Sogni

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Mi sorrideva con gli occhi e una dolcezza infinita sembrava espandersi, circondandoci.

-          … Lo sai anche tu che questo non è reale.

-          E cos’è, alla fine, la realtà?

E mentre mi accarezzava la guancia mi ridestai con tale violenza che mi sembrò di essere tornato a respirare dopo una lunga apnea. Quella notte, nel buio sinistro della stanza, non riuscii più ad addormentarmi. Ti avevo persa di nuovo.
Ti cerco ogni notte, ossessivamente. Corro tra infiniti spazi, molteplici tempi e ogni volta che ti trovo è tempo di svegliarmi. L’aria è fredda, c’è la neve che mi copre i polpacci, poi sono nel deserto, la sabbia bianca; ora mi trovo in una città sconosciuta, ma ecco un vicolo che riconosco, ecco la via, sotto questo cielo assurdamente verde; corro in mezzo a un fitto bosco, sento l’odore di terra bagnata e muschio e tu sei lì, stavolta un maestoso cervo: forse sono un animale anche io, ma non mi vedo. Inizio a non sentire il peso dei miei passi, i profumi del bosco si attenuano: mi sveglio. Un’altra volta mi affaccio alla finestra: è l’alba. Il cielo si tinge di colori surreali, il rosso, il rosa e l’arancio sembrano mostrarsi nel loro intrinseco significato: le nubi corrono veloci come veloce è il battito del mio cuore e il sole sorge grazie a te, che lo aiuti nella sua quotidiana scalata dell’arcata celeste. A volte la tua presenza soltanto l’avverto, una carezza, un abbraccio e poi il desolante silenzio chiassoso di eventi che si avvicendano contro la mia volontà. Inizia la fuga, inizia il delirio – perché mi lasci qui da solo? – e la notte diventa un mondo di ombre che mi tormentano. I sogni si accavallano imbizzarriti, ogni scena si ripete nuovamente e senza tregua mi perseguita nel sonno e nella veglia. Luoghi, immensi luoghi si stagliano nella mente, ricordo ogni strada, ogni sensazione. Sono dentro un vecchio edificio, sento il freddo del pavimento perché sono scalza – quanto sono minuti i miei piedi – e indosso soltanto un camice bianco: sto cercando, senza riuscirci, l’uscita. Sta arrivando, lo sento. Il sangue si gela, la paura prende il sopravvento. Posso solo nascondermi nello sgabuzzino, cercando di respirare più piano possibile. Le gambe tremano – voglio vivere ancora, sono innocente! – ma lui è già dietro di me, nel buio, tra oggetti polverosi e scartoffie. E la sua lama, cosi fredda, sulla mia gola…

-          Non era reale.

lo ripeto come un mantra un’infinità di volte, come se le parole, taumaturgiche, modellassero la mia realtà. La morte è una sola? E se invece, di morti, ce ne fossero molteplici? Se ci servissero a concludere un percorso, per iniziarne un altro? Come quella porta, che si affaccia sul nulla più totale, in quel corridoio senza tetto, in una valle investita dal sole mite, mentre mia madre e mia sorella giocano e ridono. Ho scelto la morte, invece di ridere ancora con loro? Sentivo che fosse più giusto, più reale? Ti ho forse abbandonato per primo io, varcando quella soglia? Tu sei tutto ciò che io posso definire amore: senza confini, senza definizioni. Labile, impalpabile, bruciante e libero. Libero di fluire. Loro erano te, perché tu sei tutto ciò che io amo. E ti ho persa.

Ho varcato molte porte, ognuna delle quali mi hanno portato sempre più verso i confini del mio mondo: una si trovava nel polveroso scantinato di una vecchia scuola. Le pareti, le scatole vuote e il pavimento, tutto era tendente a un giallo ocra, sporco. Per passare mi sono dovuto accovacciare, in fretta, e strisciare sul pavimento pieno di polvere sottile. All’improvviso sono su un’altura e davanti a me si stende la vasta pianura: l’orizzonte sembra confondersi tra l’azzurro del mare – sempre così lontana, l’acqua – e quello del cielo: vi è forse una fine? Forse davvero sono tutt’uno, qui e ora, in questo mondo con regole diverse. Penso di poter prendere fiato, ma il vento mi sferza il volto ed è di nuovo ora di andare, ricominciare a correre: mi perdo tra i gates di un aeroporto sconosciuto, dove la folla indistinta si muove come un grande automa. Vengo spintonata mentre resto fermo perché non so dove andare, non so quale sia la mia destinazione. Ne ho una? Non sto forse solo scappando dall’inevitabile? L’inevitabile che si avvicina sempre, non si mostra mai, ma dichiara la fine dei giochi. Ogni notte una partita diversa, che perdo: una partita a scacchi contro la morte, come nel Settimo sigillo. Io non sono un cavaliere e non ho l’arroganza di vincere l’inevitabile: cerco solo di riprendere fiato tra una fine e l’altra. E cerco te, l’altra faccia della medaglia, in un mare di sogni che non riesco a controllare, dove affogo ogni notte. Dicono che tutto ciò sia soltanto frutto del mio inconscio, rielaborazioni casuali di ciò che è avvenuto durante il giorno. Sarebbe una grande biblioteca dove molte persone durante il giorno passano, leggono, lasciano libri aperti, fogli stropicciati: la notte il bibliotecario con cura mette in ordine, riorganizza le file dei libri, compone etichette, procede con nuovi ordini. Niente di tutto ciò è definibile come reale. La sua realtà è di grado inferiore: senza esperienza nel mondo che conosciamo, essa non esisterebbe. Il mondo notturno dipende da noi e da come ci rapportiamo con il mondo esterno, il quale invece è indipendente.

-          Quindi non è reale, non è reale quell’amore che tanto rincorro, non è reale l’ombra che mi perseguita. Piango, urlo, sento dolore, sento piacere, ma tutto ciò è solo uno scherzo, un brutale scherzo della mente, come quando sento odori che in quel luogo non possono esserci, oppure quando mi sento chiamare e vicino a me non c’è nessuno. Il suo amore è una mia creazione, ed è finto come tutto il resto: sforzandomi potrei far cadere le pareti di quella stanza, e vedere lucidamente l’impalcatura che si trova dietro.

-          Cos’è per te la realtà?

-          È ciò che succede indipendentemente da me, che mi travolge e che non posso controllare se non parzialmente.

-          È là, non accadono cose contro la tua volontà? Cosa c’è di diverso? L’amore ti sfugge e il dolore ti accompagna.

-          Quelli sono solo sentimenti. La realtà è fatta di cose, non di sentimenti.

-          E come le conosci, le cose, se non da un punto di vista? Come le conosci senza un’emozione? Stupore, timore, attrazione, piacere e dolore: non esiste una realtà asettica.

-          Esiste il metodo scientifico, esistono i calcoli, esistono leggi di natura: nei sogni cambiano continuamente, nei sogni si cade in contraddizione.

-          Nessuna legge è universale e lo sai bene anche tu che la sola presenza del soggetto modifica l’osservazione dell’oggetto. Nulla è stabile, nulla è fisso, tutto è relativo. Ma io ti chiedo di spogliarti di ogni certezza, dubitare di tutto. Cosa rimane?

-          Decartes lo ha fatto prima di me: secondo lui era il suo io, che pensava. Lui era il suo pensiero.

-          Prima di provare l’esistenza di Dio e di affermare che il mondo, il proprio corpo e gli altri esistono ha guardato dentro di sé. E non c’è distinzione tra quello che elabori durante il giorno e quello che elabori durante la notte.

-          Nella sesta meditazione ha voluto precisare perché i sogni non sono reali, i quali sono composti da fatti che non seguono una catena causale precisa e lineare.

-          E in questa tua realtà è sempre tutto lineare? La tua memoria non ti inganna spesso? Non omette? Non distorce? È sempre tutto incontrovertibile? Sei sicuro che la realtà si basa su questo? Cos’è che non mente mai?

-          Tu dici l’amore e la paura.

-          Cosa c’è di più reale? Cosa c’è di più sincero? Cosa c’è di più primitivo? Non permeano questo e l’altro mondo?

-          Sì, è vero, ma tante cose non si spiegano.

-          Ora dove stiamo parlando?

-          Cosa vuol dire?

-          Dico che dovresti svegliarti.

Mi risveglio sudato. Il letto, la stanza, le coperte, l’orologio che procede imperterrito e preciso con il suo ticchettio, tutto mi pare estraneo: mi sembra di essere caduto in un sogno dal quale non posso riemergere. Le frasi che ho pronunciato, quelle che ho udito mi martellano nella mente. Forse sto impazzendo: non riconosco più il confine, tutto è dannatamente confuso. Lei era reale, logica, razionale. Se io non credo in quello che mi ha detto, come posso essere certo che siano frutto della mia mente? Forse intimamente lo penso. Forse penso più di ciò che riesco a controllare: sono ancora miei quei pensieri? Dove pongo il limite alla mia coscienza? Con che arroganza definisco quale mondo sia reale e quale no? Perché non posso semplicemente rimanere con lei e abbandonare questo incubo di vita? Dolore e piacere si alternano lì esattamente come in questo mondo, dove ora siedo sul letto, da solo. Le giornate trascorrono uguali, sempre di fretta, piene di scadenze, piene di obblighi e di brevi distrazioni. Scorro le home dei social network per passare il tempo, se non sono troppo stanco esco la sera e bevo qualche drink. Leggo le notizie perché bisogna rimanere informati, anche se non mi interessa. Lavoro, anche se non mi piace quello che faccio: quanti possono dire di essere soddisfatti? Ogni tanto vado a trovare i miei, mai mia sorella. In questo mondo non c’è modo per amarla. Date, eventi, scadenze, lavoro: non penso troppo, agisco, perché forse così sopravvivo. Ripenso alle sue parole. Quanto sono presente a me stesso, in questa vita? Ho dimenticato me stesso e cerco di ritrovarmi quando le mie membra cedono, stanche, dopo un’altra giornata insensata. Cerco di ritrovarmi scappando da inevitabili ombre, mai viste, cerco di ritrovarmi nel bosco, seguendo le tracce degli animali che si dirigono verso la fonte d’acqua, cerco di ritrovarmi aprendo le porte vuote di un corridoio infinito; cerco di ritrovarmi seguendo il tuo profumo, la tua voce: a volte bambina, a volte anziana, a volte con un volto familiare, a volte senza volto; cerco di ritrovarmi seguendo il tuo sorriso, maschio, femmina che tu sia; cerco di trovare risposte ai miei perché seguendoti mentre ti trasformi davanti ai miei occhi, da lupo a cane, da aggressiva a dolce, percependo quella metamorfosi coerente con le leggi che strutturano la realtà. E, poco prima di ricadere nell’incubo della veglia, la quale non so più definire tale, capisco tutto, una frazione di secondo, quando sento il tuo calore sul mio corpo stanco di correre.

È tutto così maledettamente bello, circondati, abbracciati dai monti, con la luce del sole che scalda le nostre pelli, che ho paura di cadere. Ho paura di cadere dentro il centro, nell’acqua profonda di un fiume che è talmente ampio da sembrare un mare. La strada si inclina verso esso, come ad invitare ogni suo passeggero a lasciarsi rotolare giù, affogare dolcemente. È tutto così maledettamente perfetto, sembra l’attimo prima della fine, sento in lontananza i tuoni e il sole è minacciato da nubi nere: lo circondano, lentamente, in una morsa letale. Qui, penso, sono nel cuore del mondo: sublime proprio nel suo essere fermo nell’istante precedente alla catastrofe. Qui, penso, spero di trovarti: seduto sulla spiaggia bianca, con i piedi immersi nell’acqua di un blu che può esistere solo in sogno, mentre osservi le pareti rocciose dei monti erose dalle intemperie. Aspettami, per favore, in questa eternità sempre vicina ad essere spazzata via: devo varcare altri confini, scappare da vecchi mostri, guardare in faccia le mie ombre sfuggenti; devo faticare in questo e nell’altro mondo, adeguarmi e vincere l’adeguamento, immergermi per estraniarmi, stavolta lucidamente; devo capire che la realtà è solo una parola e che questa vita vale tanto quella in cui siamo destinati a stare insieme. È troppo presto per scrollarsi di dosso il tempo.

-          Tra le dimensioni di queste realtà ci siamo capiti, persi, rincorsi, amati e abbandonati. Ma l’energia che compone ogni più piccola parte di noi ci guiderà attraverso il tempo, abbattendolo. E quando sarà tutto bianco e luminoso, sentirò il tuo tocco sul mio cuore. Ora svegliati.

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Chi lo ha scritto

Beatrice Toffolutti

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Beatrice è stata la musa per eccellenza. Io, sempre Beatrice, al ruolo di musa ho preferito quello di scrittrice. Sono laureata in Lettere e Filosofia. Materia dei miei racconti sono spesso i sogni che si imprimono nella memoria, dai quali cerco sempre di scovare qualche riflessione. La scrittura e la fotografia mi accompagnano da anni, dandomi la possibilità di vedere il mondo con occhi sempre diversi. La vita ha "un'ermeneutica infinita": provare a raccontare queste prospettive è un meraviglioso viaggio.

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