People, ritratti di persona: Pino Masi, una storia contro – prima parte

2
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

 

Claudio Santamaria interpreta Pino Masi ne "I primi della lista" di Roan Johnson

Claudio Santamaria interpreta Pino Masi ne “I primi della lista” di Roan Johnson, 2011

Da quando è stato portato sul grande schermo da Claudio Santamaria nel film di Roan Johnson “I primi della lista”, Pino Masi ha cessato di essere patrimonio dei pisani ed appartiene ormai sempre di più alla Storia, testimone di un periodo tra i più esaltanti e contraddittori del Novecento.

Venni a conoscenza di Pino Masi durante l’Università, avevo vent’anni ed una spensieratezza che dopo poco è partita per un lungo viaggio e non ci ha più fatto nemmeno una telefonata.
Di Pino ricordo le cantate nei locali e quel suo modo un po’ retrò di impostare la voce, di suonare la chitarra, la dignità antica nel chiederti una bevuta o un obolo perché “così si fa tra compagni”.
E facevi fatica a credere che quell’uomo avesse contribuito all’esperienza di Lotta Continua, che avesse collaborato con i i più grandi della cultura italiana, che avesse incontrato Arafat poco prima dello scoppio della Guerra del Golfo.

Perché Pino ne ha vissute tante e ne dice altrettante, ed è esattamente quello che gli ho chiesto per questa intervista, rispondere alle mie undici domande (tra un fieno agli asini ed un risotto sul fuoco del camino) con undici risposte libere che sono diventate dei piccoli saggi di (contro)storia contemporanea.
Per dovere di leggibilità ho deciso di dividere l’intervista in due uscite, e tranne qualche correzione nella forma ho deliberatamente lasciato inalterate le risposte di Pino, per cercare di catturare al meglio lo spirito della voce digitale del Masi.

Naturalmente le opinioni espresse non corrispondono necessariamente a quelle di chi vi sta scrivendo né tantomeno de L’Undici.
Se volete sapere qualcosa di più su Pino Masi prima di cominciare l’intervista, potete consultare la sua breve biografia.

Buona lettura, e ricordate che se quello qui riportato magari non è del tutto giusto, di sicuro quasi niente è sbagliato.

1) RB: Pino, la tua vita ha attraversato dei periodi storici tra i più intensi del ’900, dove in molti casi evidenti ingenuità e contraddizioni importanti come la lotta armata hanno contribuito a sporcare la memoria di quello che è stato.
In questa intervista vorrei soffermarmi proprio su tutto ciò che di Umano (con la u maiuscola) ha contraddistinto quegli anni, e per questo cominciamo con una domanda tra le più banali che ci rivolgiamo ogni giorno ma che forse così scontata non dovrebbe essere: hai da poco compiuto 74 anni, come stai? E come li hai festeggiati in questo inizio 2020?

PM: Ho compiuto 74 anni una decina di giorni fa (il 26 gennaio, ndr) , sono quasi tre quarti di secolo e vorrei essere utile anche un secolo intero. Ho festeggiato la data con i miei figli ed un folto gruppo di loro coetanei, cucinando, mangiando, suonando e cantando insieme per ore. È stato bellissimo. Pensa che, se non sono in giro a cantare ed ora ci vado sempre meno, vivo da solo in mezzo a una foresta dalle parti di Volterra con i miei amici animali. Vedermi circondato da tutti questi ragazzi mi ha rallegrato il cuore !

 

2) RB: A “leggere” la tua vita, sono state almeno due le grandi passioni che ti hanno contraddistinto (almeno di quelle di cui si può parlare…): la musica e l’impegno politico / sociale. Come sono nate?

Pino MasiPM: Queste due mie passioni sono nate con naturalezza. Promogenito di tre fratellini, fin da piccolo aiutavo la mia mamma in cucina e lei spesso cantava ed in breve imparai a seguirla. Nell’altra passione mi ha ispirato suo padre, mio nonno Peppino. Era un capopopolo nato, mi portava con sé a fare la spesa per la mamma ed era bravissimo anche in questo e, in più, si fermava a far politica ad ogni crocicchio. In paese era lui che dava il via ad ogni movimento di lotta, lui che organizzava feste e cortei, ed io ero il suo più entusiasta ammiratore.

 

3) RB: Queste due passioni hanno potuto trovare una prima “casa” nel magma culturale che andava da Potere Operaio ai movimenti del ’68.
Tu nel ’68 avevi 22 anni, chi 22 anni li ha oggi sta crescendo nel pieno del disfacimento della rappresentanza politica e gli unici due movimenti ai quali si può appellare sono i 5S e le neonate Sardine.
Cosa ricordi invece di quelle realtà? Cosa voleva dire fare parte di movimenti del genere?

PM: Nel ’68 avevo 22 anni ma gjà nel ’66, ventenne appena diplomato Maestro d’Arte con la migliore media di voti del mio corso, per restare libero non feci la domanda per insegnare ed iniziai a scrivere canzoni sociali, fondai il Canzoniere​ Pisano e, presto, cominciai a frequentare le prime riunioni del Potere Operaio pisano che nasceva allora attorno ad Adriano Sofri e ad un altro paio di ribelli intellettuali, Luciano Della Mea e Romano Luperini.
Questo per dirti che nel clima di quel tempo ci sembrò giusto e normale rinunciare a ciò che prima avremmo desiderato.
Tra ribelli cospiratori cominciavamo a chiamarci “compagni”, che vuol dire “uguali”, ed ogni mattina presto ci si vedeva al bar per un caffè giusto prima di andare alle fabbriche e alle scuole a volantinare e a discutere davanti ai cancelli con studenti e operai. 
Il bello era che, prima di andare, al bar ci chiedevamo tra compagni “Quanti soldi hai ?” e, tra “uguali”, chi ne aveva di più li divideva con chi ne aveva meno e poi andavamo.
Penso ora che questo nostro, allora risaputo, modo di aiutarci tra compagni fu il nostro più formidabile strumento di propaganda.
I volantini che distribuivamo al mattino li scrivevamo e stampavamo ogni notte alla fine delle riunioni serali che erano sempre più affollate.
Tornavamo in mattinata dai vari volantinaggi e ciondolavamo in Piazza Garibaldi fino a pranzo (di solito alla mensa universitaria, dove gli operai addetti alla distribuzione erano con noi sempre generosi), oppure all’osteria da Stelio, in piazza Dante, dove mangiando si poteva discutere e cantare.
Dormivamo solo di pomeriggio fino a sera nelle case di alcuni di noi trasformate in comuni, poi uno spaghetto e di corsa alla riunione e la notte a ciclostilare volantini e all’alba un caffè al bar e di nuovo a distribuirli alle fabbriche e alle scuole.
A questo, aggiungi per me anche le prove del Canzoniere due volte a settimana ed i primi concerti nei quartieri popolari e nelle scuole.
Cominciavano d’incanto le prime lotte, gli scioperi, le prime manifestazioni contro l’orribile guerra al napalm amerikana in Vietnam.
Ed il bello, ti ripeto, fu che tra noi avevamo davvero abolito la proprietà privata, senza prometterlo e poi attendere la presa del potere per farlo!
Fu questo il benefico virus che infettò tutta la nostra gioventù e ci portò a lottare con vero entusiasmo.

Nel ’67 occupammo per primi l’Università, la Facoltà di Lettere ed il centrale edificio della Sapienza e, durante l’occupazione, scrivemmo le “Tesi della Sapienza” che, con l’occupazione di Palazzo Campana a Torino e della Facoltà di Sociologia a Trento, dettero fuoco alla miccia veloce delle occupazioni che l’anno successivo, il famoso ’68, avvennero contemporaneamente in tutta Italia con la conseguente nascita e il vero dilagare del movimento degli studenti.
Devi però, in aggiunta a questo, sapere che nel ’68 a Pisa – noi che qui le occupazioni di facoltà universitarie le avevamo già fatte nel ’67 – portammo invece gli studenti ai cancelli della SaintGobain che minacciava 400 licenziamenti. Alzammo barricate assieme agli operai e tenemmo in scacco per giorni e notti le forze di polizia pervenute da Roma e, da Padova, la tristemente famosa “celere”.
A Pisa, nel ’68, già avevamo voluto e cercato ed anche, in vitro, pericolosamente sperimentato la forza incredibile che scaturisce dall’unità tra stidenti e operai!

 

4) RB: L’approdo a Lotta Continua segna per te un passaggio importante.
Credevi anche tu nella rivoluzione operaia e nella lotta armata? O eri già fra quelli che stavano attenti, come canti in “Compagno sembra ieri”, al “cuore della gente”?

Sì, il mio “approdo” a Lotta Continua fu, come dici, importante, ma aggiungerei che fu automatico.

Accadde che gli scontri di operai e studenti contro la polizia in ottobre alla SaintGobain ci avevano provato la forza dirompente della nostra

Potere Operaio scritta
Scritta sul muro inneggiante a Potere Operaio, anno ed autore sconosciuti

linea politica. Lo capirono però anche i massoni che, come dice Antonio Gramsci, sono l’unico vero partito della borghesia e sono loro che in segreto decidono. E, infatti, circa due mesi dopo, la Notte di Capodanno ’68/’69, i Carabinieri ci tesero un agguato nei pressi del famoso locale ‘La Bussola’ (sull’evento Pino Masi compose una canzone, “Ballata della Bussola”, contenuta in “Compagno sembra ieri”, ndr) e, quando iniziammo a lanciare uova e pomodori alle turpi signore a festa impellicciate, uscirono dagli imboschi e ci presero a colpi di pistola. Ne fa prova Soriano Ceccanti, da allora su una sedia a rotelle. Fu quello il vero inizio di quelli che poi saran chiamati “anni di piombo”, prima non aveva ai miei tempi mai sparato nessuno.
Tratti in salvo i feriti, ci sottraemmo a quel confronto imprevisto ed ímpari.
Dopo un paio di giorni e notti nascosti a riprendere fiato, mettemmo fuori il naso e ci fu la riunione generale -solo di tutti noi “militanti”- più affollata che ricordo, la più importante, quella in cui il Potere Operaio pisano si sciolse e nacque Lotta Continua.
Analisi dei fatti della Bussola per capire perché i Cc a noi avevano sparato ed invece non lo avevano fatto a Milano, poche settimana prima, agli studenti della Statale che, ugualmente a noi, avevan lanciato uova e pomodori alle signore impellicciate per l’inaugurazione della stagione lirica alla Scala? Perché i massoni, che non a caso Antonio Gramsci dice essere il vero ed unico partito della borghesia, dopo i fatti alla SaintGobain avevan capito che noi, a Pisa, si era davvero rivoluzionari e molto pericolosi ed avevan deciso di usare contro di noi maniere forti.

Che fare ? Se lo era chiesto anche Lenin, anni prima, e a noi rispose Adriano Sofri con la proposta ci si sciogliesse subito, si sparisse da Pisa, ci si spargesse a coppie su tutta la penisola ad esportare ovunque la nostra linea politica, basata sulla forza provata dell’unità studenti-operai.
Tu avessi avuto come me allora solo ventitré anni e fossi stato il più caro amico di Adriano che lo accompagnava, chitarra in mano, alle fabbriche per cantare e parlare agli operai, cosa avresti fatto ? La proposta del Sofri la approvammo in cento e, in cento, ci si sparse in giro come preziosa semente. Altri cinquanta, di noi la netta minoranza, restarono a Pisa per continuare a sfogliare i sacri testi. Erano i primi di gennaio del ’69 e, a primavera, erano già una quarantina le sedi di Lotta Continua, settanta a Luglio, novantadue a settembre.
Adriano a Torino davanti alla Fiat, Giorgio a Milano davanti alla Pirelli, Paolo a Genova, Pantani a Bari, Guelfo a Gela, Cesare a Napoli, altri altrove da Trento a Trapani, tutti davanti alle fabbriche e alle scuole a parlare di cosa succederà in autunno alla scadenza dei contratti. Puntuale in autunno, come previsto, forti iniziano le lotte.

Lotta Continua porta in solidarietà studenti e militanti davanti ai cancelli delle fabbriche. Al nord gli operai aprono cancelli e percorrono all’interno le fabbriche, di reparto in reparto, portando a spalla in trionfo i militanti di L.C., a Palermo operai e studenti occupano il Cantiere Navale. La nostra linea ha attecchito e con la forza immensa della unità studenti-operai produce un autunno di lotte tanto potenti e inarrestabili che storicamente viene ricordato come “Autunno Caldo”, un autunno senza paragoni. Vinceva Lotta Continua e vinceva il popolo. Operai, studenti, povera gente dei quartieri periferici, si riversa massiccia dalla parte giusta. Vincono i diritti del popolo e Polizia e Carabinieri restan chiusi in caserma. Quello che in Italia quell’autunno si sta imponendo è, di fatto, frutto della nostra scelta di approvare la linea di Adriano e portare ovunque gli studenti davanti alle fabbriche non solo a Pisa ma in tutta Italia, isole comprese.
E i massoni? Capirono presto che li avevamo fottuti e capirono, anche, che ora per arrestare il movimento di lotta dovevano usare qualcosa di molto più drastico delle pistole dei Carabinieri usate alla Bussola e, senza pietà, li usarono.

La prima strage, che noi subito dicemmo “strage di stato”, fu quella di Milano con la bomba nella Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Una quindicina di morti, tutti agricoltori, umili commercianti, piccoli risparmiatori e, dopo un paio di notti, quella del notturno volo mortale del bravo anarchico Pinelli da una finestra al quarto piano della locale Questura, per post mortem ed indicarlo alla stampa come pentito complice del terribile attentato e frenare e disorientare tutto il movimento di lotte. Fu, quello, il primo episodio terroristico di cui ricordo. Reagimmo a parole, dal settimanale che stampavamo a Milano e diffondevamo attraverso tutte le sedi, Mauro Rostagno attaccava duramente il solerte commissario della squadra politica Luigi Calabresi dalla cui finestra era volato il povero Pinelli, la magistratura ci attaccava ma Pasolini ci difendeva con altri onesti intellettuali assumendosi a turno la direzione del settimanale, io a Milano cantavo e incidevo la “Ballata per Pinelli” dei compagni mantovani e l’Inno di Lotta Continua che invitava alla “lotta di popolo armata” e che avevo scritto di getto alla notizia del vile attentato di Piazza Fontana ritenendo ormai chiuso ogni possibile spazio democratico e, a Roma, i coodinatori nazionali della nostra controinformazione consegnavano al buon editore Savelli i testi del libro “Strage di Stato” perché li pubblicasse senza citarne gli autori, cosa che fece subito con gran successo di vendite.

Insomma reagimmo solo a parole salvo, pare, uccidere un paio di anni dopo Luigi Calabresi a sorpresa, sulla porta di casa, per vendicare la morte altrettanto atroce del padre di famiglia ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, ma intanto però le orrende stragi di stato continuavano a mietere decine di vittime innocenti (a Brescia in Piazza della Loggia, sul treno Italicus, sul Rapido 904…) ed il movimento di lotta, fiorito nel caldo autunno del ’69, disorientato, confuso dalla stampa ufficiale sempre prona ai piedi dei massoni assassini, si frazionò e smise di lottare unito e, infine, divorato da troppe contraddizioni, sbollì fino al punto di tacere.

Detto questo (anche correggendo il tiro alla tua domanda, che mi fa carico di “approdo” a Lotta Continua solo a cose fatte mentre ne son uno dei cento fondatori) mi resta solo da dire che del “cuore della gente” ho cercato sempre di tener conto anche prima e dopo la mia militanza in LC e che, deluso, ne ho parlato con Adriano Sofri (che sul degrado dei nostri militanti mi dava ogni volta ragione sempre però aggiungendo che non poteva farci nulla) fin alle mie dimissioni da Lotta Continua nel ’75. Infatti, il mio long playing “Compagno, sembra ieri”, dove nella ballata che da titolo al disco parlo proprio di questo, lo incisi per i Dischi del Sole del compianto Gianni Bosio dopo le mie dimissioni da LC.


5) RB: Nel corso della tua vita hai collaborato con i più grandi, da Pasolini a De André (al quale hai organizzato il primo concerto) fino a Dario Fo.
Come era in quegli anni il rapporto dell’arte e dell’artista con il “mercato”? Ci si preoccupava già in maniera compulsiva dei ricavi, della critica, delle vendite?

È vvero, dotto’, lo ammetto, sì. Ho collaborato anche con i più grandi, come facevo con tutti.
A quei tempi, dotto’, nel primo favoloso decennio del nostro movimento, il cuore e il libero pensiero ci univano più del denaro o la fama. Eravamo davvero amici, la proprietà era tra noi abolita, le nostre case erano tutte di tutti, tutto era di tutti. ” Cosa vogliamo ?! Vogliamo tutto!” (“Vogliamo tutto” è anche il titolo di un romanzo di Nanni Balestrini pubblicato nel 1971, ndr) , avevan poi decretato anche gli operai Fiat nel ’69 all’occupazione a Mirafiori subito prima della bomba massonica alla banca di Milano. Subito dopo la strage ed il premeditato assassinio del caro Giuseppe Pinelli tutti, e tra questi anche gli artisti – compresi quelli che lei, dotto’, ha ricordato, geniali e già noti-, sentimmo giusto impegnarci più che mai, con i media allora in uso.

È vero, dotto’, ho fatto qualcosa con loro, solo perchè e quando loro me lo han chiesto. Ci volevamo bene e ci stimavamo.
Con Dario e Franca avevo cantato sullo stesso palco nelle situazioni più tragiche già dal ’67 e se ci vedevamo a Milano dormivo su un lettino, nel corridoio, davanti alla loro camera da letto e poi, appena svegli, eravamo impegnatissimi a dire e fare fin dal caffellatte.

Ci volevamo tutti davvero bene, questo è il punto. E quando ti telefona Dario e ti dice che lui e Franca ti vogliono protagonista maschile nelCi Ragiono e Canto” per Rai2 tu che fai, dotto’, je dici no e li fai sta’ mmale ?! (su Youtube si trova una bella registrazione dello spettacolo, dove ad esempio al minuto 36:00 si può sentire cantare Pino Masi, mentre su Rayplay è presente un breve documentario che racconta la genesi del progetto, ndr)

Pino Masi (in basso a sx) e Fabrizio De André

Pino Masi (in basso a sx) e Fabrizio De André

Con Fabrizio invece ci fu un amore totale, un travaso di affetto e di stima mai prima provato.
Lo conobbi per caso nel ’67 e parlammo e gli occhi ci brillavano e dicevano più delle parole. Quando lo rividi l’anno dopo, il ’68, aveva già comprato e ascoltato il mio disco Canzoni per il Potere Operaio“, appena uscito, con gli occhi ci sentimmo complici. Quando poi nel ’75 mi telefonò in Sicilia, dove ero andato da Pisa in Lambretta al mare finalmente in vacanza, mi disse che la casa discografica lo obbligava a cantare in pubblico per il suo nuovo album e lui, che per fragilità non avrebbe mai voluto, era costretto ad accettare, ma non voleva finire nelle mani di un manager che lo faceva di mestiere per soldi e voleva che per lui lo facessi io.
Che faceva lei, dotto’ ? Se De André lo chiedeva a llei, lei je diceva arrànciate che ii sto ar mare e llo lasciava fini’ nnelle mani de Zzard o de Mammone (David Zard e Franco Mamone, due dei più importanti organizzatori italiani di concerti, ndr)?!
No, ovviamente. E così rimontai sulla Lambretta e corsi a Pisa, chiesi e ottenni il Giardino Scotto, attaccai giorni e notte centinaia di manifesti, coinvolsi i compagni di tutte le salse, tutto fu fatto a puntino e… Fabrizio cantò felice per quindicimila persone, la prima sera, al popolare ingresso di sole mille lire, incasso quindici milioni, e davanti ventimila persone la sera dopo a ingresso libero.
Fabrizio cantava e ad ogni brano esplodeva in giro la gioia di chi, tutti, prima lo aveva sentito per anni solo dai dischi.

I soldi, i soldi e la Siae, i permessi, le spese, gli incassi, i conti, i leciti ricavi. Chi se ne fotte, dotto’ ?! Un vero artista lo è per natura, anche senza una lira non può riuscire a non esserlo. Anyway, come lei vuole, a domanda rispondo.
Una notte di riposo, a casa io e Dori con Fabrizio in albergo, e poi riposati e contenti a pranzo da mia madre. Eccoci lì con lei, mia madre buonanima, a capotavola e, ai lati, a sinistra accanto a lei Dori e poi Fabrizio e, da questo lato, di fronte a Dori c’è Vera, eccellente compagna mia in rivoluzione, ed io accanto a Vera, di fronte a Fabrizio.
Bene, siamo al caffè ed io, d’un tratto, ansioso chiedo:

“Ah, Fabrizo, scusa, dimenticavo… i soldi! Abbiamo guadagnato dalle bibite quanto basta per le spese e… Ci restan i quindici milioni netti degli ingressi… Che ne facciamo ? A te, già anche solo per la tua discesa qui con bravi musicisti e impianti, quanto ti dobbiamo dare?”.
Mi guarda negli occhi nel silenzio generale, mia madre per l’ansia deve aver persino cercato di non respirare, e lui:
“Pino, mi hai aiutato tanto bene a togliermi da un guaio che non voglio nulla”.
“Ah! Tu non vuoi niente come Artista?!”, dissi sorpreso, e conclusi:
“Allora non voglio nulla neanch’io da Organizzatore!”.
Neppure un attimo, e mia madre, che finora per l’emozione non ha mai parlato, esplode:
“Ma cche cci volete fare allora, ragazzi, con tutti questi soldi?!”.
Silenzio per due secondi, Fabrizio ed io ci guardiamo proprio come due bambini delle elementari colti in fallo dalla maestra.Guardando mia madre, poi, direi telepaticamente concordi e decisi, rispondemmo insieme contemporaneamente:
Daremo un milione di contributo per uno a una quindicina di piccoli circoli e gruppi culturali di studenti e operai che ci hanno aiutato a promuovere il concerto ed ai quali nessuno mai da un contributo !”, e così facemmo.
Ci volevamo bene davvero a quei tempi, è questo il punto. Tanto è vero che, mentre ci avviavamo alla porta dopo i saluti, Fabrizio mi chiese cosa avrei fatto coi soldi che aveva lui. Gli risposi che avrei comprato una chitarra bella come la sua e lui, che l’aveva sempre con sè, me la regalò.

Ha capito, dotto’, che a quei tempi ci si voleva bene davvero, e questo è il punto?!
Tornai, di nuovo in Lambretta (!), con Vera al mare in Sicilia per rimediare alle promesse e poi compromesse vacanze e… ecco arrivare Dori e Fabrizio a passarle per una settimana con noi! Vacanze ?! Riposo ?! Li porto a pranzo da mia cugina Bruna per farle una sorpresa come a mia madre a Pisa, mia cugina sviene per l’emozione, suo marito esce per le sigarette ma passa dal comune e prenota lo stadio il sabato per un concerto di Fabrizio, ce ne informa rientrando mentre Bruna ora è allegra e sta bene. Vacanze ?! Riposoo ?! Ma quandooo ?!
La notte stessa stampiamo manifesti prelevando dal letto un amico tipografo, poi cinque giorni e notti in Lambretta, Vera ed io, in giro a tempestare i muri di tutta la Sicilia e poi, sabato, allo stadio di Marsala, il concerto di Fabrizio con mezza Sicilia attorno, il terzo con me seduto accanto a lui sul palco come voleva, il suo primo concerto in Sicilia. Stavolta sorprendo anche lui, mi dicevi, non solo mamme e cugine. E quando, a metà concerto, come le due sere a Pisa, vuole per riposarsi un attimo che io canti tre mie canzoni, non me lo chiede, lo dice al microfono:
“Grazie, ed ora una piccola sosta per me e Pino ci farà sentire tre sue canzoni”, ed io, finalmente, per tirar fuori il coniglio dal cilindro mi sporgo dal palco e grido in basso:
“Dai Pino, corri subito su che Fabrizio ti ha già chiamato, devi cantarci tre belle canzoni !”, e l’amico mio Pino Veneziano buonanima allora vispo, che attendeva in campana, sale e canta tre sue canzoni magnifiche in dialetto, un trionfo! Prima di allora Pino Veneziano cantava solo a Selinunte, dove abitava, ma con lo scherzo di Marsala i Siciliani lo conobbero ed iniziarono a volerlo ovunque a cantare.

Si era ormai a fine estate del dannato ’75, Fabrizio e Dori erano tornati al nord in un baleno solcando il cielo, Vera ed io in Lambretta una bella quindicina di giorni e, solcando la terra lungo la costa a brevi tratti, finalmente ci potemmo prendere le vacanze e il riposo fermandoci ogni cento chilometri a fare all’amore e il bagno e dormendo a volontà abbracciati dentro un sacco a pelo a due posti. Fu quella, oltre ai concerti per Fabrizio, la cosa più bella che ricordo di quell’anno altrimenti orribile.

Quello infatti fu anche l’anno in volò via mio nonno Peppino, il più grande e a me caro dei miei grandi amati maestri, un vero capopopolo da adulto e, da ragazzo, tra le montagne per cinque anni allievo prediletto – fine Ottocento e dello stile impero napoleonico, inizio del liberty – del Mago più potente di quel tempo e di una coltissima erborista capace di guarire animali e gente.

Non bastasse il dolore per la morte di nonno Peppino, quel maledetto ’75 fu anche l’anno che a Terrasini una notte carabinieri e mafiosi trascinarono insieme il mio amico Peppino Impastato, svenuto o già morto di percosse, vicino ai binari della ferrovia, lo stesero a terra, gli posarono vicino un candelotto già innescato e, alla fine, si accesero soddisfatti con l’accendino una sigaretta osservando la scena improvvisata e, prima di sparire, lo dico e lo nego, dotto’, e dettero fuoco alla miccia. Così sui media poterono dire e far supporre che il mite amico mio era morto per imperizia mentre cercava con il tritolo di far deragliare un treno.

Povero caro Peppino, che quando lì vicino, a Terrasini, mi fermavo due giorni a fare il bagno con Claudio Rocchi, Alan Sorrenti ed altri amici artisti che da tempo amavano trovarsi lì quasi ogni estate, lo veniva a sapere e veniva a prendere e mi portava, con la sua di Lambretta, a Cinisi a cantare da quel balcone con la tromba altoparlante, protesa sulla piazza, la cui foto da allora diventa in mente a tutti nota ogni volta che pensiamo a lui. Stronzi davvero e per certo assassini, questi massoni quando loro occorre, dotto’, e in questi casi agiscono dalle logge coperte, non ‘regolari’ ma, anzi, appositamente coperte perché lì raccolgono in segreto i capi della criminalità e della legalità, capi mafiosi e giudici, banchieri per riciclare, padroni di televisioni per disinformare, funzionari corrotti e corruttori per truccare le carte, agenti dei servizi appositamente deviati, assassini per uccidere o solo intimorire.

Altro che trattativa stato-mafia! È la segreta costante cogestione del potere assoluto! Altro che libertà e democrazia!

Che ne dice, dotto’ ?! Ma non lo metta a verbale o si rischia ci fanno fuori tutti e due, la preg0, dotto’, sono padre di figli.
“Menti raffinate… Ci deve essere un livello più alto di quello dei bruti mafiosi su cui stiamo indagando…”, ipotizzò Falcone anni dopo, e ne parlò sui media… e aggiunse che, per capire il chi ed il come, occorreva seguire la strada fatta dai soldi sporchi per ripulirsi… Ci aveva azzeccato… e solo per questo fu assassinato subito e pochi mesi dopo anche l’amico Borsellino, il più vicino dei suoi colleghi.Potenti ‘sti massoni, eh dottò ?E non le ho ancora detto tutto, di quel ’75 che non a caso dico maledetto. Non avrei finito di rispondere con completezza a questa sua quinta domanda se non parlandole, ultimo ma non ultimo, dell’unico altro grande amico di cui mi si chiede… parlo di Pier Polo Pasolini, che chiamavo Pa’, e venne assassinato anche lui in quell’anno funesto.

Appuntamento al numero di mid – term di febbraio per la seconda parte dell’intervista.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Carmelo

    Caro il nostro amico Pinuzzo! Vera e grande è la vita quando è vissuta, come la sua. E poco importa se si fa un po’ di confusione con le date… in fondo la sostanza resta quella.

    Rispondi
    • Riccardo Bartoletti

      Vero.
      La “sostanza” era talmente tanta che l’intervista non verrà suddivisa in due ma in tre parti.

      Riccardo

      Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?