito di corte  con panier e pièce d'estomac

Abito di corte con panier e pièce d’estomac

Lo stile rococò è noto per la sua frivolezza e leggerezza, corrispondenti a una maliziosa libertà di costumi in specie delle classi aristocratiche: è il periodo dei grandi avventurieri e libertini come Casanova e in cui si diffonde la leggenda, nata in Spagna, di Don Giovanni instancabile seduttore di fanciulle e donne maritate. Il XVIII secolo scopre una parte del corpo femminile: il busto, non più in metallo ma in tessuto irrigidito dalle solite “balene”, non era sagomato sul petto. Un davantino triangolare di stoffa, la cosiddetta “pièce d’estomac”, arricchita con nastri e ricami, chiudeva la parte superiore dell’abito fermandosi a metà seno, spinto in parte fuori senza altre coperture. Il busto era munito di bretelle rigide che spostavano le spalle all’indietro avvicinando le scapole: una vera tortura contro cui da tempo erano insorti medici e anatomisti i quali mostravano agli allievi le devastazioni del torace femminile che, aperto dai ferri chirurgici, rivelava le costole sovrapposte. La gonna invece era allargata dal panier, una sorta di grande cesta di vimini che impediva financo di passare le porte, di sedere su una seggiola o di salire in carrozza; bisognava mettersi di traverso e camminare come i gamberi. Solo allo scadere del secolo le signore cominciarono a respirare quando nuove mode venute dall’Inghilterra imposero bustini più leggeri che vennero adottati anche dalla regina Maria Antonietta. Durante gli ultimi vent’anni del Settecento la Rivoluzione francese avrebbe preso di mira l’abbigliamento aristocratico: via le parrucche, via il trucco pesante, le costosissime sete e i gioielli che – se indossati in pubblico durante il periodo del Terrore – potevano costare perfino la testa. Ora l’Europa impazziva per la moda alla greca: abiti leggerissimi molto trasparenti, seno e braccia quasi completamente scoperti, niente corsetto. Ma la tregua fu breve.

Il ritorno del busto in un modello del "Corriere delle dame

Il ritorno del busto in un modello del “Corriere delle dame”

Lo stile di bellezza femminile ottocentesco fu influenzato dal nuovo ruolo che la donna ricopriva presso la borghesia, la classe sociale salita al potere dopo la Rivoluzione: moglie e madre perfetta, doveva essere l’angelo del focolare e la sposa pudibonda che supervisionava la casa aspettando senza grilli per la testa il ritorno del marito. Naturalmente nella realtà le cose non andavano quasi mai così. Il XIX secolo vede la regina Vittoria salire al trono inglese nel 1837 e rimanervi saldamente incollata fino alla sua morte nel 1901; il periodo, detto poi dal suo nome “vittoriano”, fu caratterizzato da un misto di pudore ipocrita e di sfacciato libertinismo: da una parte si coprivano le gambe dei mobili e dei pianoforti perché il solo nominare la parola ricordava intimità proibite, dall’altra i borghesi che di giorno lavoravano e ostentavano un atteggiamento serioso, la notte sfogavano con le prostitute gli istinti che una moglie per bene non permetteva di soddisfare. In questi decenni di più o meno esibita castità tornò prepotente il fascino del corpo a clessidra, nascosto – tranne che per gli abiti da sera – da metri e metri di biancheria intima, un vero trionfo di mutandoni alla caviglia, strati di sottogonne e pudiche camiciole, il tutto nascosto sotto l’immensa gabbia della crinolina.

La prova corsetto in una bambina di pochi anni

Madri sensibili, figlie belle: la prova corsetto in una bambina di pochi anni

Erano passati poco meno di trent’anni da quando la Rivoluzione francese aveva abolito il corsetto che il diabolico strumento riapparve, dapprima con modelli leggeri, poi sempre più soffocanti. Veniva indossato fin dalla più tenera infanzia e già a sette anni le bambine erano sollecitate dalle madri, spinte anche dalla pubblicità che proprio nell’Ottocento – secolo della seconda rivoluzione industriale – si era diffusa a dismisura attraverso i manifesti e le inserzioni sui giornali. Attorno a metà periodo si compilavano graduatorie su chi avesse la vita più sottile – l’ideale non superava i 40 centimetri di circonferenza – con inevitabili conseguenze per la salute, perché i pallori e gli svenimenti delle nostre trisnonne erano sostanzialmente dovuti all’impossibilità di respirare liberamente. Il pubblico finì per dividersi in due fazioni: da una parte c’era chi riteneva che fosse indispensabile sorreggere la figura femminile “naturalmente fragile”, dall’altra le prime femministe e i medici più illuminati.

Deformazione del corsetto

Schiacciamento degli organi interni a causa del corsetto

Questi ultimi facevano notare le sofferenze causate dai corsetti, come escoriazioni, deformazioni della gabbia toracica e a volte perfino la morte, come nel caso di una giovane donna parigina – ammirata per la sua vita sottile – che nel 1850 durante un ballo era deceduta a causa di un busto talmente stretto che le costole le avevano perforato  il fegato. In quanto alle femministe invitavano le signore a fare un falò delle “crudeli stecche d’acciaio” e a tirare un sospiro di sollievo per la riconquistata emancipazione. Ma il busto continuò a resistere facendo anche la fortuna di alcuni furbastri: un tale inglese, il dottor Scott, sfruttò la fascinazione dell’epoca vittoriana per l’elettromagnetismo, per lanciare un corsetto elettrico infrangibile che garantiva la cura di paralisi, reumatismi, dispepsia, guai della circolazione e via andare. Mancava solo che curasse il ginocchio della lavandaia. Uno dei problemi del busto era la necessità di una seconda persona per allacciarlo e slacciarlo: nel 1840 fu messo a punto il modello “à la paresseuse” ossia “alla pigra” che permetteva, con un sistema di lacci elastici, di indossarlo da sole. Non solo, così come esistevano abiti per ogni occasione anche questo indumento si differenziò nei tessuti e nei modelli a seconda della giornata e delle stagioni.

Caricatura i un dandy che si infila un corsetto

Un dandy  si infila un corsetto

Neppure gli uomini sfuggirono al suo fascino: i primi che iniziarono furono i militari, che lo portavano sotto l’uniforme per sostenersi durante le marce, ma attorno al 1820 passò ai civili, non senza essere accompagnati da pesanti ironie. Faceva molto dandies perché dava alla figura una forma allungata e giovanile, e il suo uso dovette durare un bel pezzo, se ancora nel 1903 si leggeva sui giornali inglesi che i militari: “nei loro circoli discutono sui rispettivi busti con la stessa gravità con cui al National Library Club si discute una nuova legge sull’istruzione”. Nemmeno lo sport, che stava diventando di moda anche per le signore, sconfisse l’uso del corsetto: le prime cicliste, le tenniste e le alpiniste non riuscirono a rinunciarvi mentre la ditta Warner ne inventò uno antiruggine fatto apposta per i bagni di mare.

Il corsetto ad Esse tra la fine dell'Ottocento e gi inizi del Novecento

Il corsetto ad Esse tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento

Dopo la metà del secolo i busti cominciarono ad allungarsi fino a coprire i fianchi, mentre verso la fine una donna medico francese, Inez Ghaches-Sarraute, ideò un nuovo modello che cercava di risolvere il problema di quello a clessidra che spingeva in basso gli organi interni  causando deformazioni all’addome. Con questa invenzione la carne in eccesso era spostata sui fianchi e proiettata all’indietro, mentre il seno era gonfiato in avanti (Rudofsky lo chiama spiritosamente “monopetto sbalzato”) ricordando un po’ quello di un piccione in amore. Le figure femminili assumevano così di profilo un caratteristico aspetto ad “esse” che caratterizzerà tutta la Belle Epoque. Si entrava nel Novecento e per il busto era il canto del cigno: nel 1908 un estroso sarto parigino, Paul Poiret, rilanciò la linea impero, facendo indossare sotto le vesti delle sue modelle solo delle semplici camiciole. Fu un successo totale: finalmente le donne poterono respirare liberamente , muoversi e perfino lavorare. Nemmeno Christian Dior, che nel 1946 tentò di riproporlo sotto forma di gûepière, riuscì a convincerle a rinunciare alla riconquistata libertà.

Fonti: 

Bernard Rudofsky, Il corpo incompiuto, Mondadori

Béatrice Fontanel, Busti e reggiseni, Idea libri

Rosita Levi Pizetsky, Storia del costume in Italia, Istituto editoriale italiano

https://fr.wikisource.org/wiki/Le_Corset_%C3%A0_travers_les_%C3%A2ges

 

 

 

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