Kobe Bryant – Imparare a volare

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“Everytime I ever cried from fear

Was just a mistake that I made”

                             Washer – Slint

Questa canzone degli Slint, dal 1991, è triste e meravigliosa come un po’ tutto l’iconico album cui appartiene, Spiderland.

Ero sul treno per Bologna, la sera del 26 gennaio; ascoltavo questa canzone quando ho visto la notizia. Prima i messaggi degli amici, poi le conferme, in rapidissima successione, dei principali giornali italiani ed esteri. Nemmeno per un istante ho pensato che potesse essere una bufala: era di quelle cose talmente assurde da dover essere vere per forza.

Kobe Bryant, leggenda dei Los Angeles Lakers, della pallacanestro americana e mondiale e considerato da alcuni il più grande interprete della storia di questo sport, di cui è stato inimitabile icona negli ultimi due decenni, è morto a 41 anni in un incidente in elicottero nella contea di Los Angeles. Sono periti con lui anche la secondogenita – di quattro femmine – Gianna Maria, e altre sei persone: due compagne di basket della tredicenne Gianna e i loro genitori, oltre al pilota.

Il tributo della sua gente – le migliaia di losangelini riunitisi fuori dallo Staples Center (in cui si stavano celebrando i Grammy Awards), cioè “casa nostra, la casa che Kobe ha costruito” (l’omaggio di Alicia Keys, che durante i Grammy ha definito Bryant “il nostro eroe”) – si è aggiunto allo sgomento e all’estrema commozione espresse dai quattro angoli del globo. Dalla stampa specializzata fino ai grandi quotidiani, dalle star dello sport e dello spettacolo fino ai capi di stato: nessuno è rimasto indifferente al tragico addio di Bryant, che sta avendo una risonanza mediatica forse mai vista prima, nemmeno nel caso di altre grandissime celebrità.

Se il suo simbiotico legame con Los Angeles (Bryant ha giocato ai Lakers l’intera carriera, vincendo cinque titoli) spiega lo straordinario coinvolgimento emotivo della città per la sua scomparsa, i meriti sportivi strictu sensu non sono l’unico motivo per cui il mondo intero, o quasi, è chiuso in un lutto incredulo, troppo addolorato per andare avanti. La tragicità delle circostanze, gli appena 41 anni (si era ritirato nel 2016) e il coinvolgimento della piccola Gigi, a sua volta promessa del basket e pupilla del web, spiegano solo in parte questo sconfinato e doloroso amore.

Non è semplice parlare del lutto, soprattutto del lutto globale per un uomo che pochissimi di noi hanno conosciuto personalmente. Non è semplice spiegare il senso di vuoto e il sovrapporsi di emozioni contrastanti: l’incredulità, la rabbia, lo sconforto, ma anche l’arroganza di pensare che gli altri non stiano male quanto noi, che le loro parole siano vuote e inadeguate, tutte uguali, la voglia pensare ad altro che cede a quella di ricordarlo ancora una volta. Credo che Kobe sia stato qualcosa di diverso per ciascuno e che, mai come in questo caso, se ne possa parlare solo in modo profondamente personale. Ciò che conta, alla fine, non sono i canestri segnati, ma il modo unico e indescrivibile in cui una persona ha avuto effetto sulla nostra vita, guidando le nostre azioni e il nostro spirito.

Se Kobe Bryant fosse nato in un nido sulle Montagne Rocciose, e non in un ospedale di Philadelphia, sarebbe stato quell’aquilotto che, prima ancora di avere le piume asciutte, si butta nel vuoto cercando di spiccare il volo mentre tutti i suoi fratellini lo guardano stupefatti, al sicuro fra le zampe della madre. Il ragazzo Kobe non si butta da un nido, ma salta direttamente dalle aule, o meglio dalla palestra del liceo alle arene della lega sportiva più seguita del mondo. È il più giovane di sempre a esordire nella NBA, ad appena 17 anni, e la prima guardia a non passare attraverso il college. Il primo paio d’anni è duro, sì, ma Kobe mostra già una personalità debordante e ingaggia una sfida a distanza quasi sacrilega con The Greatest of all Time, Sua Altezza Michael Jordan, da cui è letteralmente ossessionato. Kobe questa ossessione la plasma, la trasforma, la mette a frutto nelle notti passate in palestra e nei litri di sudore versati mentre nessuno lo guarda. La utilizza come uno strumento per scolpire nella memoria dei suoi muscoli ogni mossa, ogni movimento che vede fare a Michael e che ovviamente vuole fare meglio di Lui. È una caccia febbrile e isterica, la prima volta che il mondo ha l’opportunità di meravigliarsi del lato di Kobe che più alimenta le leggende: la sua etica del lavoro senza pari, la totale e irrazionale devozione al raggiungimento di un obiettivo.

Nella sua commovente (se solo avessimo immaginato allora…) lettera d’addio al basket, Kobe ricorda la sensazione chiara, da bambino, di aver trovato nella pallacanestro qualcosa di più di una futura carriera sportiva: una ragione di vita, una vocazione irresistibile, un amore travolgente che fa bruciare il sangue nelle vene e il cuore nel petto. E se avete mai visto Kobe Bryant nei minuti decisivi di una partita, quello sguardo gelido e infuocato allo stesso tempo, quell’espressione che sta sul confine fra la determinazione e la follia, sarete tentati di credergli.

Forse – lui direbbe probabilmente così – certe persone sono destinate a imboccare una certa strada nella vita, forse alcuni sono così fortunati da riuscire a trovare l’unica cosa al mondo che mai avrebbe potuto renderli felici e realizzarli (qualsiasi cosa significhi). Forse il basket era scritto da sempre nei geni del ragazzino nato a Philadelphia (e cresciuto in Italia), forse grazie ad esso ha scoperto dentro di sé quel fuoco che fino all’ultimissimo lampo della sua carriera ha portato sul campo tutte le notti e che lo ha reso idolo, nemico, mentore e icona globale.

Mi piace pensare che il basket sia stato solo lo strumento più adatto, il mezzo che la vita ha messo davanti a Kobe per farsi grande, per entrare nelle case di milioni di persone senza dover bussare, per dar loro una lezione e un insegnamento. Attraverso la sua stessa vita sportiva, la sua lotta contro la paura e contro il mondo, Kobe si è fatto portatore per certi versi inconsapevole di valori universali. Il basket è stato il mezzo attraverso cui ha espresso qualcosa di molto più grande del basket stesso. “La gente si aspetta solo che stiamo zitti e palleggiamo” sono le parole di Kobe mentre, accettando l’Oscar sul palco, sta dimostrando esattamente il contrario (come tanti, su tutti Lebron James, stanno facendo negli ultimi anni). Ogni canestro che ha fatto urlare “I don’t believe it!” ai commentatori americani non vale quei due o tre punti; il suo significato sta nei bambini, ragazzi che ha ispirato a dare il doppio e a lavorare – ma lavorare duro – per i propri sogni, per gli adulti che ha spinto a credere in qualcosa in cui non credevano più.

Questo non vale solo per chi amava Kobe; vale forse soprattutto per chi lo ha odiato, e sono stati tanti. Uno come lui è odiato, certo, perché ha vinto tanto, ma soprattutto perché mette le persone davanti alle proprie paure, alle scuse e alle meschinità di cui la nostra vita è piena.

L’essere odiato porta la consapevolezza di aver fatto un passo nella direzione giusta, di fare abbastanza presa sulle persone da poter essere in grado di lasciare loro qualcosa. A giudicare da ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni, qualcosa l’ha lasciato eccome.

Kobe Bryant

Kobe Bryant

Non vogliamo beatificare Kobe, sia chiaro. C’è chi ha tutto il diritto di avercela con lui, su tutti (ci sarebbero anche le accuse di violenza sessuale, poi ritirate, nel 2003) i tanti compagni di squadra emarginati e umiliati perché non dotati, evidentemente, del suo stesso disumano spirito di competizione. Parliamoci chiaro, a volte Kobe era proprio una carogna. Ma come potremmo aspettarci che da una simile energia interiore, da una tale intensità provengano solo atti luminosi e di grande umanità? Non si può esaltare Kobe per le grandi lezioni di vita e sport che ci ha insegnato e poi recriminare sugli atteggiamenti che di quelle lezioni sono l’altro lato della medaglia. Cioè, lo si può fare, ma si rinuncia a comprenderlo come sportivo e come persona.

Una delle cose che fa più male è che non avremo mai la possibilità di vedere il Bryant uomo e il Bryant padre, vedere con quali sfide avrebbe risposto alle sfide della vita fuori dal campo. Vedere come se la sarebbe cavata, dopo aver imparato a volare sul campo, ad imparare a stare per terra, a fare il padre e il marito. Fa male, perché mai lo si era visto così splendente come a bordo campo con Gigi, la sua bambina ed erede designata.

Sono un amante della mitologia greca; la terribile fine di Kobe mi ha fatto venire in mente Icaro e il suo celebre, fatale volo. Icaro è stato punito per la sua hybris, l’impudente presunzione di poter toccare il Sole solo perché gli erano state date un paio d’ali di cera. La presunzione, l’arroganza, la sfida di Davide a Golia sono costitutivi della vita e della carriera di Kobe fin dai suoi esordi. Ma una cosa si può dire: quelle ali, a lui, non le ha date in mano nessuno, le ha create da solo. Si può dire che sia stato il Dedalo di sé stesso, architetto del proprio sacrificio, della propria fatica e sofferenza. Ha espresso l’incoscienza e la follia di Icaro, ma asservite a un progetto di perfezionamento fisico e mentale, guidato dall’ambizione sfrenata, ma conscia di sé, di essere il migliore di tutti. Quelle ali Kobe se le è fatte spuntare lottando con le unghie e con i denti, prendendo ciò che poteva da chi era disposto ad aiutarlo e, tirando fuori il peggio di sé, anche da chi non lo era. Perché voleva essere il più in alto di tutti, ma sapeva anche che non si comincia a volare così dal nulla.

Quelle ali Kobe non le ha costruite solo per sé, ma per tutti coloro che hanno imparato a volare insieme a lui, che ogni volta che saliva al cielo per schiacciare, portava una città e mezzo mondo con sé, aggrappati a quelle caviglie sottili. E magari quelle stesse persone, in questi giorni di dolore e confusione in cui non si sa da che parte voltarsi, vedranno spalancarsi ali che nemmeno sapevano di possedere. E ricorderanno quelle lacrime e quel dolore, per non provarlo mai più, come qualcuno ha insegnato loro.

Mi accorgo di aver scritto riflessioni personali e sconclusionate, di non aver raccontato nulla della carriera di Kobe o dei mille aneddoti sulla sua competitività. Poco male; Internet non parla d’altro negli ultimi giorni, e in fondo avevo avvertito che sarebbe andata così.

Dovrebbe essere ormai chiaro cosa rappresenti quel verso degli Slint. Ripensandoci, è quasi incredibile aver appreso la notizia con quelle parole in testa, così simili a tutto quello che Kobe mi ha trasmesso, e a tanti altri come a me.

Don’t be afraid. Push your limits. Esci dalla tua comfort zone, cazzo. Prenditi dei rischi, fatti schifo da solo quando rinunci o prendi la via facile. Quando vuoi rannicchiarti e piangere perché non sei in grado, immagina la faccia cattiva di Kobe, rialza quella fottuta testa e prendi a calci gli ostacoli, non superarli e basta.

Ogni volta che sarà troppo dura, ogni volta che vorrò farmi piccolo piccolo, ogni volta che penserò che è finita. Ogni volta che rialzerò la testa, sarà anche per te.

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